domenica 27 luglio 2008

MEMORIA STORICA (click)


«Lodo Alfano? C’era già, fu inventato per salvare Scalfaro» PDF
Scritto da Stefano Zurlo
domenica 27 luglio 2008

Il Lodo Alfano? «C’è un precedente», spiega Giuseppe Di Federico, professore emerito di sistemi giudiziari all’Università di Bologna.
Quale? Una vecchia legge dimenticata?

«No, io mi riferisco a un provvedimento della magistratura. Strano che nessuno se lo ricordi». L’ex componente del Consiglio superiore della magistratura sorride, sospira, borbotta: «Strano Paese il nostro. Certo sono passati quindici anni, ma la storia è nota, stranota: riguarda il presidente Oscar Luigi Scalfaro».
Lei pensa ai fondi riservati del Sisde?
«Esatto. Una vicenda che mi è tornata in mente nelle scorse settimane, osservando le polemiche sorte a proposito del Lodo Alfano».
Perché?
«Perché il Lodo Alfano tutela le quattro più alte cariche dello Stato».
E che c’entra Scalfaro?
«Allora, nel 1993, il Lodo non c’era ancora ma i magistrati inventarono uno scudo su misura per tutelare il capo dello Stato».
Come andò quella storia?
«Alcuni funzionari del Sisde erano stati indagati per peculato dalla Procura di Roma. Alcuni di loro tirarono in ballo Scalfaro. Dissero che all’epoca in cui era ministro degli interni, quindi prima di diventare presidente, gestiva 100 milioni di lire al mese».
Una situazione esplosiva.
«A disinnescarla ci pensarono i magistrati della Procura di Roma, non il Parlamento, con un provvedimento mirato».
Che cosa accadde?
«Anzitutto quei funzionari furono messi sotto inchiesta per attentato agli organi costituzionali».
Risultato?
«Questi 007, rischiando una condanna pesantissima, decisero di tacere, come ci racconta Francesco Misiani che all’epoca era Pm a Roma nel libro La toga rossa. Ma non è questo il punto più importante».
E qual è?
«Il passaggio successivo».
Ovvero?
«Dopo una riunione cui parteciparono alcuni magistrati della Procura di Roma si stabilì di fermare l’indagine su Scalfaro».
Su che base?
«Sempre facendo riferimento all’articolo 289 del codice penale, quello che punisce severamente l’attentato agli organi costituzionali».
L’articolo 289 come il Lodo Alfano?
«Sì. L’articolo allora suonava così: “È punito con la reclusione non inferiore a dieci anni, qualora non si tratti di un reato più grave, chiunque commette atti diretti a impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente, al presidente della Repubblica” e ad altre cariche istituzionali “l’esercizio delle attribuzioni o delle prerogative conferite dalla legge”.
La Procura di Roma stabilì un’interpretazione assai estensiva del codice?
«Certo».
L’attentato agli organi costituzionali è un reato gravissimo: è stato contestato, per esempio, ai generali dell’Aeronautica militare che avrebbero mentito e depistato, ingannando il governo a proposito della strage di Ustica.
«Nel 1993 la Procura di Roma fu lodata da tutti per questo gesto che metteva il Quirinale al riparo delle tempeste. In pratica si fece leva sull’articolo 289 per sostenere che un’indagine avrebbe impedito alla presidenza della Repubblica di svolgere i propri compiti».
Quindi il procedimento fu sospeso?
«Certo, rimase congelato per sei anni. La controprova è che ripartì solo nel ’99, quando Scalfaro lasciò il Quirinale. E a quel punto fu rapidamente archiviato». Dunque?
«Io spero che la Corte costituzionale non faccia a pezzi il Lodo Alfano. Se no, saremmo al paradosso».
Quale?
«Vorrebbe dire che i giudici possono fare quel che non riesce ai politici. E che è un pool di magistrati e non le Camere a decidere le regole del gioco democratico. Fra l’altro se si va a vedere l’articolo 289 si scoprirà che il Lodo della Procura di Roma batte il Lodo Alfano anche come estensione».
Perché?
«Perché l’immunità prevista dal 289, secondo quell’interpretazione, copre anche il Parlamento e le Regioni».

il Giornale, 27 lug 2008

venerdì 25 luglio 2008

A QUANDO LA VERITA ' (click)


Contrada va a morire
Scritto da Davide Giacalone
venerdì 25 luglio 2008

Bruno Contrada esce dal carcere per non morirci, la giustizia ha deciso che l’ultimo atto si svolga a casa. La tragedia della sua vita non esaurisce quella collettiva, la nostra storia falsata da una sentenza che inquina la memoria. Il corpo del detenuto esce dalla cella, ma la nostra anima resta prigioniera di una maledizione: l’ombra della guerra interna ai servizi di sicurezza che s’allunga fino a stroncare un poliziotto che s’era distinto nella guerra alla mafia. Non è l’unico, perché anche altri servitori dello Stato, impegnati su quello stesso fronte, hanno trovato la morte più per mano di pezzi dello Stato che non per quella del nemico.
Quando quel corpo, divenuto pietra, cesserà di respirare, qualcuno si ricorderà di dire che, forse, la sua vita non può essere né raccontata né capita solo usando le parole storte del processo e della condanna. Alcuni degli uomini che hanno avuto il coraggio di parlare, a cominciare dal suo capo della Polizia, non ci sono più, ma altri troveranno le parole per descrivere il proprio disagio, la propria impossibilità a comprendere come sia potuto accadere. Non sarà solo tardi, sarà anche inutile. Contrada, accettando di vivere fino in fondo il dolore di una condanna, che sente come un tradimento, avrà vinto la sua partita, uscirà di scena a testa alta. Noi tutti, se solo si avrà il coraggio di ragionare, procederemo a testa bassa verso l’ennesima sconfitta del diritto e dei giusti.
Contrada, quand’era la memoria vivente dell’antimafia palermitana, non amava Giovanni Falcone. Capita, fra caratteri puntuti. Credo, però, che ne invidi la fine. Anche Falcone fu portato sul banco degli accusati, anche alla sua onorabilità si fecero attentati, anche contro di lui si mosse l’antimafia della chiacchiera, ma a chiudere la partita fu il tritolo, che dilaniò chi già era isolato, trasformandolo in immagine, per tanti del tutto bugiarda, della giustizia. A Contrada è toccata una sorte peggiore, dovendo seguire da vivo la propria morte, vedendo attrezzarsi l’attentato e divenendo simbolo di quel che aveva detestato.
Un tribunale lo ritenne innocente. Quella sentenza non fu, da altri colleghi, ritenuta utile neanche a far nascere un ragionevole dubbio. Sono i giudici stessi, dunque, a ritenere certe cose scritte a caso, o per altre cause.

Davide Giacalone
www.davidegiacalone.it

martedì 22 luglio 2008

SCANDALOSO SILENZIO SULLA VITTORIA DI BERLUSCONI A NAPOLI (click)

Da un'articolo di Carlo Panella con lo stesso titolo è scaturita una discussione fra i Forumisti del Legno Storto, che può essere letta cliccando sul titolo del post.
Tuttavia mi piace mettere in evidenza uno dei post di Albert che esprime concetti importanti in risposta al solito individuo di sinistra, peraltro illetterato, che continua a blaterare recitando le solite cialtronate in difesa di un'ideologia che ha portato solo miseria e morte.

....."ti rimando a ciò che ti ho scritto sopra, a proposito delle vere percentuali.

