Lezione dall'Irlanda: prima ragionare, poi ratificare
di GIOVANNI GOBBER
«L'Irlanda boccia [...] il referendum sul Trattato di Lisbona», dice il Corriere online (13 giugno). Però è stato bocciato il Trattato, non il referendum. La svista è subito corretta e nell'edizione cartacea si legge che l'Irlanda «ha bocciato con un referendum la nuova Costituzione d'Europa» (Corriere, 14 giugno). Ma il Trattato lisbonese non è una costituzione, bensì, appunto, un trattato.
Esso ha sostituito l'originaria Costituzione europea, eretta da muratori alacri, ma colpita e affondata dai cittadini elettori della Francia e dei Paesi Bassi. In questa vicenda, il sostantivo "trattato" denota un «atto consensuale con cui più soggetti di diritto internazionale risolvono problemi o disciplinano materie di comune interesse» (Zingarelli 2008). Per essere precisi, nell'antica Hibernia, oggi chiamata Eire, non hanno respinto il Trattato, ma la sua ratifica. Il loro governo aveva firmato; loro hanno deciso che la firma va ritirata. Non è poco: significa che gli Irlandesi si sono sostituiti al loro governo. Da loro si può fare.
Da noi, non se ne parla. "Ratificare" significa "confermare, riconoscere come valido". Contiene un elemento "ficare", legato al verbo latino "facere", antenato di "fare". È presente in molti verbi italiani e si dà ancora da fare per costruirne di nuovi, come "cementificare", "saponificare", "transcodificare", "umidificare". Ai politici piace soprattutto "rettificare": significa "rendere rettilineo", ma anche "correggere".
Per derivare sostantivi, basta mutilare questi verbi dell'ultima sillaba: se "modificare" dà "modifica", si fa in fretta a fare una bella "rettifica". A dire il vero, gli eruditi non approvano: secondo Francesco Ugolini, "modifica" è un «brutto storpiamento moderno» di "modificazio ne" ("Vocabolario di parole e modi errati", 1848). Bisognerebbe dunque usare "rettificazione", come facevano nel Trecento; "rettifica" è forma attestata verso la metà dell'Ottocento. Anche "ratificazione" è antico: si usava nel Quattrocento; invece, "ratifi ca" si trova solo verso la fine del Settecento. L'im portanza della "ratifica" è dovuta alla parte iniziale "rati-", che rinvia a "ratus", cioè "contato". Si tratta di un antico participio del verbo "reri", che significava "calcolare, reputare". In italiano, sopravvive nella forma "rato", che significa "preso in conto", dunque "sancito, registrato".
Non bisogna confondere "rato" con "ratto", che è un parente della "pan tegana". I ratti sono tanti; invece, "rato" si trova solo nell'espressione "rato e non consumato", propria del diritto canonico. Non sarà contento il parente più illustre dell'antico "ratus": è il sostantivo "ratio", che significava "calcolo". In italiano, è continuato da "ragione", che ha vari sensi, in vario modo legati ai "conti". Del resto, "chiedere ragione" è un invito a "rendere conto" di qualcosa. Lo sanno bene i "ragionieri", maestri di "rendiconti". Meno capaci sembrano i politici, che a volte le prendono "di santa ragione".
Secondo gli esperti, l'aggettivo "santo" ha qui un valore rafforzativo: piace a chi se ne sta "in santa pace" e chiede di fare "il santo piacere" di ragionare prima di ratificare.
lunedì 16 giugno 2008
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