
Dalla giustizia delle emergenze all'emergenza giustizia
Scritto da Mauro Mellini
giovedì 05 febbraio 2009
Oramai nessuno osa più mettere in dubbio che siamo di fronte all’”emergenza giustizia”. Meglio tardi che mai. Più di vent’anni fa, un quarto di secolo, dicevo, scrivevo e titolavo articoli e capitoli di libri: “dalla giustizia delle emergenze all’emergenza giustizia”.
Se lo ricordo non è certo per vanità, per rivendicare un diritto di primogenitura, del resto senza appannaggi e diritti di maggiorasco. Lo ricordo perché, senza capire come si è arrivati a questa “emergenza”, quanto essa sia vecchia e quanto lungo il cammino per approdarvi e, soprattutto, senza rendersi conto delle cause vere di una crisi tanto grave e profonda, non vi sia rimedia, non si va, con tutti i buoni propositi di riforme, da nessuna parte.
Si parla, dunque, di emergenza giustizia. Basta leggere i titoli delle cronache delle inaugurazioni dell’anno giudiziario. Ma, si evita di ricordare che essa è figlia della giustizia delle varie emergenze (terrorismo, mafia, corruzione, etc. etc.). Del resto ammettere che quello della giustizia è un grosso, grossissimo problema politico solo in quanto è divenuto “un’emergenza”, vuol dire non discostarsi da quella traccia.
Ma, intendiamoci, è fuori discussione che la giustizia, così come è concepita, strutturata, praticata, strumentalizzata, è una autentica emergenza.
La preoccupazione per la mancanza di ogni riferimento, nel dibattito politico, alle cause di questa sciagurata situazione non è, ovviamente, d’ordine formale e, magari, storiografico. Ignorare le cause, il perché si sia giunti a tanto, significa ignorare la natura del malanno e pretendere di porvi tuttavia rimedio è, a dir poco, azzardato.
Non è questa la sede per ripetere per l’ennesima volta anche solo alcuni dei principali argomenti sull’origine di questa emergenza giustizia. Si può persino mettere da parte, qui ed ora, il dato rappresentato dall’ancora recente (e non del tutto abbandonata) scelta golpista di una parte consistente (e non contrastata) della magistratura. Ma se vogliamo parlare di emergenza giustizia e parlarne per poterne uscire, non possiamo permetterci, ad esempio, di continuare, ad ipotizzare una giustizia a “doppio binario”. Uno, cioè, ordinario, garantista, del giudizio fondato sull’accertata verità al di là di ogni ragionevole dubbio e sulla certezza del diritto e l’altro nello “straordinario”, per l’emergenza criminalità organizzata, mafia, camorra, tendente all’”esemplarità”, alla sommarietà, più che rapida, sbrigativa.
Di una soluzione della crisi, con l’approdo ad una giustizia a “doppio binario” (che non sarebbe una soluzione) sentiamo parlare ogni volta che si fa cenno, ad esempio, al regime delle intercettazioni: limiti alle “intercettazioni selvagge”, ma non per i reati di mafia. E così via.
Una giustizia, dunque, in cui resterebbero sempre maxiprocessi, carcerazioni preventive facili e di anni, intercettazioni “a tappeto”, inchieste alla ricerca di ipotesi di reato su cui indagare, pentiti con trattamenti “premiali” le cui dichiarazioni siamo “verità privilegiate”, etc. etc. Ma, “limitatamente ai reati di mafia”.
Già, ma poi c’è la droga che non merita meno significative “esclusioni”. E la pedofilia, la corruzione, etc. etc. Ma non c’è bisogna neppure di ipotizzare queste “aggiunte” alle “giustizie speciali”. Basta ricordare la famosa legge del bimetallismo monetario: “La moneta cattiva caccia quella buona”. La giustizia “cattiva”, sommaria, “esemplarista”, pentitistica etc. etc. tende naturalmente ad espandersi, perché quella “buona” tende a modellarsi ad essa.
La giustizia, il cui stato è lamentato da Alfano e da Berlusconi, ma anche da Violante (!!!) e da Borrelli, da Veltroni (ed un giorno o l’altro anche da Di Pietro), è una giustizia che giorno dopo giorno è andata adeguandosi a quella delle “lotte” antimafia, antiterrorismo etc. E che, riformata, ma con le “debite eccezioni” tornerà ad adeguarsi (o peggio), alle “eccezioni”, quanto più queste appaiano “naturali” e, magari, marginali.
I riformatori debbono sapere guardare avanti. E lontano. Ma se ignorano e vogliono ignorare quel che si lasciano dietro, difficilmente sapranno da che parte dover andare.
Non è dunque vanità ricordare quello che abbiamo potuto vedere e quindi dire ed affermare per decenni. In fondo varrà almeno un po’ di più di quello che hanno da dire quelli che non hanno visto, non hanno compreso o hanno dimenticato. Che sono molti e molto continuano a dire e sbraitare.
da: www.giustiziagiusta.info
Nessun commento:
Posta un commento