domenica 20 dicembre 2009
Lettera di esuli cubani
Eppure, Cuba è uno dei pochissimi stati comunisti rimasti al mondo, assieme alla Corea del Nord ed alla Birmania: persino la Cina, che ha aperto da anni all'economia capitalistica di mercato, è ormai più simile ad uno stato autoritario e nazionalistico che ad un vero regime comunista.
Credo che aiutare a diffondere la verità sulla dittatura di Castro, e tentare di dar voce all'attività meritoria di questi esuli lontani dalla loro patria sia una dovere morale.
Riporto qui la lettera inviata dal gruppo "Unione per la libertà a Cuba" (http://www.facebook.com/photo.php?pid=843894&op=1&view=all&subj=210297059054&aid=-1&auser=0&oid=210297059054&id=1330524603)
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Milano 17 diciembre del 2009
Alla cortese attenzione degli Eccellentissimi:
Parlamentari dell'Unione europea,
Presidenti degli Stati membri dell'Unione europea,
Ambasciatori europei a Cuba,
I recenti avvenimenti che si sono verificati a Cuba non lasciano alcun dubbio circa l'intolleranza feroce del regime dei fratelli Castro, e sono il risultato della politica d’isolamento e di immobilità, intrinseci al sistema arcaico con il quale cercano ancora di governare l'isola. Vitto, alloggio, produzione agricola e industriale, stato igienico-epidemiologico, e violazione di tutti gli elementari diritti civili, possono essere indicatori utili per le istituzioni umanitarie che intendano compiere un'analisi imparziale della catastrofica situazione politica, economica e sociale di Cuba.
Le cause del crollo di questi indicatori sono state determinate dalla repressione imposta alle più elementari libertà, e vanno inquadrate in due precisi momenti storici.
1. "Dentro la Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione nulla" , un eufemismo con il quale, nel giugno del 1961, Castro ha soffocato le libertà individuali e di espressione.
Di conseguenza: Centinaia di migliaia di cubani sono stati imprigionati nelle carceri castriste per scontare pene draconiane; molti, fra i quali giornalisti e sindacalisti, condannati solo per aver tentato di esercitare i propri elementari diritti. Altri, innocenti, sono finiti davanti al plotone d’esecuzione, e sono morti gridando Viva Cristo Re!
Migliaia di cubani oggi muoiono in esilio, dopo aver scontato lunghe pene detentive.
Centinaia di migliaia di famiglie sono state divise per sempre.
Migliaia di cubani sono morti in guerre d’altri paesi - senza nemmeno il diritto di rifiutarsi a parteciparvi – dall’Istmo di Panama, all’Etiopia e allo Yemen del Sud, sotto l’eufemistico slogan dell’internazionalismo proletario.
I valori tradizionali - anche quelli religiosi - della cultura cubana e le conquiste raggiunte in materia di diritto civile dopo la “Costituzione del ‘40”, sono scomparsi.
Migliaia di cubani ogni anno si gettano in mare cercando la libertà nella morte, per farla finita con una vita indegna e senza speranza.
2. Offensiva Rivoluzionaria del 1968. Con questo eufemismo, Castro condannò i cubani alla peggiore povertà materiale, proibendo anche la più piccola delle iniziative economiche private, nazionalizzò o chiuse 58.012 imprese, tra cui calzolerie, piccole fabbriche di orologi, negozi di parrucchiere, vecchie tipografie, piccole imprese e perfino carbonaie. Lo stato assunse così il controllo assoluto della produzione e della distribuzione dei beni di consumo, compito gigantesco per il quale non era preparato.
L'impoverimento senza precedenti della nazione, scatenò altri vizi che non avevano mai trovato un terreno così fertile alla loro proliferazione.
La corruzione e l'inefficienza a tutti i livelli della società, la tendenza a delinquere da parte dei lavoratori: si ruba per sfamare la famiglia, un male sociale divenuto normale prassi quotidiana. La gente ha dimenticato l'importanza del lavoro come fonte di sviluppo per l'individuo e la società.
La prostituzione a livelli mai verificati è l’alternativa al lavoro non rimunerato. Il governo ha subito apprezzato i vantaggi economici della “criolla” cubana e da inquisitore si è trasformato nel suo difensore: "A parte tutto, la prostituta cubana è la più pulita ed educata del mondo". Con questa frase Castro, in un discorso tenuto nel 1992, riconosceva pubblicamente i livelli incontrollabili di prostituzione a Cuba, e con una battuta sarcastica, cercava di minimizzare il dramma, inviando al mondo un umiliante messaggio pubblicitario.
L'alcolismo è un'altra delle alternative per una popolazione senza speranza e senza fiducia nel futuro.
Nella seconda metà del 2009, dal nostro esilio, abbiamo constatato che con il presidente Raúl Castro, non è cambiato nulla in termini di libertà per il popolo cubano: ci sono stati solo cambiamenti nella nomenclatura del regime (purghe e sostituzioni).
Dalla barriera geografica che ci separa da Cuba, assistiamo a fatti inammissibili per la coscienza degli esseri civili.
Alcuni leader neri sono oggetto di trattamenti crudeli. Il dottor Oscar Elias Biscet, cattolico e simbolo del movimento dissidente a Cuba, sconta in carcere una pena di 25 anni, perennemente in cella di punizione, per aver chiesto al governo il rispetto della vita ed essersi opposto ai metodi abortivi praticati nel paese. Jorge Luis Pérez "Antúnez", dopo aver scontato 17 anni di carcere, vive assediato dalla polizia politica. Il dottor Darsy Ferrer, che era l’ultimo leader dissidente rimasto in libertà, è appena stato rinchiuso in carcere con la ridicola accusa di acquisto illegale di cemento al mercato nero. In questo modo, il governo cerca di annullare e demoralizzare le forze dì opposizione all'interno dell'isola.
Nel mese di ottobre un gruppo di dieci persone ha iniziato un atto di protesta pacifica con il digiuno. Riuniti in casa del dissidente Vladimiro Roca, chiedevano libertà di stampa e protestavano contro il sequestro dei mezzi di comunicazione. Alcuni esponenti di questo gruppo hanno subito brutali aggressioni fisiche e verbali. Il fatto che fra loro si trovasse una donna malata, Martha Beatriz Roque, unito ad altri inconvenienti, ha costretto il gruppo a revocare la protesta dopo 40 giorni.
Ricordiamo il famoso caso di Juan Carlos González Marcos, alias Pánfilo, disoccupato e vittima di alcolismo, che si è fatto interprete del pensiero di molti cubani, denunciando la necessità di cibo per la popolazione. Per questo è stato intimidito e condannato a due anni di reclusione in base alla legge incostituzionale di “peligrosidad”. Liberato grazie a un’efficace campagna internazionale, continua tuttavia a essere sorvegliato e a rischio di un pericolo reale.
Yoani Sanchez, la più nota blogger cubana, insignita di vari premi da diverse istituzioni internazionali, suo marito, Reinaldo Escobar e i blogger Orlando Luis Pardo e Claudia Cadelo sono stati aggrediti all'Avana da agenti della polizia, in applicazione del tristemente famoso “Acto de repudio”, con intimidazioni e tecniche di arti marziali messe in atto da poliziotti in borghese: una barbarie che poche persone, 61 anni dopo la “Dichiarazione universale dei diritti umani”, avrebbero mai immaginato che si potesse ripetere nel XXI secolo.
Le Damas de Blanco (madri, mogli e parenti dei prigionieri politici, insignite del premio Andrei Sakharov, conferito dalla UE), tutte le domeniche marciano per le strade dell'Avana per reclamare la Libertà dei loro familiari. Le squadracce castriste, simbolo dell’intolleranza e della manipolazione del governo, reprimono con rabbia e viltà ogni dimostrazione. L'ultima, lo scorso 9 dicembre, quando le Damas de Blanco hanno marciato per celebrare la “Giornata dei diritti umani.”
Tutti questi fatti, dimostrano che nella Cuba di Castro non c'è spazio per la diversità e il pluralismo, e che il governo invece di educare la popolazione ai principi del rispetto reciproco e della democrazia, continua ad alimentare l'odio e il terrore come armi fondamentali di controllo sociale.
Per i motivi sopra esposti, si propone alle istituzioni parlamentari europee e ai rappresentanti dei governi democratici quanto segue:
I. Adottare una direttiva trasparente e univoca in materia di relazioni internazionali nei confronti dei paesi con sistemi totalitari e dittatoriali, compresa Cuba. La democrazia non può essere considerata un'opzione, è invece un obbligo per chiunque voglia interagire e convivere in un mondo democratico.
II. Adottare una direttiva trasparente e univoca in materia di assistenza sociale e giuridica, che solleciti i tramiti legali e permessi necessari per avere cittadinanza, residenza e rifugio politico ai cittadini cubani che fuggono dal regime e arrivano in Europa.
III. Considerare la liberazione dei prigionieri politici a Cuba, come un punto prioritario nell’agenda degli accordi con il governo cubano.
IV. Offrire sostegno morale, psicologico ed economico a tutte le organizzazioni civili, politiche, religiose, che a Cuba si oppongono pacificamente al regime.
V. Gli aiuti economici ai paesi sotto un regime di dittatura dovranno essere realizzati attraverso le organizzazioni umanitarie e non governative al fine di garantire l'arrivo diretto dei materiali a chi ne ha bisogno, senza distinzioni politiche o sociali. In caso contrario, l'atto diventa controproducente.
VI. L’informazione come antidoto alla censura. Chiediamo sostegno finanziario e tecnico in materia d’informazione e di educazione alle nuove tecnologie di comunicazione per le organizzazioni di esuli cubani che mantengono vivo lo scambio di informazioni con Cuba.
VII. Chiediamo sostegno morale nel riconoscimento di noi cubani in esilio in Europa, e della nostra lotta pacifica come atto di un popolo diviso e di una patria usurpata da più di mezzo secolo: "La patria è felicità di tutti e dolore di tutti, e cielo per tutti, non è feudo o cappellania di nessuno," diceva José Martí.
