lunedì 29 dicembre 2008

OPERAZIONE CSM: PIU' POPOLO E MENO CORRENTI (click)



Monday 29 December 2008
Operazione Csm: più popolo e meno correnti
Scritto da Mario Sechi
Friday 27 June 2008

Il segno dei tempi s’è colto leggendo un articolo del Financial Times intitolato «L’Italia fa bene a frenare la politicizzazione dei suoi giudici ». Se il quotidiano della City, mai tenero con Silvio Berlusconi, affida alla tagliente penna di Christopher Caldwell la rottura del tabù togato, allora la musica è cambiata davvero. Perché non è logoro e in attesa di paziente lavoro sartoriale solo il rapporto tra politica e magistratura, ma anche e soprattutto quello tra il cittadino e la giustizia.
La fiducia nella magistratura è ai minimi storici e a Palazzo Chigi non hanno dubbi: «Non c’è alcun problema di casta, ma un interesse generale da tutelare: andiamo avanti. Per questa ragione ai tre primi passi (riforma della legge sulle intercettazioni, corsia preferenziale per alcuni processi e tipi di reato, scudo per le alte cariche dello Stato) ne seguiranno inesorabilmente altri.

Un nuovo Csm
Stanno maturando rapidamente i tempi per la riforma del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno previsto dalla Costituzione. La maggioranza potrebbe venire allo scoperto nel giro di una, due settimane con un nuovo disegno di legge che accoglie alcune delle buone proposte già presentate in passato dal legislatore e da quelle parti della magistratura che non digeriscono il gioco delle correnti.
È dallo stesso Csm che si leva una voce autorevole per invocare la riforma. È quella di Gianfranco Anedda, penalista, uno dei saggi del partito di Gianfranco Fini, componente del Consiglio di Palazzo de’ Marescialli: «Auspico la riforma del Csm, anche se non sarà di per sé risolutiva di tutti i problemi della giustizia. Va diversificato nella sua composizione, bisogna aumentare il numero dei componenti laici per riequilibrarlo e riaprire la discussione al suo interno. Oggi sostanzialmente non c’è partita. Abbiamo il dovere di rompere l’autocrazia della magistratura e ridurre il fenomeno delle correnti». Sintonizzato sul canale di Anedda è l’avvocato Niccolò Ghedini (Pdl), membro della commissione Giustizia della Camera: «Il Csm da anni fa cose diverse da quelle istituzionali. Dovrebbe essere un organo consultivo (quando richiesto) e invece è diventato un organo politico che si autoconvoca quando una legge è ancora in discussione. Il legislatore dovrebbe mettere mano a una riforma che riporti il Csm alle sue originarie funzioni».
Quali sono le sue funzioni? La Costituzione è sintetica e nello stesso tempo chiara: «Spettano al Csm, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati ». Niente di quanto scritto nella carta fondamentale fa pensare che il Csm possa essere una sorta di terza Camera, che esercita un diritto di veto sul legislatore.

La riforma del Csm
Come sarà il nuovo Consiglio superiore della magistratura? Nelle scorse legislature il tema è stato affrontato e prontamente affondato. Gli obiettivi sono quelli di sempre: riequilibrio nella composizione del collegio e cambiamento delle norme sulla selezione e il reclutamento dei magistrati. Uno dei modelli di riferimento per la maggioranza sarà il disegno di legge presentato nel 2004 dai senatori Antonio Del Pennino e Luigi Compagna che per la composizione del Csm si ispira alla Corte costituzionale: un terzo dei componenti è eletto da tutti i magistrati ordinari fra gli appartenenti alle varie categorie, un terzo dal Parlamento in seduta comune fra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di servizio, un terzo nominato dal presidente della Repubblica sia tra coloro che sono eleggibili dal Parlamento sia tra i magistrati ordinari.
I magistrati si divideranno in due famiglie: i vertici degli uffici giudiziari centrali verranno nominati dal capo dello Stato (sul modello inglese di nomina della corona), mentre i dirigenti degli uffici giudiziari locali saranno eletti dal basso, a suffragio universale.
I giudici nominati dall’alto manterranno un collegamento con i vertici dello Stato, mentre quelli eletti dal popolo, sul modello americano, saranno il link diretto tra i cittadini e chi amministra la giustizia. Soluzione che piace alla Lega nord. Maggioranza coraggiosa? Si vedrà. Chiunque scriverà la riforma dovrà tenere in conto due disegni di legge presentati in tempi record (il 28 aprile scorso) dal presidente emerito Francesco Cossiga: le relazioni introduttive sono una preziosa analisi storica, politica e giuridica «sull’inevitabile e inarrestabile processo che ha reso la magistratura un soggetto politico».