Stammi bene a sentire, che credi, avendo una tastiera a disposizione, che tutto ciò che scrivi deve poi essere inciso su tavole d'oro per la posterità.

Io dichiaravo il mio anticomunismo che tu te la facevi ancora nel pannolone, e combattevo contro le pretese del sig. Degli Esposti di fare nella mia fabbrica ciò che tirava a lui, che era il responsabile cgil di Anzola dell'Emilia, in quel di Bologna.

Alla fine lo trasferirono a Imola, perchè con me non la spuntava. Quindi figurati se ce la puoi fare tu, che non sai neppure scrivere 5 righe in fila senza fare una serie di strafalcioni sintattici.

Per quanto mi riguarda, puoi darti una calmata e stare nei tuoi 5 metri quadri al centro sociale.

Il mondo, così come era prima del 1917, è rimasto anche dopo. Conosce progressi dell'ingegno umano e conosce abberrazioni mentali come quelli della nascita del comunismo.

Ed andrà avanti, nel futuro, anche se tu ti sgolerai a gridare nel deserto che il mondo conoscerà solo oscurità in attesa del sorgere del tuo sol dell'avvenire (che è una contraddizione in termini, perchè il colore del comunismo è il rosso, e sono i tramonti che sono rossi, mentre le albe sono sempre rosa. Capitto mi hai??? )

Quindi, se vuoi evitarti tracimazioni di bile, smetti di tentare di catechizzare me. Io sono e resto un uomo dalla mente libera, non credo ai dogmi, non credo alla dea bendata, credo solo a ciò che so fare con le mie mani e con la mia intelligenza che, consentimi la immodestia, è infinitamente superiore alla tua perchè nella mia testa non consento l'ingresso degli affabulatori come te e tutta la tua compagnia rossa.

Buon ultimo, credo che Berlusconi sia uno squalo, lo è come lo sono io, come lo è chiunque abbia usato le doti della genialità, del sapere lavorare e del sudore per fare fortuna o cose positive nella vita.

E lo stimo perchè, nonostante la guerra che da 14 anni gli fanno contro, è stato talmente abile ed intelligente da comportarsi da squalo senza che gli si possa attribuire neppure un morso al più squallido dei comunisti.

Tu non hai risposte da darmi, perchè sei troppo permeato di slogan comunisti e parole d'ordine trinariciute. Prova ad uscire dallo stato comatoso, del ragionamento, in cui ti sei infilato (un cul de sac). Quando ci sarai riuscito, prova a ripresentarti. Ma lascia a casa il campionario di preservativi economici, quelli che rendono sempre incinte le madri degli imbecilli"...
(la discussione continua, leggete il 3D)

domenica 20 luglio 2008

Reattori nucleari


I nuovi reattori nucleari europei
di Ugo Spezia - 17 luglio 2008
Dagli anni Cinquanta ad oggi sono stati realizzati in tutto il mondo circa 500 reattori per la produzione di energia elettrica. L'evoluzione della tecnologia ha dato finora vita a tre diverse generazioni di impianti. Gli impianti della prima generazione sono caratterizzati da una potenza limitata a qualche centinaio di MWe (mega-watt-elettrici = milioni di watt elettrici). Ad essi hanno fatto seguito negli anni Settanta gli impianti della seconda generazione, caratterizzati da una potenza unitaria più elevata (500-800 MWe) e da livelli di sicurezza migliorati. Negli anni Ottanta sono stati sviluppati i reattori di terza generazione (1.000 MWe), realizzati e in corso di realizzazione un po' ovunque nel mondo: attualmente ce ne sono 36 in costruzione.
L'evoluzione degli impianti ha progressivamente incorporato caratteristiche di efficienza e di sicurezza sempre più avanzate, sulla base dell'esperienza condotta negli impianti in esercizio. Finché nella prima metà degli anni Novanta le società elettriche europee da un lato e quelle statunitensi dall'altro, in collaborazione con le autorità di controllo nazionali e internazionali, hanno elaborato nuovi requisiti avanzati di efficienza e sicurezza, dando luogo allo sviluppo dei reattori cosiddetti di «terza generazione avanzata» (III+).
I reattori della terza generazione avanzata sono progettati in modo tale da evitare conseguenze anche in caso di fusione completa del nocciolo. Questa caratteristica fa parte dei requisiti standard adottati a metà degli anni Novanta da tutte le società elettriche europee nell'ambito dell'iniziativa EUR (European Utilities Requirements) e da tutte le società elettriche Usa nell'ambito dell'iniziativa URD (Utility Requirement Document) e costituisce quindi una condizione vincolante cui devono soddisfare tutti i reattori che saranno realizzati nel mondo.
Il più avanzato fra i reattori attualmente proposti sul mercato (due impianti sono in costruzione in Francia e in Finlandia) è l'EPR (Enhanced Pressurized Reactor), sviluppato nel quadro di un'iniziativa di cooperazione franco-tedesca. La centrale EPR, accanto ai sistemi di protezione finalizzati ad impedire la fusione del nocciolo, adotta sistemi in grado di controllare anche le conseguenze di un incidente di fusione. Gli accorgimenti progettuali rendono di fatto infinitesima la probabilità di fusione del nocciolo con fuoriuscita di radioattività: meno di un evento ogni 10 milioni di anni di funzionamento del reattore.
Oltre alle caratteristiche avanzate di sicurezza, l'EPR è caratterizzato da una sensibile riduzione dei costi di generazione dell'energia elettrica, che sono inferiori del 10% rispetto a quelli tipici degli impianti nucleari più moderni attualmente in esercizio, e di più del 30% rispetto agli impianti a gas più avanzati. Questo elevato livello di competitività si basa su alcune caratteristiche fondamentali:
la potenza di 1.600 MWe (la più elevata fra gli impianti attualmente proposti sul mercato);
un'efficienza complessiva pari al 37% (a più elevata fra i reattori presenti sul mercato);
un periodo di costruzione più breve (4 anni), a causa miglioramento nella metodologia di costruzione;
una vita operativa di progetto di 60 anni;
un fattore di disponibilità dell'impianto durante la vita operativa pari al 92%.
Per effetto della progettazione ottimizzata del nocciolo e della elevata efficienza complessiva rispetto ai reattori attualmente in esercizio, l'EPR offre inoltre significativi vantaggi in termini di sostenibilità ambientale: un risparmio di uranio del 17% e una riduzione della produzione di materiali radioattivi a lunga vita pari al 15% per kWh prodotto.
Ugo Spezia
Ugo Spezia è segretario generale AIN

(Associazione Italiana Nucleare http://www.assonucleare.it/)
http://www.ragionpolitica.it/testo.9670.html

sabato 19 luglio 2008

ANCORA SUL CSM (click)

Documento raccolto sul Legno Storto.

NON SI PUO' ATTENDERE OLTRE, LA GIUSTIZIA IN ITALIA VA RIFORMATA (click)

CLICCATE SUL TITOLO E LEGGETE LE SCATURIGINI DI QUESTE PAROLE DI ALBERT.

albertzanna
Punto Quotidiano: Ma questo caos è voluto oppure è spontaneo? 19/07/2008 08:38

La frase di Gasparri è offensiva per l'Istituzione Giustizia ??

Tutti coloro che ben conoscono la lingua italiana sanno cosa significhi il sostantivo "cloaca": una fognatura

Vogliamo rifiutare questo termine perchè troppo forte??