La nostra organizzazione “Unione per le Libertà a Cuba,” dall’Italia si propone umilmente come base per un processo di riconoscimento della lotta civile e pacifica del nostro esilio, cominciando a svolgere una funzione intermediaria dinanzi all’Unione Europea.
Carlos Carralero, tel. 377 30 98 740
Presidente Unione per la Libertà di Cuba
Joel Riveron Rodríguez, Segretario e Portavoce
Andria Medina Rojas , segretaria
domenica 29 novembre 2009
LETTERA ALL'ON.DENIS VERDINI
Egr. On. Denis Verdini
e p.c. ai parlamentari del PDL.
Sono un simpatizzante del PDL, almeno per ora.
Vorrei farLe presente che ho sempre votato nell’area di cdx anche prima della costituzione del nuovo partito, oggi ho delle forti perplessità a continuare a votare il partito di cui Lei è il coordinatore, data la presenza dell’on. Fini ormai orientato verso una sinistra obsoleta e logora che lui chiama farefuturo.
Non passa giorno che lui ed i suoi seguaci, intralcino il lavoro, già di per sé difficile, di questo governo, con dichiarazioni degne di Di Pietro.
Inoltre quella presentazione al 22/23 dicembre della legge sulla cittadinanza breve, in combutta con il PD , è al di fuori di ogni logica e soprattutto contraria al mandato che noi elettori Vi abbiamo conferito.
Sarà mia cura controllare quali deputati del PDL abbiano votato per questa legge, al fine di non votarli mai più.
Oltre a questo ho riscontrato, la mancata difesa di SB, dalla magistratura rossa, da parte del presidente della camera ed anche una certa “tiepidezza” da parte del resto del partito.
La lettera che le sto scrivendo, pur essendo a titolo personale, è condivisa da moltissime mie conoscenze sia reali che di web.
Posso quindi dire, che alle prossime regionali, se troviamo in lista candidati finiani, non esiteremo a votare per altro partito che dia garanzie sull’immigrazione, sulla sicurezza e che contrasti lo strapotere di questa Europa che si sta profilando orwelliana. Un’ Europa che svilisce tutte le nostre tradizioni, che annienta la nostra cultura, che porterà alla fine della Civiltà occidentale. Cerchiamo almeno di salvare l’Italia, non tanto per noi quanto per i nostri figli.
Distinti saluti
P.S
Se avesse del tempo Le consiglio di leggere questi post, con i relativi commenti sono una minima parte di quello che gira sul web di questo tenore. Non sottovaluti la “base” del CDX, non è trinariciuta.
http://sauraplesio.
http://orpheus.
http://laltrasponda
http://mangoditrevi
http://blacknights1
http://gio88-
lunedì 2 novembre 2009
Aborti clandestini
Ciononostante, pare che non vengano quasi praticamente perseguiti, e neppure esiste attenzione riguardo ad una tale immane strage, al cui confronto gli omicidi di mafia e delinquenza impallidiscono, avendo dimensioni di molto minori.
L’aborto illegale viene frequentemente condotto tramite un farmaco disponibile nelle farmacie (il cui nome mi rifiuto recisamente di scrivere), progettato per altri usi e fini, ma impiegabile appunto quale abortivo. Le spiegazioni riguardo a come servirsi di questo medicinale quale abortivo sono fornire in Rete da alcuni siti nei quali si spiega quale sostanza assumere, e secondo quali dosi e modalità.
Questi siti compiono un’opera a tutti gli effetti criminale, poiché illustrano in quale modo uccidere illegalmente esseri umani a persone (per lo più ragazze adolescenti o donne immigrate) a ciò intenzionate. Il fatto è di gran lunga più gravi dell’esistenza di gruppi su Facebook in si auspicava la morte di Berlusconi, poiché i siti in questione non si limitano a formulare speranze, bensì forniscono le informazioni necessarie per compiere un crimine, ben sapendo che giungeranno a donne che intendono tradurlo in atto. E’ bene ricordare come i Radicali italiani nel loro sito forniscano informazioni riguardo a tale farmaco, e ne consiglino l’utilizzo (del tutto illegale quale abortivo), in questo modo violando la legge 194 stessa, che loro hanno caldeggiato e difendono come intoccabile, e rendendosi complici dell’uccisione dei bambini così abortiti clandestinamente ed illegalmente.
Va aggiunto che i farmacisti sovente vendono il farmaco in questione senza alcuna ricetta medica, malgrado esso la richieda, violando essi stessi la legge e facendosi complici, involontari o volontari, dell’aborto illegale, ovvero un assassinio.
20.000 morti assassinati all'anno con simili metodi non sono un evento secondario, ma una strage gigantesca, superiore a quella di tutte le altre vittime italiane di morte violenza computabili in un anno. Il minimo che si possa fare è oscurare certi siti, perseguire penalmente chi fornisce le informazioni necessarie per abortire illegalmente e consiglia tale pratica (come i Radicali italiani), imporre rigidamente ai farmacisti di vendere il farmaco in questione solo ed unicamente sotto ricetta.
Naturalmente sarebbe indispensabile per far calare i numeri di aborti un'effettiva prevenzione, specie finanziando i consultori, i quali hanno salvato un numero altissimo di vite umane, dissuandendo donne dall'abortire, ma si basano quasi esclusivamente su finanziamenti privati.
mercoledì 28 ottobre 2009
Proibire la RU486, la pillola omicida
Il sito al momento sta conducendo un'azione, destinata a senatori e deputati, in cui si chiede loro di sospendere l'approvazione della famigerata RU486, la famigerata pillola abortiva definita giustamente un "pesticida umano"
Proibire RU486 - Pillola omicida
"La decisione dell’agenzia del farmaco di commercializzare e distribuire la Ru486 in tutte le strutture sanitarie del Paese è un evento di importanza assolutamente epocale. Del resto avevamo già notato, ai tempi dell’infelicissima esperienza di Eluana Englaro, che l’imbattersi della nostra società contro l’urto della mentalità laicista e anticristiana sta obiettivamente demolendo i punti sostanziali, sul piano antropologico ed etico, che hanno retto per più di due millenni la nostra tradizione italiana".
(Mons. Luigi Negri, Vescovo di San Marino, 4/8/2009)
La RU486 si ingerirà anche in Italia - a casa o in ospedale -, come si ingerisce nella maggior parte del cosiddetto mondo civile (verso il quale noi non abbiamo nessuna voglia di andare), e poi il meccanismo avrà il suo inesorabile e tragico esito.
Questa assenza totale del rispetto per la vita, che è il rispetto per la persona e il suo destino, farà sì che il rispetto per la capacità di intelligenza dell’uomo, per la sua dedizione, per la sua capacità di sacrificio con cui le generazioni precedenti hanno costruito una società fortemente ispirata dal cristianesimo, ma sostanzialmente laica nelle sue motivazioni e nelle sue determinazioni di fondo, scompaia.
Noi siamo qui a sentirci dire che questo è il progresso, che questa è la vera autodeterminazione della donna e che questa è una società a misura della razionalità e della libertà dell’uomo.
Invece è una società a misura dell’irrazionalità e della violenza dell’uomo.
La moralità pubblica rappresentata dalla Ru486 è la moralità che copre il nostro Paese di una coltre terribile, la coltre dell’indifferenza e della violenza.
Facciamo sentire la nostra indignazione e chiediamo ai politici di provvedere affinché l’Agenzia del Farmaco ritiri subito il “pesticida umano” dalle vendite.
Invitiamo a scrivere ai politici della propria circoscrizione attraverso il "sistema portalettere" di FattiSentire.net, utilizzabile all'indirizzo
http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail2
Il testo della tua e-mail giungera' a tutti i deputati e senatori appartenenti a partiti nominalmente non ostili alla famiglia.
domenica 25 ottobre 2009
Abolire i finanziamenti a Radio Radicale
Per quanto concerne la sua ingiustizia ovvero illegittimità, essa è sostenibile sulla base almeno di quattro ragioni diverse.
In primo luogo, è perlomeno discutibile che un servizio pubblico, di grande delicatezza ed importanza, sia affidato non soltanto ad un privato anziché alla radio pubblica, ma persino alla radio di un singolo partito.
In secondo luogo, la convenzione per la trasmissione delle sedute parlamentari non viene ad essere posta a concorso fra diversi concorrenti, come invece accade praticamente per tutte le altre funzioni pubbliche, di qualsiasi tipo esse siano.
In terzo luogo, la gravità di tale decisione, che conferisce un servizio pubblico ad un partito, ed in assenza di concorso, spicca ulteriormente se di tiene conto di come essa favorisca enormemente la diffusione e l’ascolto della propaganda politica radicale. Sintonizzarsi su Radio Radicale equivale ad ascoltare la sua attività di proselitismo a favore di droghe “libere”, eutanasia “libera”, aborto “libero”, sperimentazione “libera” su embrioni, immigrazione “libera”, interminabili concioni di Marco Pannella. L’ascolto stesso di Radio Radicale sarebbe molto minore in assenza di tale funzione pubblica: gli elettori di questo micro-partito giungono all’1%, forse il 2% dell’elettorato.
In quarto luogo, il dispendio di risorse finanziarie destinate a Radio Radicale è tanto più ingiustificabile se si tiene conto di come il ministro Tremonti abbia drasticamente decurato i finanziamenti pubblici a radio private. Quasi la totalità delle risorse disponibili per tale settore finiscono con l’essere assegnati unicamente a Radio Radicale, malgrado sia soltanto una fra le moltissime attive in Italia, e ne esistano molte altre, come quelle di area cattolica, che possono dire di svolgere una funzione culturale e sociale, essendo molto radicate a livello territoriale. Anche in questo si manifesta un’evidente disparità di trattamento.