Il vecchio Csm e il Colle
La protesta della magistratura contro il Parlamento preoccupa il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che presiede il Csm. Dopo gli attacchi ai provvedimenti della maggioranza, dal Quirinale è partita un’azione diplomatica per invitare le toghe alla prudenza e alla moderazione. Così il vicepresidente Nicola Mancino prima ha fatto retromarcia sul documento annunciato dal Csm contro il governo, poi ha invitato i consiglieri a non rilasciare dichiarazioni «equivoche». Risultati? Modesti. Le correnti della magistratura sono autonome e l’operazione di raffreddamento di Napolitano, rivolta come sempre in modo bipartisan anche alla politica, sembra destinata all’insuccesso. Il consigliere togato di Magistratura democratica Livio Pepino il 25 giugno scorso ha depositato in sesta commissione un documento sulle riforme della maggioranza in materia di giustizia. Parere lunghissimo, molto tecnico, più prudente rispetto alle reboanti dichiarazioni di guerra iniziali, ma pieno di dubbi e riserve sulla costituzionalità e attuazione delle norme. Nitroglicerina. Il presidente Napolitano non nasconde la sua preoccupazione: «Il mio ruolo è quello, come si dice spesso, di moral suasion: spesso equivale a lanciare dei messaggi nella bottiglia non sapendo chi vorrà raccoglierli. E bisognerebbe che li raccogliessero tutti perché abbiano effetto». La bottiglia per ora
galleggia in mare aperto.

Da: Panorama

IL PRESTIGIO DEI GIUDICI (click)


Scritto da Gianni Pardo
Monday 29 December 2008
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Tutti avranno notato che nei filmati americani il giudice fruisce di un grandissimo prestigio. Nessuno mai si azzarda a contestarlo o a discutere le sue decisioni. Da che cosa dipende, questo? Non certo dal fatto che egli sia competente di diritto: fino a prova contraria, anche in Italia qualunque magistrato lo è. Il prestigio del giudice anglosassone nasce dal modo di reclutamento. Salvo errori, in Inghilterra e negli Stati Uniti diviene giudice penale chi ha già fatto una lunga carriera nel mondo del diritto. È un legale che ha acquisito un tale credito da essere nominato prima avvocato dell’accusa e poi giudice. Ed è questa la spiegazione dell’arcano: in Italia prima si è nominati giudici e poi si può cercare di acquistare prestigio, in Inghilterra prima si acquista prestigio e poi si può sperare di divenire giudici. Da noi il prestigio del giudice è eventuale, da loro il prestigio è assicurato, perché è esso stesso la ragione della nomina.
In Italia, dove opera un oceano di avvocati, questo sistema offrirebbe innanzi tutto il vantaggio di disporre al bisogno di un numero illimitato di giudici (accelerando così l’iter della giustizia) e soprattutto eliminerebbe il rischio gravissimo di attribuire un’autorità eccessiva ad un giovanotto di ventiquattro o venticinque anni, solo perché ha superato un concorso. Oggi il sistema dà un enorme potere senza contraddittorio a chi non ha ricevuto un sufficiente numero di legnate educative, nella vita: e questo può indurre ad un complesso di onnipotenza o addirittura a forme di squilibrio. Chiunque abbia frequentato un Palazzo di Giustizia sa quanto frequente sia l’incredibile arroganza di certi magistrati. Come diceva lord Acton, il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente. Ogni singolo giudice, soggettivamente, si sente la Cassazione.
L’avvocato invece ha il vantaggio che, in venti o trent’anni di professione, gli capita di vedersi dare ragione mentre ha torto e molto più spesso di vedersi dare torto mentre pensa di avere ragione. Impara dunque sulla sua pelle che la sua opinione non è la legge del mondo. Vede anche quali sono i difetti dei magistrati e tutto questo lo educa ed in una certa misura lo vaccina. Se invece fosse stato giudice sin da principio, nessuno si sarebbe mai permesso di dirglieli sul muso, i suoi errori. Avrebbe emesso con tracotante sicurezza sentenze che in appello o in Cassazione sarebbero state riformate - magari con qualche acida nota sulle sue motivazioni - mentre lui avrebbe potuto serenamente dimenticarle: è ciò che normalmente avviene. Gli avvocati invece seguono qualche caso addirittura nei tre gradi di giudizio e imparano, ancora una volta per esperienza, che gli stessi giudici si contraddicono: dunque è meglio non essere troppo sicuri delle proprie opinioni e val la pena di prendere in considerazione quelle altrui.
A proposito di opinioni: non esiste nemmeno una probabilità su cento che qualcuno prenda in considerazione questa.
giannipardo@libero.it

sabato 20 dicembre 2008

LA MINACCIA DELLA MAGISTRATURA (click)