Vogliamo provare ad usarne altri, tipo "sentina", tipo "discarica", tipo "pattumiera" ??

Vogliamo esprimerci in punta di forchetta, essere eleganti, rispettosi della Istituzione giustizia, riconoscere alla Magistratura la correttezza e l'imparzialità che dovrebbero essere alla base dell'azione di una qualsiasi magistrato, anche di un semplice addetto ai lavoro ??

Diamo per assodato che questo debba esserle riconosciuto.

E allora, come dobbiamo considerare i giudizi espressi da alcuni magistrati sugli elettori, per esempio, che hanno votato per governi diversi da quelli della sinistra? Che tipo di commento dobbiamo fare circa la sollecitudine che un magistrato ha nei confronti di un suo collega, che sia stato citato in giudizio, che in brevissimo tempo ne mette a ruolo la causa e che sempre, sempre, si chiude con l'assoluzione del magistrato stesso, anche se l'accusa che gli viene rivolta sarebbe infamante per una Istituzione che dovrebbe essere lo specchio del funzionamento, corretto e rispettoso dei diritti di tutti?

Cosa dobbiamo dire di un magistrato che impiega 8 anni per scrivere le motivazioni di una sentenza, e nell'attesa i criminali che ne erano oggetto vengono rilasciati? E non mi interessa che, sull'onda emotiva causata dallo scandalo del suo operato, questo magistrato sia poi stato giudicato in torto, condannato e sollevato dal suo incarico. Una rondine non fa primavera, e dei 6 mesi, se non ricordo male, di condanna al carcere che ha subito, non farà neppure un secondo dietro alle sbarre, e non mi pare d'avere letto da nessuna parte che il magistrato abbia subito danni economici circa le sue spettanze liquidatorie di anni passati in Magistratura.

Che dobbiamo dire circa le dichiarazioni pubbliche di un Capo di una Procura come quella di Milano che, in una occasione ufficiale, si esprime per il mantenimento di un atteggiamento contrario alla gestione stessa di una buona giustizia?

Cosa dobbiamo dire di un Giudice che plaude a terroristi e li lascia liberi di continuare ad agire ai danni dello stato italiano?

Cosa dobbiamo dire di un sistema di gestione della parte economica di una classe di dipendenti dello stato che pretendono di non dovere essere assoggettati alle regole valide per tutti, di fedeltà alla "azienda" che ti paga uno stipendio, del rispondere del proprio operato innanzi al paese stesso, di meritocrazia, di trasparenza......?

Tutte le critiche che oggi in Italia possono essere rivolte e imputate alla Magistrature, sono tutte state cercate dai Magistrati stessi.

Quindi se un cittadino qualsiasi può essere imputabile di mancare ai propri doveri e all'etica della corretta convivenza fra cittadini in genere, a maggiore ragione lo deve essere per una Istituzione, come la Giustizia, che per definizione deve essere assolutamente imparziale e rispettosa dei diritti di ognuno di noi, dal più debole e povero al più forte e ricco.

Deploro Gasparri per la scelta del termine "cloaca". Ma non posso deplorarlo se ha evidenziato in modo troppo forte una situazione che la Magistratura stessa evidenzia, con i suoi comportamenti, ogni giorno.

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Questo penso della Magistratura Italiana.

Albert

mercoledì 16 luglio 2008

SETTEMBRE NON DIVENTI OTTEMRE (click)


da Roma

La riforma dalle fondamenta della giustizia italiana, ab imis come dice Silvio Berlusconi, il ministro della Giustizia la presenterà a settembre. Sarà «organica», spiega Angelino Alfano, studiata «senza preclusioni ideologiche e con rigore tecnico». Da realizzare in tempi rapidi, perché «nessuno darà attenuanti a questo governo se non sarà in grado di dare al Paese una riforma della giustizia».
Al convegno dell’Unione Camere Penali, che proprio quella riforma vuole sollecitare con proposte concrete, il Guardasigilli annuncia che il cantiere è già aperto a via Arenula. Niente «legislazione alluvionale», dice Alfano, ma una serie di interventi, che seguiranno in parte la via ordinaria e in parte quella costituzionale, «mirati» e non «punitivi» per qualcuno.
Nella sala il ministro ha di fronte portatori di esigenze e di posizioni politiche diverse. Ci sono tanti avvocati, in testa il presidente dei penalisti Oreste Dominioni e anche magistrati, a incominciare dal presidente dell’Anm, Luca Palamara. Saranno presto consultati, assicura il ministro, ma si sa che i loro obiettivi spesso confliggono, soprattutto se si parla di separazione delle carriere tra giudici e pm, di riforma della sezione disciplinare del Csm e di obbligatorietà dell’azione penale.
Oltre ai due avvocati deputati del Pdl Niccolò Ghedini e Giulia Bongiorno, per l’opposizione c’è il ministro ombra della Giustizia del Pd. E Lanfranco Tenaglia subito accusa Alfano di predicare bene e razzolare male: «Annuncia provvedimenti nell’interesse dei cittadini ma poi fa le norme per salvare Berlusconi».
Al Pd, Alfano lancia un appello, perché nel voto si distingua da «un partito giustizialista e manettaro» come quello di Di Pietro» e abbandoni un antiberlusconismo che «non fa bene né al Paese nè alla giustizia». Sarebbe un grave errore politico, sottolinea, prendere le distanze solo dopo gli attacchi al Quirinale e al Papa di piazza Navona.
Per i cittadini, avverte il Guardasigilli, il mondo si divide oggi in riformatori e conservatori. «I riformatori vogliono mettere mano con coraggio alla questione giustizia e non è immaginabile cambiare il Paese senza intervenire sul sistema. Chi è per il mantenimento, dello status quo, con 5 milioni di processi civili e 3 di processi penali che non si fanno, è conservatore nel senso peggiore del termine».

lunedì 14 luglio 2008

"L'Europa dorme come negli anni '30 davanti al nazismo"