Una valutazione della scorrettezza istituzionale dell’oneroso finanziamento pubblico a Radio Radicale è facile da compiersi: s’affiderebbe un analogo servizio pubblico, come ad esempio quello della “Gazzetta ufficiale”, ad un giornale di partito come, ad esempio, l’Unità o l’Avanti!, oppure a Il Giornale, che non è un vero quotidiano partitico, ma risulta notoriamente filo-berlusconiano? Certamente non accadrebbe, e se lo si facesse, si parlerebbe a ragione di una decisione se non illegale perlomeno ingiusta.
Oltre ad essere ingiusta, la convenzione con Radio Radicale è assurdamente anti-economica. La RAI è un carrozzone dalle dimensioni elefantiache, con un personale molto più numeroso di Mediaset, malgrado il bacino d’utenza si all’incirca lo stesso. Non si comprende l’esigenza d’affidare un servizio pubblico, per il quale esiste una specifica istituzione ad esso designata, ad un privato.
Infatti, dal 2 febbraio 1998, la RAI, nel rispetto della Legge Mammì, ha iniziato a trasmettere le sedute parlamentari e i relativi approfondimenti attraverso GR Parlamento: Radio Radicale ha in questo modo perso la sua insostituibilità e peculiarità quale fornitrice delle dirette parlamentari. Il paradosso anti-economico della vicenda è paragonabile, mutatis mutandis, all’esistenza di corporative private chiamate alla pulizia delle scuole, malgrado l’esistenza di un gran numero di bidelli. Se questi sono capaci di pulire gli istituti scolastici, a che cosa servono le costose cooperative private? Se invece non sono in grado, come si giustifica la loro esistenza?
Non sarebbe possibile, e di gran lunga preferibile, affidare l’incarico di trasmissione delle dirette parlamentari unicamente alla RAI? Si risparmierebbero 30 milioni di euro, essendo il contratto triennale, e s’eviterebbe l’ingiustizia di un servizio pubblico assegnato ad un partito, per di più in assenza di concorso.
Questo è, fra gli altri, il parere di un senatore del Partito delle Libertà, Alessio Butti, capogruppo del Pdl nella Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai. Egli sostiene almeno dal 1998 la tesi che questa forma di finanziamento pubblico ad una radio privata sia immotivata ed indifendibile. La funzione di trasmissione delle sedute parlamentari richiede un operatore pubblico e neutrale. Il senatore Brutti ricorda come il “finanziamento di una rete nazionale privata deputata a trasmettere le sedute del Parlamento poteva essere giustificato e tollerato soltanto in una fase transitoria”, ed infatti era proprio questa l’intenzione del legislatore. Dal momento in cui la RAI ha iniziato a trasmettere le sedute parlamentari, tale incarico assegnato a Radio Radicale, e le relative somme elargite in pagamento, risultano realmente prive di senso.
domenica 20 settembre 2009
Pericolo turco per l'Europa. Parte seconda
E’ indubbio come le forze laiche e filo-europee turche esistano e siano molto diverse da quelle degli islamici, manifestandosi soprattutto nei partiti nazionalisti turchi, tuttavia anche questo movimento medesimo è sovente contiguo all’ideologia ed alle aspirazioni dei filo-islamici. Infatti, il nazionalismo turco attinge da due tradizioni politiche, che hanno la proprio fonte rispettivamente nei “Giovani Turchi” di Kemal e nell’istituto imperiale del sultanato.
I veri e propri sostenitori dello stato laico e dell’adesione alla cultura europea sono gli alti gradi dell’esercito turco, che appartengono per tradizione alla massoneria. I “Giovani Turchi” di Mustafà Kemal erano infatti, notoriamente, un’associazione massonica, che aveva in questo modo trasmesso in Turchia molti dei principi fatti propri dalla massoneria europea, in primis la laicità dello stato.
Tuttavia, i nazionalisti attuali, malgrado si dichiarino abitualmente “laici” e “filo-europei”, uniscono a tali affermazioni di principio atteggiamenti opposti. La politica estera turca ha ricercato, sin dalla dissoluzione degli stati socialisti, di ripristinare la propria influenza nell’area balcanica, (secolare possedimento coloniale turco, sino ad inizio Novecento), agendo sulla cosiddetta “dorsale verde” ovvero islamica, che comprende le minoranze mussulmane dei Balcani, presenti in Bulgaria, Grecia, Bosnia ed Albania. Gli islamici dei Balcani, convertitisi in seguito all’invasione turca e talora imparentati etnicamente coi Turchi stessi (come in Bulgaria), vedono in Istanbul il proprio secolare patrono. Un esempio preoccupante della politica estera turca nei Balcani si vide durante la guerra di Bosnia, durante la quale il governo di Ankara minacciò più volte d’intervenire in guerra a fianco dei “fratelli mussulmani” di Bosnia. In anni più recenti, si è sfiorata la guerra con la Grecia, teoricamente paese alleato in quanto anch’esso membro della NATO, avendo la Turchia rivendicato il possesso di alcune isole greche nell’Egeo, malgrado appartengono a stirpi elleniche da oltre 3000 anni. Frattanto, rimane sempre irrisolta la questione di Cipro, isola divisa in due parti, turca e greco-cipriota, dopo l’invasione dell’esercito turco che ne occupò la parte settentrionale.
Inoltre, il nazionalismo turco guarda non solo all’Europa, ma anche all’Asia quale proprio modello di riferimento. L’ideologia nazionalistica del “turanismo” o “pan-turchismo” si propone l’unificazione di tutti i popoli turchi, sparsi dal Mediterraneo sino all’Asia centrale. Il nucleo principale di stirpi turche al di fuori dalla Turchia in senso stretto si trova naturalmente nelle cosiddette repubbliche post-sovietiche dell’Asia centrale, come il Turkmenistan, tuttavia gruppi di etnia turca si ritrovano anche nel Caucaso, in Iraq, in Iran. Il Turco si sente appartenente ad una famiglia di popoli tutti residenti nel continente asiatico, tutti islamici, e che furono per secoli riuniti all’interno dell’istituto califfale.
Manifestazione tipica dell’associazione esistente nel nazionalismo turco fra appartenenza etnica e religiosa è data dal partito politico dei “Lupi grigi”. Il Partito di Azione Nazionale, MHP, altro non è che espressione partitica dell’associazione semi-segreta detta dei “Lupi grigi”, ben radicata in ambito universitario e nell’esercito. Esso è teoricamente “laico” ed avversario degli islamici propriamente detti, però riconosce nell’Islam uno dei tratti peculiari del carattere nazionale turco, e si propone di difenderlo.
Questo partito denuncia infatti un (fantomatico) rischio della perdita dell'identità islamica del Paese, che sarebbe minacciata sia dal processo di integrazione europea, sia da una inesistente attività di proselitismo di missionari cristiani. Il MHP, che nel 1999 è giunto ad ottenere il 18% dei voti, ed attualmente oscilla al 10%, presenta così una doppia faccia. Da una parte si proclama “laico” e favorevole all’ingresso nella UE, dall’altra predica la difesa dell’Islam (i suoi militanti si sono resi responsabili negli anni di una gran quantità di atti di violenza contro le minuscole minoranze religiose presenti in Turchia) e sostiene che l’Europa costituisce un rischio per l’identità mussulmana turca.
La Turchia pretende infatti di mostrarsi quale “europea”, però rimane una nazione profondamente asiatica ed islamica nella sua natura profonda, come dimostrano i miti di riferimenti del nazionalismo turco: il lupo grigio, mitica figura di animale-totem che avrebbe guidato i Turchi nell’invasione dell’Anatolia, ed "Ergenekon", altrettanto mitica terra d’origine di tutte le popolazioni turaniche, situata in una imprecisata regione dell’Asia remota. Con l’eccezione di una minoranza della popolazione, i nazionalisti stessi, principale forza politica alternativa agli islamici dichiarati, non sono affatto né “laici”, né “europei”.
martedì 15 settembre 2009
Pericolo turco per l'Europa. Parte prima
Sono molti ed importanti i gruppi di pressione favorevoli alla Turchia nella UE, specialmente ma non esclusivamente negli ambienti di sinistra. In passato i maggiori oppositori a tale idea sono stati l’allora cardinale Ratzinger, che non esitò a definire “antistorico” il possibile ingresso turco nell’Unione, ed il presidente della Convenzione Valéry Giscard d’Estaing, che definiva l’eventualità suddetta come «la fine dell’Unione Europea».
I vari governi italiani succedutisi negli anni, sia di centro-sinistra, sia di centro-destra, hanno però sempre mantenuto un atteggiamento turcofilo. Lo stesso Silvio Berlusconi si è detto pubblicamente e ripetutamente favorevole all’ipotesi dell’ammissione della Turchia alla UE.
Le ragioni che sono portate a sostegno dell’adesione turca sono di natura geo-politica, economica, militare, persino demografica. La Turchia aprirebbe la strada alla UE per una penetrazione nel cuore del Vicino Oriente, ne accrescerebbe il peso economico, gli fornirebbe un alleato con un esercito numeroso e disciplinato, e ne compenserebbe in parte il drammatico calo demografico. In realtà, un’analisi della Turchia contemporanea, della sua storia e delle conseguenze di una sua eventuale entrata nella UE dovrebbe concludere decisamente a sfavore di tale decisione.
Sono molte le ragioni che obstano ad una simile eventualità: la prima, ma certo non l’unica, è la natura profondamente islamica della nazione turca.
Come vuole la massima di Orazio Flacco, “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”. Questo principio è applicabile, con tutte le cautele del caso, al rapporto fra Turchia ed Islam. Quello turco è un paese islamico a cui una minoranza, piccola ma potente, ha cercato d’imporre una laicizzazione ed europeizzazione. I “Giovani Turchi”, massoni, atei ed anti-religiosi, hanno tentato di cancellare dallo Stato e dalla vita pubblica ogni aspetto della tradizione islamica: il califfato fu abolito, con ciò segnando la fine dell’istituto religioso centrale dell’Islam sin dalla morte di Maometto; la costituzione fu promulgata avendo come suo modello quella francese, l’intera legislazione fu basata sui principi del diritto romano ed ispirata nei suoi contenuti specifici a quelle di paesi europei, così istituendo, fra l’altro, il matrimonio civile monogamico ed abolendo l’insegnamento religioso nelle scuole. Anzi, si giunse a sostituire l’alfabeto arabo con quello latino, a proibire l’impiego di termini derivanti dall’arabo o dal persiano, a confiscare i beni religiosi e sciogliere le confraternite sufite (“tariqa”).