Non la mordacchia, ma il turbo alla giustizia
Scritto da Davide Giacalone
sabato 20 dicembre 2008

Altro che bavaglio, alla giustizia si deve mettere il turbo. Da tre lustri i giustizialisti, che militano in massa in una sinistra che arrivò al governo grazie alla malagiustizia, strillano contro qualsiasi riforma, ritenendole tutte indirizzate a mettere la mordacchia ai giudici. Ora si ritrovano inquisiti e sbattuti in galera, con i giornali che arroventano le inchieste e parlano di nuovi filoni, così avviene il miracolo ed a sinistra ci si mostra interessati alla riforma. Ovvia deduzione: adesso sono loro a volere fermare le toghe. Adesso sono loro a dirci: ma non eravate garantisti? Certo che lo siamo, solo che non siamo né scemi né ignoranti, non scambiamo il garantismo per l’innocentismo e vogliamo le riforme per ottenere una giustizia che sappia riconoscere e condannare i colpevoli.
Due esempi. Il primo è Parmalat: bancarotta conclamata nel dicembre del 2003 e processo relativo che, dopo cinque anni, è alle battute iniziali, mentre quello per aggiotaggio, che si svolge in altra sede, arriva al primo grado assolvendo tutti e ritenendo responsabile solo Tanzi. I risparmiatori possono scordarsi il risarcimento e mancano molti anni prima della sentenza definitiva. Una schifezza. Secondo esempio: l’assessore napoletano, oggi agli arresti, che si fece strada proclamandosi moralizzatore. Militava con Orlando Cascio, quindi gli si può dire: vieni avanti, cretino. Considero questo signore, di cui non faccio l’irrilevante nome, innocente, perché conosco la legge e l’etica. Da innocente, però, è finito, dato che è sulla bocca di tutti come imbroglione e ladro. Quando gli faranno il processo sarà tornato sconosciuto a tutti, salvo ai parenti. Ecco, noi volevamo e vogliamo riforme che evitino queste sconcezze, vogliamo quello cui il retino, e tutti i retini come lui, si sono sempre opposti.
Vogliamo una giustizia che funzioni, che sia equa e severa. La sinistra ha difeso i corporativismi togati, s’è giovata delle disfunzioni che inchiodarono gli onesti e mandarono al potere i disonesti, s’è alimentata d’iniquità, favorita da sentenze inesistenti o che restano lettera morta. Senza venir meno all’amore per il diritto, allora, perdonate la bassezza: che se la godano, l’inciviltà che hanno voluto e difeso. Anzi, che le indagini si allarghino mi pare doveroso e terapeutico.

www.davidegiacalone.it

domenica 14 dicembre 2008

DA LEGGERE ANCHE IL BLOG LINKATO (click)


Via di qui. Cattivi magistrati e cattivi giornalisti
Scritto da Carlo Vulpio
Sunday 14 December 2008

Avevo fatto una battuta. Avevo detto: i giornalisti, a differenza dei magistrati, non possono essere trasferiti. Avrei fatto meglio a stare zitto. Da lì a poco sarei stato “trasferito” anch’io.