E' un articolo dell'aprile 2007, ma sempre di attualità perchè il pericolo è dietro l'angolo.
Lo posto per intero anche se la parte finale, quella sui matrimoni gay, non mi trova d'accordo.
Bruce Bawer è uno scrittore e un intellettuale newyorkese che dal 1998 vive in Europa e ha imparato a osservarla e conoscerla meglio di molti suoi colleghi europei. Bawer si trasferì in Olanda in cerca di un paese dove la tolleranza e la libertà di pensiero fossero un pilastro della vita pubblica e dove potesse vivere con il suo compagno in modo libero e riconosciuto. Ma l’Olanda che Bawer trovò era molto diversa da quella che si era immaginato. Il peso crescente delle comunità fondamentaliste musulmane stava influenzando sempre più i costumi e il clima culturale del paese, sottraendogli proprio quegli elementi di cui Bawer era in cerca. In più Bawer scopre che in Europa esiste un particolare tipo di fondamentalismo, quello dello Stato centralista e burocratico. Così dall’Olanda si sposta in Norvegia, ma senza grandi cambiamenti. Lì ancora vive e lavora.
Durante la sua carriera Bawer è stato variamente classificato: da neo-conservatore negli anni ’80, fino a “classical liberal”. Di sé dice: “Sono sempre stato anti-comunista ma ho cambiato orientamento politico più di una volta, non perché cambiassi idea ma perché le varie etichette cambiavano significato”. Con il suo ultimo libro non ancora tradotto in italiano “While Europe Slept. How radical Islam is destroing the West from within”, è stato anche accusato di razzismo anti-islamico e di islamofobia. Ma si tratta solo del vivido reportage delle cose viste e vissute da un testimone sveglio in un continente che dorme.
Nel suo libro precedente, “Stealing Jesus”, lei muove una critica molto severa al “fondamentalismo cristiano”. Nell’ultimo libro, “While Europe Slept”, la critica è rivolta al “fondamentalismo islamico”. Ma è possibile paragonare i due fenomeni?Sì e no. Sia i fondamentalisti cristiani che quelli musulmani sostengono che le loro rispettive “scritture” provengono direttamente da Dio e che ogni evento che vi è descritto è realmente accaduto nella storia, e ogni regola e comandamento che vi si trova deve essere osservato senza obiezioni dal credente. In questo senso si assomigliano. Ma ci sono differenze sostanziali. In primo luogo la grande maggioranza dei musulmani, sia nel mondo arabo che in Occidente è fondamentalista, mentre solo una piccola minoranza di cristiani può definirsi tale. Inoltre, mentre persino i cosiddetti “musulmani moderati”, del genere di Tariq Ramadan, rifiutano di condannare le violente regole coraniche come ad esempio la lapidazione delle adultere, solo una piccola minoranza di coloro che si descrivono “fondamentalisti cristiani” approverebbe l’insieme di regole, tabù e punizioni descritto nel Vecchio Testamento. Infine nel fondamentalismo cristiano non c’è alcunché di paragonabile al jihad.La differenza tra i due fondamentalismi può essere descritta facilmente. I leader della destra religiosa in America vogliono negare ai gay il diritto di sposarsi. I leader islamici – anche quelli moderati - non rifiutano il precetto coranico di mettere a morte i gay. Rimango un forte critico del protestantesimo fondamentalista americano, ma resta il fatto che il fondamentalismo musulmano e ben più diffuso e molto più pericoloso. E mentre il versante cristiano sembra incamminarsi verso il declino, il fondamentalismo islamico è un’industria in crescita.
C’è un terzo tipo di fondamentalismo che lei considera nel suo libro, quello dello Stato centralista e burocratico e del suo sistema di controllo sociale.E’ vero. L’Europa si considera una entità laica, secolare, ma in un certo senso ha la sua religione di Stato. Quello che intendo dire è che molti cittadini europei hanno appreso durante tutta la loro vita, dai maestri di scuola, dai professori, dai giornali , dai politici, a riverire e adorare il modello social-democratico di Stato e i burocrati che lo dirigono. Questi europei si sottopongono ad una dieta regolare di critica del sistema economico e politico americano, ma molto raramente o forse mai accettano una critica sostanziale alla socialdemocrazia europea. Sono dunque inconsapevoli della sua debolezza e dei suoi pericoli e anzi sono convinti – con l’aiuto della politica e dei media – che quel modello rappresenta la vetta dello sviluppo sociale umano.Questo è pericoloso perché nessun sistema, neppure uno eccellente, rimane eccellente a lungo senza sottoporsi ad un esame critico (in questo gli americani sono molto più avanti degli europei e sanno sottoporre il loro modello politico ed economico a periodiche e severissime critiche).Ma è anche pericoloso perché più un governo accentra poteri, meno libertà resta ai cittadini. Gli Stati europei possono in effetti assicurare i loro cittadini un livello di sicurezza economica più alto di quello americano (anche se le differenze non sono così grandi come gli europei sono portati a credere e, in ogni caso, le attuali tendenze demografiche mostrano che le reti di sicurezza predisposte dagli stati si sbricioleranno abbastanza rapidamente). Ma lo scambio comporta che gli europei godono di meno libertà degli americani. Il fatto che gli europei non se ne rendano conto testimonia dell’ottimo lavoro che burocrati, accademici, politici e giornalisti hanno svolto per nasconderglielo.
Come è potuto accadere che gli immigrati musulmani in Europa siano divenuti spesso così ostili e aggressivi verso paesi che pure sono stati piuttosto generosi nei loro confronti. Cosa è andato storto?La generosità è proprio parte del problema. Ha fatto da nutrimento a risentimento e autocommiserazione. Ma la generosità è solo un aspetto di quell’attitudine culturale alla sottomissione di una parte delle élite europee che ha incoraggiato il disprezzo dei musulmani europei verso l’Occidente e i suoi valori. Ovviamente questo disprezzo è già parte integrante della cultura musulmana. Nelle scuole, nelle moschee, e nei programmi in lingua araba riversati dalle tv satellitari nelle case dei musulmani europei, viene servita una dieta ricca di disprezzo per la democrazia, per la libertà di parola e di culto, per i diritti individuali, per l’eguaglianza delle donne, per la tolleranza verso i gay e così via. Ma c’è una responsabilità forte delle élite europee politiche e giornalistiche nel rendere tutto questo ancora più pernicioso, quando mancano di difendere con forza quei valori e quelle libertà e di condannare le spinte illiberali che agitano le subculture degli immigrati.
C’è una responsabilità anche nelle politiche pubbliche verso l’immigrazione?Certo. Al fondo c’è la considerazione dell’immigrato come membro di un gruppo piuttosto che come individuo: tutto l’opposto dell’approccio americano che gli europei criticano ma che ha funzionato molto meglio. Alle comunità immigrate è stato consentito di importare in Europa gli aspetti più oltraggiosamente anti-democratici delle loro culture e sono stati lodati per questo. Questi prodotti d’importazione rappresentano un attentato alla libertà e alla sicurezza dell’Europa, ma i governi non se ne rendono conto e tanto meno se ne prendono la responsabilità.Nel frattempo l’immigrazione verso l’Europa cresce. Succede soprattutto attraverso i matrimoni: i padri che vivono nei paesi europei organizzano il matrimonio delle figli con parenti nei paesi d’origine e, grazie alle varie leggi sulla “riunificazione familiare”, lo sposo straniero è autorizzata a entrare in Europa portandosi appresso una forte e fresca dose di “valori musulmani tradizionali”. Questo meccanismo generazionale assicura che la sposa nata in Europa venga trattenuta all’interno di forti condizionamenti psicologici e culturali connessi alla terra d’origine, impedendo la sua integrazione nella società in cui vive.