Ciononostante, la Turchia è rimasta nel profondo un paese molto legato all’Islam, tanto che la religione ha gradualmente ripreso importanza nella vita pubblica stessa:
-nel 1950 la preghiera è ritornata in arabo, che per l’Islam è “lingua divina”, perlomeno nella sua forma classica, cioè nella lingua coranica
-nel 1969 per la prima volta un osservatore turco ha preso parte ad un vertice dei paesi islamici; -nel 1976 i ministri degli esteri dei paesi mussulmani si sono riuniti ad Istanbul;
-nel 1982 è ritornato obbligatorio l’insegnamento della religione nelle scuole primarie;
-nel 1986 è stata promulgata una legge che prevede la reclusione per i reati di blasfemia;
-durante la guerra di Bosnia il governo turco ha minacciato più volte l’intervento armato a sostegno dei mussulmani bosniaci.
-In anni più recenti, i partiti islamici hanno vinto le ultime tre elezioni nazionali, venendo dapprima estromessi dal governo dall’intervento dei militari, tradizionali custodi della laicità voluta dai “Giovani Turchi”, salvo poi ritornarvi e prendere il controllo del parlamento, del governo ed ora anche della presidenza della Repubblica.
-le piccole minoranze religiose ancora presenti sul suolo turco, scampate alle stragi che colpirono Armeni, Greci (zona di Smirne) ed Arabi cristiani, sono fortemente discriminate. Nel paese sono 90.000 gli imam stipendiati dallo Stato e 85.000 le moschee attive, una per ogni 350 cittadini: il più alto numero pro capite di moschee nel mondo. Invece, le chiese cristiane si vedono fortemente ostacolare la loro attività con ogni sorta di pretesti, come il respingimento sistematico delle richieste di costruzione di chiese o la negazione di determinati diritti di proprietà.
Soprattutto a partire dagli anni Settanta, sotto l’influsso della potentissima organizzazione internazionale dei “Fratelli musulmani” (la “massoneria islamica”, sorta in Egitto ad inizio Novecento, e genitrice di gran parte dell’odierno fondamentalismo islamico), ha avuto inizio un processo di reislamizzazione del paese, culminato nel 2002 con l’ascesa al governo del Partito della giustizia e dello sviluppo (AKP) di Recep Tayyip Erdogan. I partiti laici nazionalisti sono essi stessi in declino, mentre, dietro alle due metropoli laiche di Istanbul ed Ankara, si stende un’immensa provincia non solo molto conservatrice sul piano religioso, ma che anzi dimostra di respingere sempre più la modernità stessa ossia vede un’avanzata dell’Islam tradizionale. Anzi, fra le giovani generazioni turche pare che l’attaccamento alla versione integralistica della propria religione stia crescento. Non casualmente, i capi di governo e di Stato che oggi guidano il paese, rispettivamente il presidente del consiglio Erdogan ed il presidente della repubblica, Abdullah Gül, sono due discepoli di Necmettin Erbakan, il teorico della reislamizzazione della Turchia.
In breve, la Turchia, malgrado i tentativi quanto mai decisi dei militari (i cui vertici sono massoni, atei e marcatamente anti-religiosi), di assicurarle uno stato laico ed aconfessionale, si sta gradualmente re-islamizzando, con ciò segnando il fallimento del progetto politico di Mustafà Kemal.La civiltà occidentale ha alle sue basi la grecità e la romanità, e su tale impianto si è poi innestato il cristianesimo. L’Islam è una religione, anzi una civiltà, troppo diversa e probabilmente incompatibile con quella europea, già solo sul piano strettamente politico: la sharia, la legge coranica, non può essere conciliata con il diritto romano. Eppure, per quanto importante, la re-islamizzazione della Turchia non è il solo motivo che dovrebbe indurre a tenere questo stato al di fuori della UE.
lunedì 10 agosto 2009
Lettera di un impuro garantista al puro governatore della Puglia Nichi Vendola (click)
Gentile Presidente,
di fronte alla lettera che lei ha deciso d’inviare al Pubblico Ministero della Dda di Bari Desirè Digeronimo, un garantista prima rabbrividisce, ma poi non riesce a trattenere un moto d’intima soddisfazione.
Rabbrividisce perché al “proprio giudice” può scrivere George Simenon, in forma letteraria. Può rivolgersi Paolo Cirino Pomicino, quando credendosi prossimo alla fine convocò Di Pietro al proprio capezzale, in forma intima. Non può indirizzarsi un politico in servizio permanente effettivo e nel pieno delle proprie funzioni che abbia la minima cognizione della divisione dei poteri e di cosa essa comporti.
Tale divisione impedisce infatti un approccio pubblico diretto. Ciò non significa che ogni decisione della magistratura debba essere accettata con rassegnazione. La si può criticare e persino smontare. Ma quel che non è consentito neppure ai puri, signor Presidente, è ammiccare, oscuramente insinuare, alludere. Se sa qualcosa parli, in modo che l’opinione pubblica possa giudicare sulla base di fatti. Ma, la prego, non faccia riferimento a “reti di amici e parenti” o a magistrati “rei” di aver preso parte a delle feste, dicendo e non dicendo. Questo linguaggio, le assicuro, non si addice ai puri e nemmeno ai politici, soprattutto se gravati da responsabilità istituzionali. E, infine, non si stracci le vesti se l'acquisizione degli atti possa riguardare anche la gestazione di alcune leggi presso la sua giunta. Quelle leggi, infatti, vanno rispettate in quanto tali e nessun magistrato può minarne la validità (come è bello vedervi riscoprire il primato della politica e temere di fronte al rischio che l’attività giudiziaria ne invada il campo!). Ma scoprire se il legislatore abbia agito in coscienza e spinto da legittimo interesse, ovvero sia stato motivato da pressioni illecite, questo – sia consentito dirlo a uno assai meno puro di lei - può e deve essere compito del magistrato, soprattutto se l’ipotesi è suffragata da indizi.
E’ l’ultima parte della sua lettera, però, che dalla disapprovazione porta il garantista ad assaporare uno stato di intima soddisfazione. E' quando parla degli effetti della “incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta”. E’ quando, al quarto punto, si riferisce a quel circolo mediatico giudiziario per il quale il risultato degli accertamenti perde di significato, in quanto il vero effetto politico, di condanna, lo si riceve dalla spettacolarizzazione delle indagini compiuta dai mass media indipendentemente dalla propria posizione, dall’esito dell'eventuale processo, dal giudizio finale.
Vorrei assicurarle, signor Presidente, che questa sorte negli ultimi quindici anni non è toccata solo a Lei. Vi sono decine e decine di uomini politici che hanno affrontato il disonore, l’ingiustizia e a volte il carcere, per poi vedersi assolti da ogni colpa. Quando nei confronti del suo avversario e predecessore, l’onorevole Raffaele Fitto, sono emersi chiaramente i tratti del fumus persecutionis, egli ha protestato, si è difeso a viso aperto ricevendo l'applauso bipartisan del Parlamento, ha scontato - nel migliore dei casi - anche il suo assordante silenzio, signor presidente. Ma non per questo ha mostrato la presunzione fatale che lei oggi ostenta.
Perché questo è il vero punto in questione. Da quel che lei denuncia - legittimamente dal suo punto di vista - non ci si difende dividendo il mondo in buoni o cattivi, insultando Totò Cuffaro o auto-attribuendosi patenti di purezza. E’ questa cultura che anche lei ha alimentato che ora le si rivolta contro. Perché la tutela che lei invoca per sé deve valere per tutti, fino a quando una verità giudiziaria (e anche in quanto tale comunque imperfetta) non venga accertata.
Lei cita a dimostrazione della diversità della sua posizione il fatto di non essere indagato. Non è un elemento decisivo. Dovrebbe saperlo meglio di me: in una imputazione può incorrere qualsiasi politico che si trovi a gestire la cosa pubblica, e che non per questo deve essere crocifisso e passare dal banco degli accusati a quello dei colpevoli. Vede, signor Presidente, sarebbe stato più nobile e puro, anche se assai più difficile, se quelle garanzie che invoca per sé le avesse richieste per il suo ex assessore Alberto Tedesco, che Lei prima ha politicamente difeso, sbagliando, e gridando al “sabotaggio” di fronte alle critiche dell’opposizione, e di cui poi si è sbarazzato alle prime avvisaglie giudiziarie, scaricando indebitamente sulla presunta “questione morale” un fallimento politico che è anche suo.
Ne può stare certo: io, così come tutti i garantisti del centrodestra, è sempre su questo piano politico che continuerò ad attaccarla. Ma lei, se vorrà sortire qualche effetto, piuttosto che scrivere indebitamente al pm Digeronimo, racconti la sua storia alle orde dei suoi colleghi giustizialisti. Quelli che ogni giorno, dall'alto di una presunta purezza, gettano discredito sui loro avversari politici in quantità, le assicuro, ben maggiori di quelle che lei ha ricevuto addosso. Perché solo se un po’ di cultura garantista entrerà nel dna delle nostre istituzioni e nelle ragioni di condivisa legittimità della nostra vita pubblica, vi potrà essere salvezza per i puri, per i presunti puri e anche per i meno puri, che non per questo meritano la gogna.domenica 2 agosto 2009
I due mesi di vacanza dei giudici (click)

Tobia De Stefano
Come eran belli i tempi della scuola. Quando si andava in ferie mentre la primavera lasciava il posto all’estate e prima di inizio settembre prof e responsabilità diventavano solo un lontano ricordo. Alzi la mano chi, raggiunta la maggior età, non lo ha pensato almeno per una volta. Salvo poi immalinconirsi all’inevitabile riflessione che quei tempi non sarebbero più tornati.