E’ stato la sera del 3 dicembre, dopo che sul mio giornale era uscito un mio servizio da Catanzaro sulle perquisizioni e i sequestri ordinati dalla procura di Salerno nei confronti di otto magistrati calabresi e di altri politici e imprenditori.
Come sempre, non solo durante questa inchiesta, ma perché questo è il mio modo di lavorare, avevo “fatto i nomi”. E cioè, non avevo omesso di scrivere i nomi di chi compariva negli atti giudiziari (il decreto di perquisizione dei magistrati di Salerno, che trovate su questo blog in versione integrale) non più coperti da segreto istruttorio. Tutto qui. Nomi noti, per lo più. Accompagnati però da qualche “new entry”: per esempio, Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Corte di Cassazione, Simone Luerti, presidente dell’Associazione nazionale magistrati.
Con una telefonata, il giorno stesso dell’uscita del mio articolo, la sera del 3 dicembre appunto, invece di sostenermi nel continuare a lavorare sul “caso Catanzaro” (non chiamiamolo più “caso de Magistris”, per favore, altrimenti sembra che il problema sia l’ex pm calabrese e non ciò che stanno combinando a lui, a noi, alla giustizia e alla società italiana), invece di farmi continuare a lavorare – dicevo –, come sarebbe stato giusto e naturale, sono stato sollevato dall’incarico.
Esonerato. Rimosso. Congedato. Trasferito.
Con una telefonata, il mio direttore, Paolo Mieli, ha dichiarato concluso il mio viaggio fra Catanzaro e Salerno, Potenza e San Marino, Roma e Lamezia Terme. Un viaggio cominciato il 27 febbraio 2007, quando scoppiò “Toghe Lucane” (la terza inchiesta di de Magistris, con “Poseidone” e “Why Not”). Un viaggio che mi fece subito capire che da quel momento in poi nulla sarebbe stato più come prima all’interno della magistratura e in Italia.
Tanto è vero che successivamente ho avvertito la necessità di scrivere un libro (“Roba Nostra”, Il Saggiatore), che, dicevo mentre lo consegnavo alle stampe, “è un libro al futuro”. Una battuta anche questa, certo, perché come si fa a prevedere il futuro? In un libro, poi, che si occupa di incroci pericolosi tra politica, giustizia e affari sporchi… Ma si vede che negli ultimi tempi le battute mi riescono piuttosto bene, visto che anche questa, come quella sul “trasferimento” dei giornalisti, si è avverata.
Avevo detto – e lo racconto in “Roba Nostra” – che in Basilicata l’anno scorso è stato avviato un esperimento, che, se nessuno fosse intervenuto, sarebbe stato riprodotto da qualche altra parte in maniera più ampia e più disastrosa.
E’ accaduto che mentre la procura di Catanzaro (c’era ancora de Magistris) stava indagando su un bel numero di magistrati lucani, di Potenza e di Matera, la procura di Matera (gli indagati) si è messa a indagare sugli indagatori (de Magistris). Come? Surrettiziamente. E cioè? Si è inventato il reato di “associazione a delinquere finalizzato alla diffamazione a mezzo stampa” e ha messo sotto controllo i telefoni di cinque giornalisti (me compreso) e un ufficiale dei carabinieri (quello delegato da de Magistris per le indagini sui magistrati lucani). Così facendo, i magistrati indagati hanno potuto conoscere cosa si dicevano gli indagatori (de Magistris e l’ufficiale delegato a indagare).
Avvertivo: guardate che così va a finire male.
Chiedevo: caro Csm, caro Capo dello Stato, intervenite subito.
Niente. Nemmeno una parola, un singulto, un cenno. Nemmeno quando era chiaro a tutti che quei magistrati lucani, al di là di ogni altra considerazione, vedevano ormai compromessa la loro terzietà. Un magistrato – si dice sempre, e a ragione –, come la moglie di Cesare, deve non soltanto “essere”, ma anche “apparire” imparziale, terzo, non sospettabile di alcunché. Per i magistrati lucani, invece, non è così. Nonostante siano parti in causa, essi continuano a indagare sugli indagatori, chiedono e ottengono proroghe di indagini (siamo alla quarta) perché, dicono, il reato che si sono inventati, l’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa, è complicatissimo. E rimangono al proprio posto nonostante le associazioni regionali degli avvocati ne chiedano il trasferimento, per consentire un funzionamento appena credibile della giustizia.
Niente. Si è lasciato incancrenire il problema ed ecco replicato l’esperimento a Catanzaro. La “guerra” fra procure non è altro che la riproduzione di quel corto circuito messo in atto da indagati che indagano sui loro indagatori, affinché, rovesciato il tavolo e saltate per aria le carte, non si sappia più chi ha torto e chi ha ragione perché, appunto, “c’è la guerra”. E dopo la “guerra”, ecco la “tregua” o, se preferite, “l’armistizio” (così, banalmente ma non meno consapevolmente, tutti i giornali, salvo rarissime eccezioni di singoli commentatori).
Guerra e tregua. E’ questo il titolo dell’ultima, penosa sceneggiata italiana su una vicenda, scrivo in “Roba Nostra”, che è la “nuova Tangentopoli” italiana. Quando, sei mesi fa, è uscito il libro, qualcuno mi ha chiesto se non esagerassi. Adesso, l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dichiara: “Ciò che sta accadendo oggi è peggio di Tangentopoli”. E Primo Greganti, uno che se ne intende, ammette anche lui, che “sì, oggi è peggio di Tangentopoli”.
Infine, una curiosità, o una coincidenza, o un suggerimento per una puntata al gioco del Lotto, fate voi.
Mi hanno rimosso dal servizio che stavo seguendo a Catanzaro il 3 dicembre 2008. Esattamente un anno prima, il 3 dicembre 2007, Letizia Vacca, membro del Csm, anticipava “urbi et orbi” la decisione che poi il Csm avrebbe preso su Clementina Forleo e Luigi de Magistris. “Sono due cattivi magistrati, due figure negative”, disse la Vacca. E Forleo e de Magistris sono stati trasferiti. Per me, più modestamente, è bastata una telefonata. Ma diceva più o meno la stessa cosa. Diceva che sono un cattivo giornalista.
Da:http://www.carlovulpio.it/