Cosa pensa della prospettiva di ammettere la Turchia nell’Unione Europea, gli americani sono di solito a favore…?Credo che sarebbe disastroso. La Turchia è troppo grande e troppo povera e a parte Istanbul è troppo arretrata. Lo stato laico voluto da Ataturk appare in declino e l’Europa non può sopportare questo giogo. E inoltre, l’Unione Europea è già un disastro in atto. Il mercato comune era stata una buona idea ma non è stata una buona cosa che questo sia evoluto in una sorta di super-stato governato da tecnocrati non eletti, propensi all’iper-regolamentazione e senza nessuna voglia di mettere in discussione le proprie politiche di immigrazione e integrazione. Forse l’ingresso della Turchia in Europa renderebbe più rapido il collasso di questa Europa e in questo senso potrebbe essere una buona idea.
L’Europa dorme ancora, anche dopo le bombe di Madrid e Londra, cosa fare per svegliarla?Davvero non lo so. L’incapacità della gente nel comprendere la lezione proveniente da quegli attentati è inquietante. Molti ancora inclinano nell’assurda convinzione che in qualche modo l’Occidente si sia meritato quella violenza e che i radicali islamici si fermeranno se solo ritireremo le truppe dall’Iraq, daremo più soldi ad Hamas o chissacosa. Credo che sia più facile abbracciare questa convinzione che guardare in faccia la raggelante realtà del jihad.L’attitudine di molte persone oggi verso il fondamentalismo islamico è simile a quella che si registrava in Inghilterra negli anni ’30 verso il nazismo. C’è il disperato desiderio di credere che degli ideologi fanatici bramosi di conquiste divengano in qualche modo amichevoli e pacifici con un po’ di blandizie, di complimenti e di scuse, e cercando l’appeasement in ogni possibile occasione.
La natura degli assassinii di Theo Van Gogh e di Pym Fortuin è stata compresa in Europa? Si è capito cosa li ha prodotti e perché?Qualche occhio si era aperto dal sonno subito dopo quegli omicidi, ma molti si sono richiusi. Persino in Olanda, dove quei fatti sono accaduti sono in molti a non avere lo stomaco per resistere e fanno finta di nulla oppure emigrano. Ci sono tantissimi olandesi che di questi tempi si trasferiscono in Canada o in Australia per sfuggire dalla crescente tensione culturale del loro paese. Quando lo scorso anno, la brava e coraggiosa Ayaan Hirsi Ali, che era la principale erede delle battaglie di Theo Van Gogh e di Pym Fortuin, lasciò l’Olanda per trasferirsi negli Stati Uniti, molti olandesi si sono sentiti sollevati per la sua partenza, quasi che il problema potesse scomparire assieme a colei che lo segnalava.
Qual è l’origine e il significato del diffuso anti-americanismo europeo?L’anti-americanismo europeo risale alla nascita stessa degli Stati Uniti. Allora prese le forme di un forte antagonismo di parte dell’aristocrazia europea verso una moderna democrazia che veniva avvertita come una minaccia per i privilegi di casta e per l’assetto monarchico di molti governi. Tutta la narrazione sull’America incolta e volgare ha origine nelle elite europee che disprezzavano l’idea stessa di un paese governato da gente che veniva considerata come una massa di contadini rozzi e ignoranti. L’”aristocrazia” di oggi, quella sinistra europea che domina gran parte della politica, dei media, delle università e della burocrazia, ha ereditato quello snobismo di fondo. Proprio come le monarchie del 19° secolo temevano la minaccia della nuova democrazia americana, l’establishment europeo di oggi teme il confronto tra la democrazia liberale americana e il vecchio sistema socialdemocratico. I media europei hanno compiuto un capolavoro fornendo sistematicamente un’immagine falsata degli Usa, al punto che chiunque oggi voglia essere preso sul serio in Europa si sente obbligato a mostrarsi pensosamente critico dell’America.
L’Europa sembra diventata il continente delle scuse. Si è scusata per le vignette danesi, per i marinai rapiti dall’Iran, persino il Papa ha dovuto scusarsi per il suo discorsa di Ratisbona. Nell’anno del suo 50° anniversario resta poco della tradizione di grande potenza economica, militare e culturale che pure le appartiene…Ogni volta che chiede scusa per l’esercizio delle sue stesse libertà democratiche, l’Europa mostra la sua debolezza e aumenta il disprezzo che il mondo musulmano sente per l’Occidente. Ogni richiesta di scuse rafforza i fondamentalisti e li incoraggia a rispondere alle blande reazioni europee con sempre maggior violenza e aggressività. Gli europei non vogliono ammettere che questo comportamento di sottomissione, ormai divenuto uno standard, sta conducendo il continente verso esiti molto pericolosi. La libertà d’espressione è già stata indebolita e i leader europei dalle scuse facili stanno consentendo ai radicali islamici di spingere l’Europa verso la sharia.
La Chiesa ha un ruolo importante in Italia. Un ruolo che oggi è messo in discussione da molti come un’ingerenza della religione verso uno Stato laico. In che modo, secondo lei, politica e religione possono interagire e in come si regola l’America rispetto all’Europa?I nostri padri fondatori fecero della separazione tra Stato e Chiesa un parte fondamentale della costituzione americana, assieme alla libertà di culto. Questo perché sapevano che la preferenza ufficiale verso una religione a scapito di un’altra sarebbe stato anti-democratico, e avevano visto come lo scontro tra religioni avesse causato guerre dopo guerre in Europa. Da americano, avverto l’intimità tra Stato e Chiesa tipica dell’Europa, come estranea e inopportuna. (E’ anche vero che le cosiddette “faith based initiatives”, di George W. Bush hanno portato Stato e Chiesa più vicino anche in Usa, la loro separazione è ancora molto più ampia che nella gran parte dell’Europa).Oggi poi, grazie alla tradizione europea di finanziare le istituzioni religiose, i contribuenti finanziano moschee dove gli imam predicano l’odio per l’Occidente e il rovesciamento della democrazia. Lo trovo perverso. Quella stessa intimità tra Stato e Chiesa ha rafforzato gli elementi più estremisti e teocratici delle comunità di immigrati, e ha deluso tutti quelli che avevo sperato di trovare in Europa libertà di pensiero e di culto, eguaglianza sessuale e il diritto di vivere la propria vita liberi dalle prescrizioni coraniche o da quelle dei mullah e degli imam.
In Italia è in corso un dibattito molto acceso sulle unioni tra omosessuali (qualcosa di simile ai Pacs in Francia). Da un lato c’è chi li invoca in nome dei diritti civili e individuali, mentre dall’altro si teme che queste unioni attentino all’istituto del matrimonio inteso in senso tradizionale. Lei cosa ne pensa?Il matrimonio civile tra persone dello stesso sesso è in effetti una questione di parità di diritti, di buon senso e di decenza. I sacerdoti hanno il diritto di opporsi e di predicare in questo senso e hanno il diritto di rifiutarsi di celebrare matrimoni religiosi tra gay. Ma le considerazioni religiose non dovrebbero avere impatto sulle relazioni civili in un paese laico dove ogni persona gode degli stessi diritti sin dalla nascita.Non ho mai sentito una spiegazione convincente del perché il matrimonio gay dovrebbe indebolire la tradizione del matrimonio in quanto tale. Il matrimonio è indebolito dall’adulterio, dagli abusi, dal divorzio, ecc…, non da due persone dello stesso sesso che vivano assieme una relazione amorosa, monogama e di mutuo supporto. Al contrario, i matrimoni gay rafforzano la società nello stesso modo in cui lo fanno in matrimoni tradizionali: quando due persone prendono l’impegno di aiutarsi e prendersi cura l’uno dell’altro, una parte di questo impegno è risparmiato alla società e allo Stato.Per quanto riguarda la tradizione, estenderla ad un gruppo per il quale era prima inaccessibile non vuol dire indebolirla ma rafforzarla.
11 Aprile 2007
da L'Occidentale