Per molti, ma non per tutti. O almeno non per i magistrati, quelli che in un recente libro, il giornalista dell’Espresso, Stefano Livadiotti, definisce “l’ultracasta”.
I nostri giudici, infatti, dopo aver studiato giurisprudenza e superato l’esame di ammissione, si riscoprono di colpo “bambini”. E non ci sono crisi economiche o lungaggini processuali che tengano, loro si pappano ben 51 giorni di ferie all’anno. Quasi due mesi. Come tornare adolescenti.
Tanti, troppi, verrebbe da dire. Viste anche le croniche inefficienze del funzionamento della giustizia in Italia. Ma quelli dell’ultracasta non sentono ragioni e rilanciano i ricordi nostalgici degli anni passati, quando, fino al ’79, i giorni di vacanza raggiungevano addirittura quota sessanta.
Oggi, invece, tocca “rimboccarsi le maniche” perché le porte dei tribunali si chiudono il primo agosto e il 15 di settembre già riaprono. E anche se a questi 45 giorni ne vanno aggiunti altri 6 di festività soppresse, gli stakanovisti del Palazzo di Giustizia non sono del tutto soddisfatti. E replicano piccati agli amanti dei confronti internazionali, quelli che guardano con ammirazione ai 30 giorni di ferie delle toghe spagnole e tedesche e al lavoro ininterrotto dei colleghi d’Inghilterra che si fermano per un periodo inferiore in quattro spezzoni diversi dell’anno. Per l’ultacasta non sono raffronti da fare.
E allora viene da chiedersi: ma quanto lavorano davvero i nostri giudici? Se alle ferie si aggiungo le domeniche e le diverse festività, il calcolo complessivo arriva a una media di 1560 ore di lavoro l’anno. Lo dice una delibera del Csm (l’organo di autogoverno della magistratura) citata nel suo libro dallo stesso giornalista dell’Espresso.
In altre parole: se sottraiamo ai 365 giorni le 52 delle domeniche, le ferie e le festività varie, i nostri magistrati restano in ufficio circa quattro ore al giorno.
La provocazione
Un “bel lavorare”. Anche perché, è quasi impossibile controllare l’effettiva presenza delle toghe nel Palazzo di competenza. Da qui la provocazione del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta. «Ma perché non installiamo i tornelli anche all’ingresso dei tribunali?», aveva proposto mister antifannulloni. Niente da fare. Il progetto è stato subito rispedito al mittente. “Vuol dire non aver idea del nostro lavoro. Noi non conosciamo fine settimana e spesso ci portiamo il lavoro a casa”, questo il senso della piccata replica delle toghe di casa nostra.
Sarà anche vero. Ma i numeri, quelli messi in fila dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, raccontano un’altra realtà. Quella di una produttività ai minimi storici.
Le toghe del Belpaese, infatti, chiudevano 654 fascicoli all’anno nel 2001 contro i 533 del 2006. Complessivamente, l’arretrato civile è di 5 milioni 425 mila fascicoli, quello penale di 3 milioni 262 mila.
E così va a finire che un processo civile si protragga in media per poco meno di tre anni nel primo grado e per cinquanta mesi nel giudizio di appello.
E nel penale? I tempi si riducono a 426 giorni per la prima sentenza e due anni per l’appello. Quanto basta per dire che (forse) anche i giudici di casa nostra potrebbero riconsiderare l’idea di rientrare negli standard europei, almeno quelli spagnoli e tedeschi, e decurtarsi le ferie di un paio di settimane. Senza contare che una riapertura dei tribunali anticipata al primo settembre avrebbe la funzione, non secondaria, di rafforzare il rapporto non proprio idilliaco tra i cittadini e chi li deve giudicare.
L’insofferenza
Uno stato di insofferenza, ormai ai massimi storici, soprattutto per chi dovesse confrontare il proprio monte ferie con il mese corto dei 24 componenti del Csm (16 togati e 8 laici). Secondo i calcoli dello stesso Livadiotti, infatti, gli uomini predisposti all’autogoverno della magistratura lavorano ogni anno 144 giorni su 365. Neanche uno su due. Perché a Palazzo dei Marescialli si ”fatica” solo tre settimane su quattro, che al netto dei week end, del venerdì riservato alla sezione disciplinare e delle varie “agevolazioni” fa appunto il miracoloso numero di 144.
Troppo facile per Renato Brunetta accaparrarsi il consenso della stragrande maggioranza degli italiani. Dopo i tornelli, infatti, il ministro ha spostato l’obiettivo sulla trasparenza e sta studiando l’estensione anche ai giudici e ai professori dell’obbligo di pubblicazione in rete di curriculum, tassi di assenza e stipendi. Dati, a oggi, quasi inaccessibili e soggetti a diverse interpretazioni.
Quel che è certo è che “gli ingaggi” dei professionisti della giustizia sono in costante aumento. Nel 2003, infatti, i 9.043 giudici e pm costavano allo Stato circa 842 milioni. Tre anni dopo, il numero era sceso a 9.019, con un monte stipendi lievitato però a 978 milioni. Più 16 per cento.
Ma vale la pena controllare anche un’altra fonte. Quella della Corte dei Conti. Secondo la magistratura contabile dello Stato, lo stipendio medio pro capite di un giudice è passato dai 97 mila euro annui del 2003 ai 107 mila del 2005. Con un trend visto in risalita anche per gli anni a seguire.
Come a dire: cari colleghi, non vi preoccupate, qui ce n’è in abbondanza per godersi fino a fine settembre le tanto agognate vacanze.
venerdì 8 maggio 2009
lunedì 30 marzo 2009
sabato 28 marzo 2009
martedì 24 marzo 2009
Come ripensare il ruolo dei privati nella cultura
http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Focus/IBL_Focus_127_Cavazzoni.pdf
lunedì 23 marzo 2009
La nuova strategia USA umilia i Paesi arabi moderati
Il Giornale, 22 marzo 2009
È stato molto interessante osservare il linguaggio corporeo del presidente Obama mentre mandava il suo messaggio di pace all’Iran e quello di Alì Khamenei mentre gli rispondeva. Il primo fervoroso, intento, con le mani e con gli occhi, a mostrare la maggiore simpatia possibile; il secondo ieratico, alieno dalle forme, occupato solo dal suo scopo divino. E lo ha snocciolato calmo e lento, spiegando in sostanza che gli Usa devono mostrare nei fatti, e non con le parole, rispetto.Ciò vuol dire che Obama, per essere amico dell’Iran, deve smettere di ostacolare la costruzione della bomba atomica, ormai allo stadio ultimo dell’arricchimento o al primo di assemblamento, a seconda di fonti americane o israeliane.Comunque ormai basta poco tempo perché tutto il mondo sia sotto la minaccia atomica degli ayatollah. Essere amico dell’Iran, dice inoltre in sostanza Khamenei, significa abbandonare l’insopportabile abitudine di difendere l’esistenza di Israele e lasciare che si compia sul popolo ebraico la soluzione finale più volte annunciata da Ahmadinejad.Vuole anche dire abbandonare, come del resto si legge già nel discorso di Obama, ogni distinzione tra il governo teocratico e autoritario, che impicca gli omosessuali e rinchiude i dissidenti, e il nobile popolo iraniano che ha dato molte volte segno di volersi ribellare.Obama, dunque, ha avuto un sostanziale «no», ma non lo accetterà come risposta. Per esempio, Hillary Clinton terrà probabilmente duro nel suo invito all’Iran alla conferenza per l’Afghanistan: evidentemente non turba Obama il fatto di scontentare gravemente tutti i Paesi moderati arabi su cui fino ad oggi gli Usa avevano puntato le speranze per un Medio Oriente equilibrato.Infatti, chiamare Ahmadinejad al desco internazionale è azione che dispiace assai agli egiziani, ai sauditi, ai libanesi e ai palestinesi moderati, e tutti quanti hanno invitato più volte Ahmadinejad a starsene fuori dal campo di Gaza, del Libano e perfino dal Bahrein, che l’Iran rivendica come suo.La profferta di pace obamiana, seguita dall’affettato «no» di Khameni, esalta alle stelle l’integralismo islamico militante, anche perché tutti gli amici e i famigli dell’Iran seguitano a ricevere segni di incoraggiamento, mentre le prime pagine dei giornali occidentali applaudono.Nella generale amnistia ideologica in corso, infatti, Assad gioisce perché il processo per l’omicidio del leader libanese Rafik Hariri, di cui erano accusate le massime gerarchie siriane, legate all’Iran da sempre, verrà certo edulcorato contro la falsa promessa di Assad stesso di aprirsi a un processo di pace con Israele.E mentre l’Aiea individua sul terreno siriano i resti di una struttura atomica, e si definisce chiaramente l’assistenza iraniana al progetto, si mandano due inviati americani a Damasco; inoltre, l’Inghilterra ha fatto in questi giorni profferte agli Hezbollah, longa manus iraniana e siriana, mentre Nasrallah di nuovo promette la distruzione di Israele insieme alla sua vittoria nelle prossime elezioni di giugno in Libano; Hamas, legata come è agli iraniani, rifiuta l’accordo con Fatah e chiama Abu Mazen traditore solo che accenni a un accordo con Israele, sicura che tanto l’Iran le darà conforto anche economico.La strategia americana di questo momento, dunque, umilia i moderati perché esalta gli estremisti. E soprattutto mette Israele in una condizione di incertezza vitale così seria da poterlo spingere a un gesto estremo.È una strategia saggia? A noi pare alquanto avventurista, anche perché ogni giorno di salamelecchi occidentali viene usato dagli ayatollah per costruire la bomba e tessere una frenetica tela diplomatica per la vittoria dell’islam. L’apertura americana può creare un’ondata di trionfalismo islamico in tutto il mondo: Obama adesso farebbe bene a trovare il modo di smorzarlo.
domenica 8 marzo 2009
L ' uomo, la Natura, Leopardi e Beethoven.