lunedì 8 dicembre 2008

ANCORA SU SALERNO-CATANZARO


Salerno-Catanzaro, il test di un disastro
Scritto da Mauro Mellini
lunedì 08 dicembre 2008

Non è un caso qualsiasi. Non è neppure, come qualcuno cerca di far capire, uno scandalo della “giustizia di sinistra” che ha bloccato “quella di destra” e di quella di destra che ha bloccato quella di sinistra. Il caso Salerno-Catanzaro è un test dello sfascio di tutta la giustizia italiana, della giustizia dei protagonismi delle “campagne”, dei processi di prima classe con tanto di “nome d’arte”, del C.S.M. che punisce e trasferisce con logiche più da probiviri del partito dei magistrati che ha organo di governo e di disciplina di una magistratura che dovrebbe essere al servizio della legge e dei cittadini.
E’ inutile domandarsi chi ha torto e che ha ragione, se De Magistris è un magistrato retto e intransigente che i “potenti” e la magistratura (e il C.S.M.) della loro parte hanno “fermato”, se l’intervento della Procura di Salerno riafferma legalità e ragionevolezza o se va al soccorso di stravaganze e personalismi o se è la longa manus di chi “stava dietro” le iniziative di De Magistris.
E tutto ciò ed il suo contrario. E’ una pagina di una storia scritta in una lingua surreale. E, se vogliamo, il pettine cui arrivano nodi diversi, destinati a stringersi e moltiplicarsi man mano che vi arrivano.
C’è, invece da domandarsi come mai la giustizia dei protagonismi, delle “campagne di giustizia”, delle pretese di “raddrizzamento” della politica, di scavalcamento di ogni argine istituzionale e via discorrendo, non sia arrivata assai prima a scontri clamorosi e grotteschi come quello ora in atto.
E c’è pure da domandarsi come mai anche quella parte della classe politica che da anni ha fatto le spese di certe patologie del sistema giudiziario e che ne ha quanto meno intravisto la consistenza e la gravità, non invochi oggi la necessità di far piazza pulita di un sistema che produce questo ed altro.
In realtà un “corpo separato” (così si diceva un tempo, nel linguaggio “sinistrese”, riferendosi non solo alla magistratura, ma a forze di polizia, forze armate, etc.) che abbia compiuto una “rivoluzione giudiziaria” come quella degli anni ’92-’96, vedendosi sfumare il successo ultimo per un “incidente” come la scesa in campo di Berlusconi e che poi per un decennio sia stata “delegata” dalla Sinistra a gestire l’opposizione ed i tentativi di ribaltamento delle situazioni create dalle varie tornate elettorali e di “completamento” del golpe del ’92-’96 è incomprensibile che non abbia dovuto subirne un serio contraccolpo e sia sfuggita ad una efficace “messa a norma” da parte del potere politico; che senza ricredersi sul suo ruolo abbia tuttavia potuto dover prendere atto della sostanziale sconfitta della sua strategia e nello stesso tempo, abbia potuto constatare l’efficacia politica degli strumenti di cui è depositaria e dell’assenza di rischi seri delle sue “deviazioni” eversive. Ma, proprio per questo una simile compagine è destinata, prima o poi, a spaccarsi, dilaniarsi, rivoltarsi contro antichi alleati.
Le “lotte intestine” di cui quella tra Catanzaro e Salerno è esempio clamoroso, si manifestano assieme ad un crescente “disagio”, ad un rivoltarsi contro gli antichi alleati, i beneficiari del golpe consumato, i mancati (o inadeguati) sostenitori della “seconda fase”, i “traditori” del P.D. Un atteggiamento che pure abbiamo potuto cogliere in vicende recenti e che ancora dovremo registrare in futuro.
Ma la tensione più forte che attraverso oggi la magistratura, assieme a quella tra irriducibili dell’eversione e dell’impegno politico e “moderati” che vorrebbero il ritorno ad una situazione “normale”, è quella determinata dal perdurante possesso, pressoché intatto, degli strumenti della prevaricazione politico-istituzionale ed, al contempo, della coscienza di non riuscire a trovare uno sbocco, una concludenza a tendenze e potenzialità eversive.
Tutto ciò, intendiamoci, è avviluppato in un contesto culturale (si fa per dire) complicato più che complesso, in rapporti difficili, equivoci e non sempre confessabili con ambienti, persone ed aree politiche con i quali, in passato, la connivenza e l’inciucio sono stati manifesti.
Oggi noi tutti paghiamo, perché è indubbio che c’è una ricaduta su tutta la società oltre che nell’ambito istituzionale ed in quello della giustizia, il peso ed i danni di questi strascichi della stagione dei golpe giudiziari, perché non abbiamo avuto la capacità e il coraggio di imporre verità e contestare responsabilità di fronte a macroscopiche esorbitanze eversive di un pugno agguerrito di magistrati sostenuti da un‘alleanza di “poteri forti”, che non ci siamo mai preoccupati di capire e di scandagliare.
Abbiamo coperto tutto, continuiamo a coprire tutto, a consentire che altri coprano tutto con principi e parole (principi svuotati ridotti a parole screditate) come indipendenza della magistratura, incensurabilità del contenuto della giurisdizione e dell’attività giudiziaria, irresponsabilità dei magistrati.
Fatti come la faida Catanzarsalernitana dimostrano che i riguardi usati nei confronti di una certa magistratura golpista, esorbitante, arrogante, purtroppo egemone perché troppo ben inserita nei “posti chiave” di tutto l’apparato giudiziario, sono stati il più grosso torto e la più grave causa di danno che potesse arrecarsi alla magistratura nel suo complesso, alla sua naturale autorevolezza, al suo prestigio ed alla libertà e decoro dei migliori dei suoi componenti.
Da Salerno e da Catanzaro arriva un pressante appello ad incidere i bubboni, che è sempre più assurdo sperare che si riassorbano senza provocare un’infezione mortale. E da fare presto.