domenica 13 luglio 2008

ALBERT E LEONE 20 SU DI PIETRO (click)

Che cosa c'è nella testa di Di Pietro? 13/07/2008 00:11
leone 20 ha scritto:
Difficile sapere cosa c'è in una testa come quella.
Mi viene in mente la testa di un personaggio della penna di Guareschi, quando Don Camillo gli dice.... non c'è alcun pericolo, tanto la tua testa è solo osso.....


direi che ci sono alcune cose in quella testa:
- smania di potere
- voglia di potere
- estasi del potere

Spesso e volentieri in Italia si è sentito parlare del Grande Vecchio che sarebbe alle spalle di ognuno dei personaggi che hanno caratterizzato, dopo la fine della Guerra, la vita politica, ma anche quella industriale, almeno dopo la morte di Valletta.

L'uomo ha una visione tipica del meridionale che è arrivato al nord ben deciso a farsi strada. Ci sono una miriade di bravissimi "terroni" che hanno saputo lavorare bene, che sono stati e sono onestissimi, che hanno le loro origini nel cuore ma che hanno saputo integrarsi con la gente del nord Italia che, ammettiamolo, sono veramente molto diversi dai meridionali.

Poi ci sono quelli, anche di origine contadina, che smentiscono regolarmente il famoso detto "scarpe grosse, cervello fino". Quelli sono venuto al nord ben decisi a sfruttare al massimo "l'Ingenuità" dei settentrionali tipica del lombardo, del piemontese, del veneto, dell'emiliano, quella ingenuità che ci rende grandi lavoratori e sommi fresconi, quelli che bene o male pagano regolarmente le tasse e si preoccupano di arrivare a fine mese, pagando le bollette, rifiutando la facilità di diventare pensionato per invalidità (e andare a giocare a tennis tutte le settimane), che si preoccupano di lavurà dalla mattina alla sera senza mai alzare la testa.

Checazzecca ha capito, furbescamente, che poteva fare carriera diventando testa di legno per conto di un burattinaio, e i politici italiani ex DC e PCI sono maestri indiscussi e imbattuti, e si è messo al servizio di questo o di quello che, al momento, tiravano i fili.

Così fece agli ordini di Francesco Borrelli, poi lo ha fatto agli ordini del Grande Vecchio del comunismo italiano, ora dietro c'è......??.

E siccome è un intoccabile, da parte della magistratura, ora ha fatto il salto di qualità, e vuole diventare, lui stesso, il Grande Vecchio.

E' la storia che si ripete regolarmente, in questo paese di poeti, geni, artisti, navigatori ecc ecc.

Ma forse sta accadendo che la gente, dopo 60 anni di zuccate, inizi a capire e a stufarsi, e quando uno arriva ad esagerare, come sta facendo Di Pietro, può anche darsi che arrivi a trovarsi una marea montante di tale nausea da finirne travolto ed annegato.
A me pare di intravvedere qualche cosa del genere all'orizzonte, una ondata di tsunami.................................

Albert

venerdì 11 luglio 2008

IL PARERE DI UN ECOLOGISTA

"Riciclati" in ritardo ma sono ancora in tempo per un mondo migliore
di Folco Quilici

Ho avuto la fortuna, più di quarant’anni fa, di conoscere l’uomo che per primo parlò, scrisse, predicò su un tema drammatico: i limiti dello sviluppo del nostro pianeta, prevedibili in un futuro non molto lontano. Un pensiero addirittura rivoluzionario in quel momento d’osanna generale al progresso senza fine e allo sviluppo, anche se incontrollato. Su suo suggerimento, tentai con Carlo Alberto Pinelli, coautore in film impegnativi e compagno nelle prime battaglie ecologiste (parola ancora pressoché sconosciuta in Italia, negli anni Sessanta) di tradurre le idee d’avanguardia diAurelio Peccei in un film dedicato ai problemi da lui indicati. Ed attingemmo anche alle ricerche di altri «scienziati del prossimo futuro» riuniti, dallo stesso Peccei, nel famoso «Club di Roma».

Purtroppo, il nostro film dedicato alle loro idee sopravvisse solo pochi giorni sugli schermi dei cinema. E mai fu presentato in televisione. La gente, e non solo in Italia, non voleva sentir parlare, nemmeno accennare, a problemi ambientali. Cadeva nel vuoto ogni previsione sulla «fine delle risorse». Sull’esaurirsi, prima o poi, di quel petrolio le cui scorte sotterranee, oggi, sono infatti sempre più impoverite. Un problema oggi all’ordine del giorno. Successivi incontri, non solo con un genio come Peccei, ma con altri studiosi dell’(allora) prossimo futuro, mi convinsero delle ragioni di chi sosteneva il ricorso al nucleare. Soluzione inevitabile per l’umanità in crescita, e lo sviluppo di sempre più estese e popolate aree del mondo.

È poi esplosa la maledizione che tutti ricordiamo: Chernobyl, con il conseguente isterismo collettivo, la demonizzazione del nucleare, e lo stop in Italia del primo avvio in quel campo. Con le insensate, precipitose trasformazioni (o addirittura gli abbandoni) di quanto già in cantiere, con la grave colpa di disperdere il personale tecnico che oggi rimpiangiamo. A tutt’altro livello, di ben minore, anzi di minuscola, importanza, le conseguenze sul piano personale. Dopo Chernobyl, s’impose il principio di condannare con feroce scomunica chi riteneva d’essere un ambientalista ma continuava a credere nel nucleare. No, non poteva parlare d’ecologia chi non aderiva alla condanna di una tanto diabolica invenzione della scienza.

Ovviamente questa scomunica non ha convinto all’abiura né il sottoscritto né ambientalisti assai più importanti. Coloro che oggi assistono stupiti alla conversione al credo nucleare di chi ieri lo condannava. Nessuno deve meravigliarsi di questo voltafaccia. Anzi ci si può rallegrare nel leggere di quanti si dicono improvvisamente convertiti ed inneggia precipitosamente alla notizia che le fonti della pulita energia nucleare già permettono all’Europa di non immettere nell’atmosfera 700 milioni di tonnellate di velenosa anidride carbonica ogni anno (oltre ai 270 milioni di tonnellate risparmiate dalla sola Russia). Nessuna sorpresa nemmeno nello scoprire tra i predicatori che condannavano al rogo chi la pensava diversamente da loro, chi si gonfia il petto vantando anche i vantaggi derivati da quell’energia solo ieri maledetta.

Come la sua miracolosa capacità di produrre acqua desalinizzata in quantità crescenti; e quindi di poter affrontare in un prossimo futuro il problema della sete, afflizione di tante contrade del mondo. Sì, ora sono certi della bontà miracolosa del nucleare, i predicatori dell’ambientalismo sino a ieri maledicente. Meglio così. Godranno anche i loro figli e i loro nipoti di un mondo non precipitato nell’orrore di una crisi irrisolvibile. Un salvataggio in extremis cui contribuirà, certo, anche lo sviluppo di preziose energie alternative (il sole, il vento); ma che non sarebbe mai stato sufficiente a salvarci.

Solo a salvarci sarà l’intervento nel vitale settore dell’energia, dei 600 nuovi reattori che verranno costruiti entro il 2030.

TESTIMONIANZA SULL'ENERGIA (click)

"L'energia nucleare salverà il mondo"
di Eleonora Barbieri

Milano - «Il mio è un libro sui pregiudizi». Gwyneth Cravens li conosce bene. Per anni ha considerato inconfutabile l’equazione fra ambientalismo e lotta al nucleare, poi ha scoperto che l’energia dall’atomo «è il modo più pulito, sicuro ed economico per ottenere elettricità su larga scala». Fra le manifestazioni al Greenwich Village a New York e la conversione c’è di mezzo il chimico Rip Anderson, animo ecologista impiegato in un laboratorio nucleare nel Nuovo Messico. Un giorno di dieci anni fa la Cravens, scrittrice e divulgatrice scientifica per Harper’s, New York Times e Washington Post, ex fiction editor al New Yorker, torna ad Albuquerque, dove è nata e cresciuta. Terra di grandi spazi ed esperimenti misteriosi. Dove da bambina immaginava montagne ripiene di armi atomiche, funghi tossici che avrebbero ricoperto gli altopiani e inquinato i fiumi e preparava con l’amichetta di scuola piani di evacuazione extraterrestri in caso di attacco sovietico. «Quel giorno Rip Anderson mi parlava bene del nucleare - racconta al telefono - e io ero in completo disaccordo». Lui però è uno scienziato e un ambientalista convinto: «Mi sono sorpresa, e lui mi ha suggerito di andare a verificare con i miei occhi».

