martedì 15 settembre 2009

Pericolo turco per l'Europa. Parte prima

Nel vertice del 5 aprile 2009, a Praga, il nuovo presidente americano Barack Obama, malgrado sapia quanto sia controversa la questione turca, ha insistito con forza perché l’UE conceda l’ingresso alla Turchia. A prescindere dal fatto che non si comprende con quale diritto il presidente americano solleciti l’ammissione dello stato turco all’Unione Europea, colpisce la leggerezza con la quale si sollecita quello che sarebbe un evento epocale nella storia europea, il quale segnerebbe una rottura ben più che millenaria.
Sono molti ed importanti i gruppi di pressione favorevoli alla Turchia nella UE, specialmente ma non esclusivamente negli ambienti di sinistra. In passato i maggiori oppositori a tale idea sono stati l’allora cardinale Ratzinger, che non esitò a definire “antistorico” il possibile ingresso turco nell’Unione, ed il presidente della Convenzione Valéry Giscard d’Estaing, che definiva l’eventualità suddetta come «la fine dell’Unione Europea».
I vari governi italiani succedutisi negli anni, sia di centro-sinistra, sia di centro-destra, hanno però sempre mantenuto un atteggiamento turcofilo. Lo stesso Silvio Berlusconi si è detto pubblicamente e ripetutamente favorevole all’ipotesi dell’ammissione della Turchia alla UE.
Le ragioni che sono portate a sostegno dell’adesione turca sono di natura geo-politica, economica, militare, persino demografica. La Turchia aprirebbe la strada alla UE per una penetrazione nel cuore del Vicino Oriente, ne accrescerebbe il peso economico, gli fornirebbe un alleato con un esercito numeroso e disciplinato, e ne compenserebbe in parte il drammatico calo demografico. In realtà, un’analisi della Turchia contemporanea, della sua storia e delle conseguenze di una sua eventuale entrata nella UE dovrebbe concludere decisamente a sfavore di tale decisione.
Sono molte le ragioni che obstano ad una simile eventualità: la prima, ma certo non l’unica, è la natura profondamente islamica della nazione turca.

Come vuole la massima di Orazio Flacco, “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”. Questo principio è applicabile, con tutte le cautele del caso, al rapporto fra Turchia ed Islam. Quello turco è un paese islamico a cui una minoranza, piccola ma potente, ha cercato d’imporre una laicizzazione ed europeizzazione. I “Giovani Turchi”, massoni, atei ed anti-religiosi, hanno tentato di cancellare dallo Stato e dalla vita pubblica ogni aspetto della tradizione islamica: il califfato fu abolito, con ciò segnando la fine dell’istituto religioso centrale dell’Islam sin dalla morte di Maometto; la costituzione fu promulgata avendo come suo modello quella francese, l’intera legislazione fu basata sui principi del diritto romano ed ispirata nei suoi contenuti specifici a quelle di paesi europei, così istituendo, fra l’altro, il matrimonio civile monogamico ed abolendo l’insegnamento religioso nelle scuole. Anzi, si giunse a sostituire l’alfabeto arabo con quello latino, a proibire l’impiego di termini derivanti dall’arabo o dal persiano, a confiscare i beni religiosi e sciogliere le confraternite sufite (“tariqa”).

Ciononostante, la Turchia è rimasta nel profondo un paese molto legato all’Islam, tanto che la religione ha gradualmente ripreso importanza nella vita pubblica stessa:
-nel 1950 la preghiera è ritornata in arabo, che per l’Islam è “lingua divina”, perlomeno nella sua forma classica, cioè nella lingua coranica
-nel 1969 per la prima volta un osservatore turco ha preso parte ad un vertice dei paesi islamici; -nel 1976 i ministri degli esteri dei paesi mussulmani si sono riuniti ad Istanbul;
-nel 1982 è ritornato obbligatorio l’insegnamento della religione nelle scuole primarie;
-nel 1986 è stata promulgata una legge che prevede la reclusione per i reati di blasfemia;
-durante la guerra di Bosnia il governo turco ha minacciato più volte l’intervento armato a sostegno dei mussulmani bosniaci.
-In anni più recenti, i partiti islamici hanno vinto le ultime tre elezioni nazionali, venendo dapprima estromessi dal governo dall’intervento dei militari, tradizionali custodi della laicità voluta dai “Giovani Turchi”, salvo poi ritornarvi e prendere il controllo del parlamento, del governo ed ora anche della presidenza della Repubblica.
-le piccole minoranze religiose ancora presenti sul suolo turco, scampate alle stragi che colpirono Armeni, Greci (zona di Smirne) ed Arabi cristiani, sono fortemente discriminate. Nel paese sono 90.000 gli imam stipendiati dallo Stato e 85.000 le moschee attive, una per ogni 350 cittadini: il più alto numero pro capite di moschee nel mondo. Invece, le chiese cristiane si vedono fortemente ostacolare la loro attività con ogni sorta di pretesti, come il respingimento sistematico delle richieste di costruzione di chiese o la negazione di determinati diritti di proprietà.

Soprattutto a partire dagli anni Settanta, sotto l’influsso della potentissima organizzazione internazionale dei “Fratelli musulmani” (la “massoneria islamica”, sorta in Egitto ad inizio Novecento, e genitrice di gran parte dell’odierno fondamentalismo islamico), ha avuto inizio un processo di reislamizzazione del paese, culminato nel 2002 con l’ascesa al governo del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) di Recep Tayyip Erdogan. I partiti laici nazionalisti sono essi stessi in declino, mentre, dietro alle due metropoli laiche di Istanbul ed Ankara, si stende un’immensa provincia non solo molto conservatrice sul piano religioso, ma che anzi dimostra di respingere sempre più la modernità stessa ossia vede un’avanzata dell’Islam tradizionale. Anzi, fra le giovani generazioni turche pare che l’attaccamento alla versione integralistica della propria religione stia crescento. Non casualmente, i capi di governo e di Stato che oggi guidano il paese, rispettivamente il presidente del consiglio Erdogan ed il presidente della repubblica, Abdullah Gül, sono due discepoli di Necmettin Erbakan, il teorico della reislamizzazione della Turchia.
In breve, la Turchia, malgrado i tentativi quanto mai decisi dei militari (i cui vertici sono massoni, atei e marcatamente anti-religiosi), di assicurarle uno stato laico ed aconfessionale, si sta gradualmente re-islamizzando, con ciò segnando il fallimento del progetto politico di Mustafà Kemal.La civiltà occidentale ha alle sue basi la grecità e la romanità, e su tale impianto si è poi innestato il cristianesimo. L’Islam è una religione, anzi una civiltà, troppo diversa e probabilmente incompatibile con quella europea, già solo sul piano strettamente politico: la sharia, la legge coranica, non può essere conciliata con il diritto romano. Eppure, per quanto importante, la re-islamizzazione della Turchia non è il solo motivo che dovrebbe indurre a tenere questo stato al di fuori della UE.

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