Invitato da un blogger a fare un commento sul seguente passo del Leopardi:
«.....Bisogna distinguere tra il fine della natura generale e quella della umana, il fine dell’esistenza universale e quello della esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale dell’uomo e quello della sua esistenza. Il fine naturale dell’uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita, non è né può essere altro che la felicità, e quindi il piacere suo proprio; e questo è anche il fine unico del vivente, in quanto a tutta la somma della sua vita, azione, pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel dargliela e nel modificargliela, come anche nel modificare l’esistenza degli altri enti, e insomma il fine dell’esistenza generale, e di quell’ordine e modo di essere che hanno le cose e per se, e nel loro rapporto alle altre, non è certamente in niun modo la felicità né il piacere dei viventi, […] perché questa felicità è impossibile […]. Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere né la felicità degli animali; piuttosto al contrario» [Z 4127-4129, 1825].
Ho voluto fare un commento un po’ fuori dagli schemi…. Provate a leggere il Leopardi con il sottofondo della pastorale di Beethoven e fate attenzione ai suoi movimenti , soprattutto agli ultimi tre. La sesta sinfonia è un inno alla natura, dalla gioia del festoso incontro dei contadini, alla paura del temporale e, dopo la tempesta , come ringraziamento, il canto pastorale. Un’immagine ideale della natura, tradotta in sensazioni ed integrata dalla presenza dell’uomo, in una splendida miscellanea di suoni e colori. I contadini,interrompendo le danze, conosceranno la natura come forza funesta ,il temporale,mentre nel canto pastorale s’instaura un’armonia arcadica tra l’uomo e la natura stessa.E’ l’antica dicotomia tra vita e morte, tra gioia e dolore , per Beethoven è trionfante la gioia ,in Leopardi lo è il dolore.
ALBERT CI DICE DI LEGGERE QUI (click)
Sul Legno è stato aperto un thread dal titolo “Tecniche di comunicazione?”, a firma di Marco Cavallotti
Ad un commento di Ursus io ho fatto seguire il mio, che ti riporto qui sotto.
Un bambino, il giorno dopo la nascita, non sa già leggere e scrivere!
Vorreste consentire, alla neonata democrazia italiana, di provare a scrollarsi di dosso 60 anni di consociativismo di centrosinistra?
Abbiamo visto, nel quinquennio 2001/2006, cosa hanno significato la presenza in governo di due teste di legno come Casini e Follini.
Pensate che stiamo facendo le critiche al sesso degli angeli, e l'anno scorso, di sti tempi, c'era ancora al governo una massa eterogenea e sconclusionata di personaggi d'accatto che in 20 mesi ha fatto danni per 200 mesi.
Lasciamoli lavorare, altrimenti con questi discorsi anche il Legno rischia di figurare come quelli dell'opposizione, che aprono bocca per fare uscire solo aria in libertà.
E ringraziamo che in Italia c'è Berluscononi, che con tutti i suoi difetti, non ha mai tentato di camminare sulle acque, come invece sta facendo il messia d'America, che in meno di 2 mesi ha già dato prova di assenza d'acume politico e gestionale.
Albert
Guardate il seguito cliccando sul tiolo.
martedì 3 marzo 2009
Il mio agnosticismo
In una discussione,su un blog,sono stato invitato a precisare la mia posizione di agnostico su questo tema .
“Soggetto: i testi sacri (Bibbia, Vangeli, cabbala, brahmasutra, Libri del Tao, ecc”
Affermazione 1: sono l’espressione di un spirito creatore che si rivela agli uomini.
Affermazione 2: sono frutto di visionarieta’ e contraffazione umana.
La posizione agnostica cosa risponde? Forse che si forse che no?
Avevo due strade per rispondere a queste domande ,una prettamente filosofica, prendendo in esame tutte le prove dell’esistenza o della non esistenza di Dio, della veridicità o non veridicità dei testi sacri, ma avrei scritto una brutta ed inconcludente copia della storia della filosofia e quindi nihil novi sub solis. L’altra ,facendo storcere il naso a molti, soggettiva e vagamente letteraria.
Correrò questo rischio di far storcere il naso a molti.
Partendo dalla domanda che ho fatto a me stesso: perché sono agnostico?
Perché a differenza dei credenti, che credono nel credere e degli atei che credono nel non credere,io non so se credere?
Perché scalando la montagna della vita, l’ateo ha fede che in cima ci sia l’annichilimento della sua materia con la materia universale, il credente ha fede che ci sia il ricongiungimento con il Creatore ed io,invece, non so cosa ci sia?
Ai testi citati nella domanda possiamo aggiungere, corano, l’avesta, I Ching,in tempi più recenti anche il libro di mormon e molti altri.
Che tutta questa messe di libri siano stati scritti in seguito a “rivelazioni” di uno Spirito Superiore ,cioè di un Dio e non solo, ma di un unico Dio, in tempi e luoghi diversi mi sembra che rendano poco probabile l’asserzione di “rivelazione”.
Non credo che, questi libri, possano essere ammessi come prova dell’esistenza di Dio e nello stesso tempo non possiamo liquidarli come fantasticherie. Molti anni fa lessi un libro “La Bibbia aveva ragione”di Werner Keller, in esso venivano descritti alcuni episodi biblici, uno su tutti, il diluvio universale, che, solo dopo accurati studi archeologi e geologici, è stato possibile considerarli come realmente accaduti
Indubbiamente in tutti questi libri c’è scritta la storia dei primordi della civiltà, realtà, timori, usanze e credenze. Una volta ebbi una discussione, piuttosto accesa, con un blogger , decisamente ateo , sosteneva, infatti, che la Bibbia era un cumulo di fandonie citandomi la Genesi paragonata alla teoria del big bang. Gli risposi,fra l’altro, se,nella Genesi, avesse voluto trovarci anche le equazioni di campo di Einstein e la teoria dei quanti. Sono libri che occorre sapere interpretare, riportandoli al tempo in cui furono scritti e alla scarsa cultura delle popolazioni a cui erano indirizzati.
Capisco che la posizione degli atei sia difficile da sostenere, come diceva B.Russel, chiedetemi di dimostrare che non esistono gli dei dell’Olimpo e probabilmente non sarò in grado di farlo, ma tutte le posizioni dogmatiche sono antiscientifiche, antifilosofiche e antistoriche.
Fin dalla preistoria, l’uomo, che ha ben presente il concetto di forza e di potenza,gli servono,infatti, per sopravvivere, tende a considerare tutti gli accadimenti, non riconducibili alla sua volontà, come espressione di una “potenza”e di una “forza” superiori, spesso individuate nella Natura. La nascita, la morte, il concetto di vita stesso sono al di fuori della sua comprensione intellettuale.
Quale miglior soluzione del problema esistenziale attribuire “tutto” ad una o a più divinità? Onnipotenza, onniscienza,onnipresenza e immortalità, questi gli attributi divini, ma non riscontriamo, in essi, essere le carenze dell’uomo? Impossibilitato ad essere onnipotente, onnisciente e onnipresente ,cosa rimane, all’uomo, se non sperare e credere nell’immortalità, magari solo di una parte di sé? Trascendere la materia per andare ad identificarsi con lo Spirito creatore, quale fine ultimo della vita e per dare un senso di sicurezza alla precarietà dell’esistenza.
Ecco Shamash in Babilonia, Utu in sumerico, Shamas in accadico, Jahvé in ebraico, Brahman degli induisti ed è tutto un fiorire di divinità.
Chissà cosa avrebbe risposto Akhenathon, se qualcuno gli avesse detto, che il suo potentissimo dio Aton Ra, non è altro che un’ insignificante stella nana, ai margini di un’ insignificante galassia, immerso in un universo di miliardi di galassie? Per di più nato 4 miliardi di anni fa e la sua morte è prevista fra altri 5/6 miliardi di anni? Che il suo splendido sole, dopo aver esaurito il combustibile esploderà e dopo aver distrutto i pianeti, terra inclusa, spegnendosi e contraendosi lentamente, vagherà nello spazio come un relitto stellare?
Probabilmente nessuno si accorgerà della scomparsa del sole e della terra e tanto meno l’avvenimento avrà una qualche influenza sull’universo.
Fallace il dio Aton Ra fallaci tutti gli dei? Per gli atei certamente si.
Non è certo il dio Aton Ra, che può scalfire le tesi degli spiritualisti, esiste un altro approccio, non materialistico, all’esistenza di Dio. La percezione in sé dello spirito divino, la folgorazione di Saul sulla via di Damasco e, per dirla con le parole di Don Giussani,
“Cristo arriva proprio qui, al mio atteggiamento di uomo,di uno cioè che aspetta qualcosa perchè si sente tutto mancante;
si è messo insieme a me, si è proposto al mio bisogno originale.“
La percezione in sé, ammessa la buona fede, è estremamente soggettiva e in quanto tale, difficilmente confutabile.
Il “mio” agnosticismo.
L’approccio materialistico e l’approccio, attraverso i testi sacri, all’esistenza di Dio anche se confortato dal consentium gentium è insoddisfacente, altrettanto opinabili tutte le dimostrazioni in un senso o nell’altro di filosofi o di teorie filosofiche, perché prive di prove definitive, ancorché alcune siano sfavillanti per logica e dialettica.
Ad esempio
Spinoza
“Per substantiam intelligo id, quod in se est, et per se concipitur: hoc est id, cuius conceptus non indiget conceptu alterius rei, a quo formari debeat.
Per Deum intelligo ens absolute infinitum, hoc est, substantiam constantem infinitis attributis, quorum unumquodque aeternam, et infinitam essentiam exprimit.” (Ethica, I, 1, 3 e 6)
Plotino
“àphele panta”
Tutto dall’Uno procede, e all’Uno l’uomo, essere intelligente che partecipa del Nous, desidera in qualche modo tornare.