Inizia così un tour nucleare lungo dieci anni, un viaggio fra miniere di uranio, siti di stoccaggio, reattori, impianti a carbone, studi su isotopi e radiazioni, laghi che hanno nomi sinuosi come Ambrosia ma raccolgono scorie, esperti antiterrorismo e centrali «molto più linde di un ospedale».

Oggi la Cravens vive sulla costa Est e all’atomo ha dedicato le quasi cinquecento pagine di Il nucleare salverà il mondo. La verità nascosta su un’energia pulita, appena pubblicato in Italia da Mondadori (pagg. 533, euro 18,50). Parla dalla sua casa a Long Island. «Il Giornale è a Milano? Ci sono stata. Ho vissuto in Italia, un paese meraviglioso».

Sa che non c’è il nucleare?
«Lo so. Speriamo che l’Italia torni indietro al più presto e cominci a costruire centrali».

Molti italiani sono ancora contrari.
«All’origine di ogni paura c’è Chernobyl: un incidente terribile, ma all’epoca le statistiche furono esagerate. E poi a Chernobyl il reattore non aveva una stanza di contenimento: in Francia o in Giappone un impianto del genere non sarebbe possibile».

Perché convertirsi al nucleare?
«È una buona idea soprattutto dal punto di vista ambientale e della salute: azzera l’inquinamento da biossido di carbonio e i rischi di malattie cardio-respiratorie».

Anni fa anche lei era contraria. Perché?
«Ero terrorizzata da Chernobyl e dalle radiazioni. Poi ho scoperto i fatti, le cifre. E ho cambiato idea».

Era un’attivista?
«Ho raccolto firme contro la realizzazione di nuove centrali, come quella di Shoreham, vicino a casa mia. Non è mai stata costruita».

Si è pentita?
«Gli impresari erano corrotti, quella società non esiste più. Però oggi Long Island avrebbe energia pulita, soprattutto d’estate, quando le spiagge si riempiono di newyorchesi, i consumi di elettricità aumentano e l’unica soluzione è il petrolio. Così inquiniamo e spendiamo molto di più»


È sempre ambientalista?
«Sono a favore del solare e dell’eolico, ho un orto biologico. Gli americani mi chiamerebbero una treehugger. Ma ho scoperto che la propaganda è falsa: per produrre energia su larga scala il nucleare è più sicuro, economico e meno inquinante di qualunque altra tecnologia».

Quando si parla di nucleare quanto contano i pregiudizi?
«Il mio libro è sui pregiudizi: credi di conoscere qualcosa, ma non è così. All’inizio della carriera ero caporedattore, come i colleghi uomini, ma il mio stipendio era più basso».

Al New Yorker?
«No, ad Harper’s. Mi pagavano meno solo perché ero donna. Quando me ne sono andata ci sono voluti due uomini per sostituirmi. Ho sperimentato io stessa che cosa sono i pregiudizi. Io li avevo sul nucleare, perché mi fidavo di informazioni sbagliate».

Quali sono i pregiudizi più comuni?
«Il primo è che il nucleare abbia causato molti morti. Ha ucciso a Chernobyl, dove l’incidente non fu contenuto in nessun modo. Negli Stati Uniti in sessant’anni non ha provocato nemmeno un morto fra la popolazione. Un’altra convinzione diffusa è che le radiazioni siano terribilmente pericolose, ma si basa su una confusione fra radiazioni a dose bassa e a dose alta. Solo queste ultime sono davvero dannose. E noi riceviamo più radiazioni dalla natura e dalla medicina nucleare che da qualsiasi altra fonte: la terra, le rocce, le montagne sono radioattive. Siamo sempre esposti a radiazioni a basso dosaggio: meno dell’uno per cento deriva da impianti nucleari».

Nel libro scrive che una vecchia casa in pietra a Ramsar, in Iran, è venti volte più radioattiva del terreno di Chernobyl. Dati del 1993. Com’è possibile?
«Quell’area dell’Iran è una delle più radioattive del pianeta. Ci sono zone in India, Cina e Brasile dove il suolo è naturalmente molto radioattivo, e le persone abitano lì da secoli. Se una persona si trasferisse da Chernobyl al Colorado per evitare le radiazioni commetterebbe un errore. Anche una passeggiata alla Grand Central Railway Station di New York espone a più radiazioni».

Perché il nucleare è un’energia pulita?
«Non ci sono emissioni di gas nocivi. Poi la fonte è l’uranio: ne basta pochissimo per produrre molta energia. Il cuore di un reattore occupa poco spazio, gli sprechi sono minimi».

E le scorie?
«Anche il volume di rifiuti radioattivi è basso. Se una persona ricavasse elettricità solo dal nucleare, in una vita intera le scorie totali peserebbero appena un chilo, contro un equivalente di quasi 70 tonnellate di scarti solidi prodotti dal carbone».

Lo smaltimento non è pericoloso?
«Le scorie vengono isolate e protette in contenitori speciali e poi seppellite in profondità nel terreno: nessuno è esposto alle radiazioni».

Perché tante resistenze al nucleare?
«È la storia, la paura della bomba atomica. Poi molti hanno vissuto Chernobyl come un’altra Hiroshima, ma non è così. A Chernobyl è andato tutto storto, e il direttore della centrale non aveva competenze: era un quadro del Partito comunista, non un ingegnere».

Esistono rischi?
«Molto inferiori a quelli degli impianti a carbone. Ogni anno negli Stati Uniti le emissioni di carbonio uccidono 24mila persone. Dal 1986, anno di Chernobyl, mezzo milione di americani sono morti a causa del carbone; per il nucleare, neanche uno».

I pericoli però ci sono?
«Non esistono fonti di energia a rischio zero. Anche i pannelli solari sono costruiti con materiali tossici. Ma vogliamo l’elettricità?».


Abbiamo abbastanza riserve di uranio?
«È molto comune e può anche essere riciclato: in Francia è un procedimento diffuso. E può essere sostituito dal torio, un altro metallo radioattivo».

I vantaggi economici dell’atomo?
«L’uranio è meno costoso dei combustibili fossili. Per costruire un impianto negli Usa ci vogliono dai 5 ai dieci miliardi di dollari, ma la gestione è poco impegnativa».

Quanti sono gli ambientalisti convertiti al nucleare?
«Sempre di più. Ogni mese qualcuno si sveglia e si accorge che, altrimenti, dovremo fare nuove centrali a carbone, che è molto peggio. Greenpeace si oppone ancora al nucleare. E sarebbero ambientalisti...».

Il nucleare può sostituire carbone e petrolio? In quanti anni?
«In un mondo ideale potrebbe rimpiazzare tutti gli impianti a carbone e a gas. La Francia si è organizzata e in vent’anni è riuscita a ottenere l’80 per cento dell’elettricità dal nucleare. Prima il cielo francese era sporco, oggi è pulito».