Da: www.giustiziagiusta.info

giovedì 4 dicembre 2008

CRONACA DI UN FATTO ECCEZIONALE CHE PASSERA' ALLA STORIA DI QUESTA REPUBBLICA

Napolitano irrompe a gamba tesa in area di rigore nella partita-guerra tra i giudici
Scritto da Carlo Panella
giovedì 04 dicembre 2008

A Catanzaro e Salerno le due Procure si stanno letteralmente massacrando a suon di perquisizioni con centinaia di carabinieri, avvisi di garanzia con accuse infamanti in un marasma che ha al centro l'inchiesta di De Magistris ''Why Not?'', causa non ultima della caduta del governo prodi.

La guerra per bande di magistrati è talmente andata fuori dai canali istituzionali, è talmente scorretta, che Napolitano ha chiesto gli atti dell'inchiesta -fatto mai avvenuto in Italia- e si appresta a un intervento censorio fortissimo in qualità di presidente del Csm. Lo stesso Csm è nella bufera, perché avvallò l'operato della procura di Catanzaro, trasferendo De Magistris, ed è quindi moralmente corresponsabile della chiusura della sua inchiesta che oggi la Procura di salerno considera fraudolenta (tanto che Nicola Mancino, vicepresidente del Csm oggi ha minacciato le dimissioni).
In sintesi, già con i mandati di cattura di S. Maria Capua Vetere contro Mastella e sua moglie, si era capito che la maionese è impazzita e che settori della magistratura italiana sono in rotta di collisione con la democrazia formale e sostanziale.
Ora, la sciagurata decisione del Pds.Ds-Pd di non placcare il protagonismo politico dei magistrati per via legislativa e di lasciarli fare e disfare, ha creato il corto circuito definitivo e i magistrati si arrestano tra di loro.
Degno epilogo di una strategia politico-giudiziaria scellerata che non ha solo distrutto la Prima Repubblica, ma che ha lacerato lo stesso tessuto democratico.

Carlo Panella
Da:http://www.carlopanella.it/

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