Nietzsche
Davanti a dio! Ora però è morto questo dio! O uomini superiori, questo dio fu il vostro maggior pericolo! Da quando giace nella tomba,voi siete risorti. Soltanto adesso verrà il grande meriggio, soltanto adesso l’uomo superiore diventa signore!”(Cosi parlò Zarathustra)
Non ho alcuna percezione in “me”, non sono stato folgorato sulla via di casa, né dalle pur apprezzabili parole di don Giussani.
Non è pensabile un’ argomentazione alla Blaise Pascal ,la mia dignità di “Io pensante”non può accettare di scommettere su un simile argomento.Spesso gli agnostici vengono accusati di essere indifferenti al problema della fede di non avere alcun interesse spirituale o religioso oppure “L’unico agnosticismo e’ fuori dell’azione di intelletto, e’ una posizione inattiva”,ed anche accusati, dagli atei, di essere il grimaldello degli spiritualisti.E’ vero esattamente il contrario,il vero agnosticismo è epistemologico, non può trascurare alcuna fonte, sia essa spirituale che materialista, tutt’ al più si può paragonare al dubbio metodologico nella filosofia.
L’azione dell’intelletto, dell’Io pensante, è cosciente e in divenire, è una lotta bifronte, un’attività frenetica, una disanima continua se “l’essere è o non è”,se il mio Io,come “Ente” sia entangled con l’essere o sia libero di navigare nello spaziotempo.Per questo non concordo con gli ultimi versi di una delle più belle poesie che siano state scritte:
“…Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.” . Non mi piace l’acquiescenza e non mi piace naufragare: la ricerca continua.
lunedì 2 marzo 2009
Melanconia, tristezza, timore del nulla.
Il nulla dal quale proveniamo è il nulla nel quale ritorneremo, la vita è un’ eccezione la morte la regola.
Dal nichilismo la via d’uscita è solo temporanea. Un momento di non pensiero, un momento di irrazionalità come lo sono gli affetti, l’amore, la sessualità, anche se la riproduzione rientra nel ciclo vita-morte e quindi nel divenire.
Freud e Schopenhauer dicono: proviamo desiderio sessuale perché dobbiamo riprodurci, dobbiamo riprodurci perché siamo mortali e temporanei.
Nichilismo, come dicotomia essere non essere e, quindi,anche il divenire, si presenta come verità ineluttabile,ma è solo da attribuirsi a una carenza intellettiva del pensiero dell’uomo, una limitatezza del pensiero,un ridimensionamento dell’Io cartesiano.
Rimangono spazi infiniti in cui “il pensier mio si annega “, e si arriva finanche al “naufragar m’è dolce in questo mare.” Una sorta di compiacimento della malinconia che ci accompagna.
A mio giudizio, Leopardi interpreta meglio di Schopenhauer e di tutti i filosofi esistenzialisti, il nichilismo: io il nulla in un infinito in cui mi perdo.
Perché la tristezza accompagna l’uomo? Steiner dice: “L’infinità del pensiero è anche un’infinità incompleta”. Il pensiero è capace di formulare le cosiddette “domande ultime”: “Come è nato l’universo? Le nostre vite hanno uno scopo? Esiste Dio?” Il pensiero dell’uomo non è in grado di dare le risposte, da qui la malinconia.
Persino il Cristo, dimostra tutta la sua dimensione umana, non raziocinante, quando rivolto agli apostoli disse:“l’anima mia è triste sino a morirne: restate qui e vegliate con me”“Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice;però,non si faccia come voglio io, ma come vuoi tu”(Matteo 26,38-40)
La tristezza che Dio permette che ti assalga è come il nulla che voleva ghermire Gesù nell’orto dei getsemani sul monte degli Ulivi.
Il mio pensiero è in altra dimensione aldilà del bene e del male, al i fuoi dello spazio e del tempo.
Il mio pensiero è illimitato e soprattutto libero. Libero di abbracciare il microcosmo come il macrocosmo, non c’è spazio per la persistenza della malinconia, essa è un momento transitorio, un momento di rilassamento del cogito, ma non è il nulla.
Gli assertori del nichilismo affermano che il pensiero raziocinante abbia dei limiti, non sono affatto d’accordo, esso non ha limiti, se non quelli che gli danno gli atei e, per un altro verso, i credenti.
L’amletico “essere non essere”, non è un passaggio dall’essere al nulla, ma semplicemente una metamorfosi dell’essere: un passaggio da uno stato esistenziale ad un altro stato esistenziale. Si esclude così il relativismo del pensiero debole e l’immutabilità del pensiero forte.
Non credo al pensiero debole, come non credo al pensiero forte, credo nel pensiero “alto”, nel pensiero al di sopra del nichilismo e del dogmatismo, nulla è precluso: è solo questione di tempo.
L'altra faccia di Sarcastycon.
martedì 24 febbraio 2009
Un nuovo socialismo dalla crisi economica? )click)
Molto più pericolosa potrebbe essere la crisi psicologica, innescata da questo inceppamento del libero mercato, a livello dell'opinione pubblica occidentale.
Non possiamo chiudere gli occhi di fronte all'evidenza che le attuali élites intellettuali e politiche si sono formate nel XX secolo, che è stato definito il "secolo socialista", per via dell'egemonia culturale e politica della Sinistra.
Tranne una minoranza, questa élite ha imparato dal mondo accademico e da quello mediatico a disprezzare l'istituto della proprietà privata.
La dottrina sociale cattolica ci insegna invece che la proprietà privata è un diritto naturale risalente alla Creazione stessa, e riconosciuto come tale dalla millenaria Cattedra di Pietro.
Le teorie economiche passano, il diritto alla proprietà privata rimarrà finché esisterà una società umana. E' il momento di ricordarlo!
Si può leggere l'inedito saggio nel nuovo LepantoFocus n. 8 cliccando sul titolo.
lunedì 23 febbraio 2009
domenica 22 febbraio 2009
MIA PERSONALISSIMA ANALISI

Sessant'anni di storia della nostra Repubblica.
Cominciò dopo un voto ammalato da brogli mai smentiti.
Il Re di Maggio pacatamente se ne andò in esilio e di questo darà giudizio la Storia.
Si riunì l'Assemblea Costituente composta secondo un giudizio di apparente equilibrio fra le due parti, destra e sinistra, ma l'equlibrio fu assolutamente apparente, perché inevitabilmente ne rimasero fuori quelli che non si riconoscevano in quella Destra o in quella Sinistra.
Ora, dopo sessant'anni, quella Sinistra e quella Destra non esistono più, l'ultimo atto si è compiuto ieri con l'elezione di un iscritto al PD, ma in effetti di radici demoscristiane, alla segreteria del Partito Democratico, erede naturale del PCI.
Si continua a parlare di bipartitismo, ma ormai anche questa suddivisione è superata e, spero presto, si arriverà a parlare di due schieramenti, che si distingueranno solo per una contrapposta visione nell'amministrazione della cosa pubblica.
A questo punto, a mio avviso, sarebbe necessario tornare a comporre una nuova Assemblea Costituente per rivedere organicamente la prima Costituzione che non è più la Costituzione di “tutto” il Popolo italiano, anche se dovranno essere tenuti fermi i principi fondanti di una Repubblica democratica e parlamentare.
Non sarà facile: molti dei politici che sono ancora in lizza appartengono a quella vecchia classe ammalata di ideologie, l'ideologia marxista e cattocomunista o la pseudoideologia liberale, nessuna delle due ormai rispondente ad una visione moderna dello Stato.
Volenti o nolenti si sono attuate non poche rivoluzioni nella concezione di “società”: il Mondo è diventato più piccolo, le culture si sono confrontate e, passati i primi fuochi di novità, hanno cominciato a scontrarsi, a sgomitarsi, a tentare la prevaricazione dell'una sull'altra, sono nate le prime paure di sopraffazione, le prime volontà di sopraffazione... cosicchè oggi siamo costretti a vivere in un caos difficilmente risovibile.
Eppure il coniglio dovrà uscire dal cilindro, ma lungi da noi la speranza che arrivi sul palco “UN MAGO”, uno solo, quindi sarà giocoforza cercare la più vasta rapprentanza delle idee che animano i diversi gruppi di pensiero.
Credo sia giunta l'ora di fare di questa ricerca la primaria preoccupazione, che dovrà investire tutti, dico tutti, coloro che anche minimamente si interessano del bene dell'Italia.
Non vado oltre per prudenza, ma soprattutto per ignoranza...
E non me ne vergogno.
venerdì 20 febbraio 2009
Crisi anche all'ENAC
Aviazione civile 16:15 - giovedì Grave episodio di intolleranza coinvolge il direttore generale dell’Enac Manera
Roma, Italia - Durante una riunione con il personale perde il controllo e i freni inibitori(WAPA) - Alla fine i lavoratori dell’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile hanno detto “Basta” all’andazzo imposto all’Ente dal loro direttore generale, che arrogantemente si permette anche di disertare la convocazione al ministero del Lavoro indetta per il tentativo di conciliazione, al solo scopo di evitare il confronto di merito. L’episodio di qualche tempo fa la dice lunga sulla capacità del direttore generale dell’Enac Silvano Manera di gestire correttamente i rapporti con il personale. Durante una precedente riunione con i lavoratori, come riportano unitariamente tutte le sigle sindacali in un comunicato (leggi in proposito notizia AVIONEWS), incapace di argomentare le sue posizioni, Manera si è alzato urlando, mandando i rappresentanti sindacali (fra cui anche delle gentili signore) letteralmente in un posto, più che località geografica, parte anatomica, testualmente: ..”Affan...”. Il gravissimo episodio di intolleranza, oltre che di incapacità relazionale, porta naturalmente a chiedersi se il dottor Silvano Manera sia la persona adatta al cambio di mentalità e alle innovazioni di cui la nostra aviazione civile ha bisogno nell’ ineludibile confronto in sede europea sia con l’Easa, European aviation safety agency, che con gli altri grandi Paesi aeronautici. A questo punto, non è solo nell’interesse dei sindacati o del personale che l’Ente nazionale per l’aviazione civile ritrovi la capacità per ridefinire ed adeguare i propri processi organizzativi interni e di sorveglianza e certificazione, ma anche (e soprattutto) per consentire alla nostra industria aeronautica, sia del trasporto aereo che di costruzioni, di essere competitiva sui mercati globali. In una dichiarazione delle OO.SS, allegata al verbale della riunione del 17 febbraio 2009 presso il ministero del lavoro (vedi il testo integrale già precedentemente citato e pubblicato da AVIONEWS), i sindacati riprendono la loro autonomia (leggasi fra le righe: scioperi in vista) , tutto ciò naturalmente come se non bastassero le tormentate vicende Alitalia-Cai, la ridefinizione dell’accordo Agusta- Westland con gli Usa e gli aerei vuoti. Dovremmo anche vedere l’aviazione civile italiana paralizzata perché il direttore generale dell’Enac non ha tenuta nervosa? No grazie. Si pensi, per carità di Patria, ad un rapido e (possibilmente) indolore avvicendamento. (Avionews)
(NatBru) 090219161518-1100028 (World Aeronautical Press Agency - 19-Feb-2009 16:15)
http://www.avionews.it/index.php?corpo=see_news_home.php&news_id=1100028&pagina_chiamante=index.php
giovedì 19 febbraio 2009
COSSIGA. NAPOLITANO HA SBAGLIATO

Cossiga rimprovera a Napolitano lo stop al decreto salva-Eluana. «Ha ritenuto giusto lasciarla morire»
di Rodolfo Casadei
approfondimenti
* Volontà presunte? Precedente angosciante
«Con tutto il rispetto per il padre di Eluana, io non riesco a comprenderlo. L’avrei compreso, e forse l’avrei anche giustificato, se avesse visto la figlia agitarsi fra terribili sofferenze. Ma lui stesso ha detto che non soffriva. E allora?». È passata una settimana dalla morte “per sentenza”, come l’ha definita il ministro della Giustizia Angelino Alfano, di Eluana Englaro. La maggioranza sembra aver rinfoderato la spada che aveva sguainato dopo il rifiuto del presidente Giorgio Napolitano di controfirmare il decreto legge che avrebbe salvato la vita della donna in stato vegetativo persistente, le acque si calmano e tornano a mostrarsi limacciose, ma il senatore a vita Francesco Cossiga è fra quelli che non si danno pace per come sono andate le cose. E prosegue la sua polemica nei confronti del capo dello Stato. E di qualcun altro.
Presidente, in una recente intervista, lei ha sostenuto che il presidente Giorgio Napolitano, rifiutandosi di firmare il decreto legge che avrebbe salvato la vita di Eluana Englaro, ha stravolto la Costituzione, perché in realtà lui non ha la facoltà di negare la firma ai decreti urgenti, ma solo di fare osservazioni al governo che li decide. Invece, il capo dello Stato, nella famosa lettera al Presidente del Consiglio, ha rivendicato il suo diritto di non sottoscrivere i decreti legge in forza della funzione di garanzia istituzionale che a lui assegna la Costituzione. Chi ha ragione, Cossiga o Napolitano?
Non posso nasconderle di avere un certo qual scrupolo per avere io, seppure per motivi di coscienza e per fini etici, sollevato questa bagarre presentando una interpellanza al Governo per chiedere l’emanazione di un decreto-legge che servisse a salvare la vita della povera Eluana. Veniamo al punto. Anzitutto, tutti parlano di ruolo di garanzia costituzionale, ma nessuno ha mai detto: garanzia da cosa e da chi, di chi e di che cosa, e con quali strumenti. La Costituzione dice che il Governo adotta in caso di necessità e urgenza sotto la sua responsabilità – ripeto: sotto la sua responsabilità – provvedimenti aventi forza di legge ordinaria, ponendo a suo carico l’obbligo di presentarli immediatamente al Parlamento che deve, se voglia, convertirli in legge entro novanta giorni, pena la loro decadenza. Noi abbiamo un regime costituzionale di tipo parlamentare nel quale il Governo non risponde, come nel regime costituzionale puro o in quello semipresidenziale, al Capo dello Stato, ma solo e soltanto al Parlamento. È al Parlamento che quindi spetta valutare se ricorrano o meno la necessità e l’urgenza.
Napolitano scrive che già altri presidenti prima di lui si sono negati ad emanare decreti legge. È vero? Lei ne ricorda qualcuno?
Vi sono dei precedenti, di cui uno o due miei; ma si tratta di casi diversi nei quali era evidente la mancanza dei presupposti dell’urgenza. Vi è un altro caso nel quale il Capo dello Stato può rifiutarsi di emanare un decreto-legge: quando ritenga motivatamente che le norme in esso contenute abbiano un carattere eversivo, che so: «È proclamata la dittatura e il compagno Giorgio Napolitano è proclamato Compagno Supremo e a lui sono attribuiti tutti i poteri legislativi, esecutivi e giudiziari, compreso il diritto di vita e di morte»: ma quest’ultimo in vero lo ha esercitato già… O quando le norme ledano la Costituzione in modo così grave che il vulnus da esse recato non possa con evidenza essere riparato da una successiva sentenza della Corte Costituzionale.
Abbiamo fin qui discusso sulla legittimità/illegittimità di principio della negata firma di Napolitano. Accantoniamola per un momento ed entriamo nel merito delle obiezioni che egli ha formulato.
Napolitano sostiene che la drammaticità del caso di Eluana non configura il caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione per emanare un decreto legge. Vero o falso?
Credo che egli in coerenza con le idee da lui sempre professate, abbia ritenuto non che ci fosse l’urgenza di salvare la vita di Eluana, ma che non ce ne fosse la necessità, anzi che fosse legale e giusto farla morire…
Ricorda decreti legge emanati dai governi e firmati dai presidenti per questioni magari non così urgenti e straordinarie come il destino della vita di una donna?
Ripeto, io credo che Giorgio Napolitano sapesse bene che senza quel decreto-legge Eluana sarebbe morta di fame e di sete, ma che ritenesse giusto che ciò accadesse. Voglio farle una piccola rivelazione. Alcuni colleghi, laici e cattolici, “cattolici infanti” e non “cattolici adulti”, volevano presentare una interpellanza con il mio identico testo, ma Gianfranco Fini gli fece censurare quella parte nella quale si argomentava sul diritto del Governo di emanare un siffatto decreto-legge e sui limiti dei poteri del Capo dello Stato in materia. Quindi, o il neo-compagno partigiano Gianfranco Fini sapeva quello che era il pensiero della “regina maschio”, o è stato lui a suggerirlo allo stesso.
Fini suggeritore del presidente Napolitano? Addirittura!
È quello che io credo. E c’è pure un precedente...
Fermiamoci qui! Restiamo su temi “alti”. Napolitano sostiene pure che il decreto legge ledeva il principio della distinzione fra i poteri dello Stato, che andava contro una sentenza giudiziaria definitiva, che tale va considerato anche un decreto emesso a seguito di un procedimento di volontaria giurisdizione, e che esso non è invasivo della sfera di competenza del potere legislativo perché così è stato sentenziato dalla Corte costituzionale. Lei che ne dice?
Poiché la “regina-maschio” non capisce un tubo di diritto costituzionale e di diritto processuale, mi chiedo chi gli abbia scritto la lettera con queste sciocchezze.
Presidente, lei è un grande esperto di diritto. Mi spieghi: è mai possibile che su di un caso che riguardava la vita o la morte di una persona, e la facoltà da concedere ai medici di provocare la morte di questa persona, a decidere sia stata la giustizia civile e non invece quella penale?
Sì, si sono prounciate le sezioni civili della Corte di Cassazione.
Ma davvero la materia non aveva profili penali?
Avrebbe avuto un profilo penale, ma nessuno, dal Procuratore generale di Trieste a quello di Udine, si è mosso. Perché l’azione penale è obbligatoria, ma è obbligatoria secondo le ideologie dei pubblici ministeri. È obbligatoria, ma è discrezionale secondo le ideologie dei pubblici ministeri.
A Ballarò dell’altra sera il Garante della Privacy, Stefano Rodotà, ha sentenziato fra gli applausi che l’esito della vicenda Eluana è un «trionfo dello Stato di diritto» e ha rievocato la famosa battuta del mugnaio tedesco a Federico II: «Ci sono giudici a Berlino!». Non è un po’ spudorato, per un caso in cui si è messa a morte con un decreto giudiziario una persona sulla base di una volontà presunta?
E lei va dietro a Stefano Rodotà? So di far peccato, ma mi auguro che presto si trovi nelle condizioni di Eluana e che lo facciano morire di fame e di sete, naturalmente con sentenza passata in giudicato.
Il direttore di Tempi, Luigi Amicone, dice che questo è moralmente un caso Dreyfuss, dove però non sarà mai possibile risarcire e riabilitare la vittima perché Eluana non è più fra noi. Che ne pensa?
Ci sarebbe un modo: far venire un coccolone ai magistrati e ai giudici della Corte di Cassazione e farli morire di fame e di sete, ma senza sedativi….
Presidente, da quanto abbiamo sin qui detto si potrebbe anche desumere che veramente Giorgio Napolitano abbia disatteso la Costituzione. Si potrebbe metterlo in stato di accusa a norma dell’art. 90 della Costituzione, come il Pds di Achille Occhetto cercò di fare con lei nel 1992?
Anzitutto lui è comunista, ed io non lo ero. E poi, avendo superato gli ottant’anni, non finirebbe in galera… Certo, anche a lui potrebbe venire un coccolone: e allora lo si potrebbe affidare a Beppino Englaro…