Che cosa direbbe agli italiani ancora indecisi?
«Ci sono molte mitologie sull’uranio: ascoltate fonti scientifiche e universitarie, non gli anti-nuclearisti. E poi di nucleare non parleremmo nemmeno, se non ci fosse stato Enrico Fermi: un italiano fantastico che tutti dobbiamo ringraziare. Tanti anni fa, da visionario, ha intuito il potere dell’energia nucleare a scopi pacifici. È grazie a lui che molti paesi oggi hanno un’elettricità pulita e meno costosa».

Il nucleare è necessario?
«È l’unica soluzione per i prossimi trent’anni».

UN'INTERVISTA E UN ARTICOLO DA PONDERARE

Quadrio Curzio: “Alla fine l’Italia ce la farà”
Scritto da Gianluigi Da Rold
Friday 11 July 2008
Image
...
(Velino) - Ma chi ha il coraggio di affermare che questo Paese è in declino ? Perché non distinguere nella classe dirigente italiana, presa nella sua complessità e ampiezza, le eccellenze di capitale umano che esistono, lavorano, ragionano, insegnano, elaborano ricerche e ottengono risultati di primissima qualità? Il professor Alberto Quadrio Curzio, preside della facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica di Milano, ordinario di Economia politica e direttore del Centro di Ricerche in analisi economica, economia internazionale e sviluppo economico (Cranec), mangia la tagliata di pollo in un ristorante della zona Magenta di Milano e si limita con scrupolo, e per abitudine, all’acqua minerale. Ogni tanto risponde agli squilli soft del cellulare quando vede la chiamata di un suo familiare. Ma è sempre “sul pezzo”, per tradurla in gergo giornalistico. Attento a cogliere le notizie del cronista di gossip finanziario, per ritornare nei suoi pensieri a inquadrare i problemi non semplici del Paese. Verrebbe voglia di domandargli, ma il gossipparo non ne ha il coraggio per rispetto e per non metterlo in imbarazzo, perché non hanno nominato lei Governatore della Banca d’Italia? “Non le ho mai raccontato come ho conosciuto Raffaele Mattioli? - dice Quadrio Curzio- Avevo 28 anni e avevo scritto un libretto che era capitato nella mani di Piero Sraffa. Lui lo aveva letto e ne aveva parlato al presidente della Banca Commerciale. Alla fine mi telefonò Mattioli per incontrarmi e conoscermi. Parlammo per due ore nel suo ufficio di Piazza della Scala di quel mio libretto. Io ovviamente ne rimasi lusingato. In questo momento però penso soprattutto all’attenzione che avevano gli uomini di quell’Italia verso il lavoro di un giovane”. Poi il professore passa alle emergenze del Paese, che sono tante. In questi anni ha scritto libri e innumerevoli articoli sulla necessità di una riforma dello Stato e della stessa Costituzione (anche la prima parte), sull’urgenza di una semplificazione legislativa e burocratica. Guarda con attenzione alle capacità della media industria manifatturiera del Nord, quella che Fulvio Coltorti, capo dell’ufficio studi di Mediobanca ha definito la struttura del “quarto capitalismo”. Senza dirlo apertamente, Quadrio Curzio si compiace di essere un valtellinese di nascita e un milanese a tutto tondo per adozione e residenza, un cattolico lombardo, un manzoniano che ama l’unità d’Italia.

“Ci sono - dice - tre emergenze gravi: il divario tra Nord e Sud che si sta ampliando, l’ampiezza del debito, il problema energetico. Continuiamo a trascinarci questi tre problemi e oggi io sono preoccupato soprattutto del primo che le ho citato. Ho dei ricercatori bravissimi che sono siciliani, gliene potrei citare tantissimi. Ma vanno via, come tanti altri dalle loro zone. Il Sud sembra dimenticato. La vicenda di Napoli è quasi una metafora drammatica”. Si capisce che il professore ha voglia di un sistema-Italia funzionale, perché il motore economico di questo Paese c’è e va sempre bene. Se gli si obbietta che la Lombardia rallenta con il suo pil, lui ti mette di fronte a evidenze che molti dimenticano: “Ma lo sanno che cosa è la Lombardia? Qui si fa impresa da secoli. L’imperatrice Maria Teresa d’Austria la riteneva una gemma dell’Impero. La Lombardia ha il pil più alto di quello della Svezia! Le imprese lombarde manifatturiere sono seconde per esportazioni solo alla Germania. Le capacità di ristrutturazione, di innovazione e di stare sul mercato che hanno dimostrato in questi anni lasciano stupefatti persino i ricercatori. Il problema è usare questo motore per rinnovare un sistema italiano. Certo se si semplificasse un poco il Paese nella sua intricata matassa di disposizioni burocratiche, amministrative e legislative si ridurrebbe anche il debito. Mi dicono che semplificando del venticinque per cento si guadagnerebbero 30 miliardi di euro, il due per cento del pil”.

E’ ammirevole Quadrio Curzio per questa battaglia in nome della semplificazione, che conduce da anni dal suo ufficio dell’Università Cattolica scrivendo libri e articoli per Il Sole24Ore e per tanti altri giornali. Dice con cortesia: “Ma guardi che seguo quello che lei scrive sul VELINO. E leggo con piacere e curiosità”. Giorgio Squinzi, gran patron della Mapei, giudica Quadrio Curzio “l’economista che ha capito più di tutti i problemi dell’industria italiana”. Ed è difficile dare torto a Squinzi, quando racconta che cosa ha significato per lui e la Mapei la complicazione burocratica: “Mi hanno fatto perdere otto anni per ampliare il mio primo stabilimento a Robbiano di Mediglia, alla periferia di Milano”. Come dare a torto quindi a Quadrio Curzio quando insiste, da anni, su questo “castello kafkiano” di normative che spesso si contraddicono tra di loro? “Penso che il ministro Giulio Tremonti abbia compreso diverse cose e che possa realizzarle. Occorrerà pure dare una svegliatina all’Europa. Sono curioso di vedere se saranno rispettati gli articoli 81 e 82 del Trattato”.

Lo scenario che osserva Quadrio Curzio non è solo l’Italia. Dice: “C’è il mondo, l’Europa e ci siamo noi italiani”. Oggi il direttore del Cranec si sofferma spesso a guardare questi famosi “fondi sovrani”. Ha recentemente scritto insieme a Valeria Miceli: “Nelle relazioni economiche e finanziarie internazionali si stano creando molte asimmetrie dove i paesi emergenti (Cina, altri paesi asiatici, paesi del Golfo e altri paesi Opec) non sempre rispettano criteri di reciprocità e trasparenza, vale a dire quelle regole che stanno alla base dell’Imf e del Wto e senza le quali non si può avere una leale convivenza economica internazionale né ci si può meravigliare delle reazioni dei paesi sviluppati.” E più avanti afferma: “Nel medio lungo termine sorgono tuttavia legittimi interrogativi sui benefici degli investimenti dei fondi sovrani considerata la loro consistenza patrimoniale, i ritmi di crescita, la loro quasi totale mancanza di trasparenza, la loro prevalente appartenenza a Stati non democratici. Liquidare il problema dei fondi sovrani affermando che i loro investimenti sono di portafoglio e quindi passivi, è una soluzione troppo sbrigativa per risolvere la questione della loro natura e delle loro strategie. Perché può essere breve e impercettibile il passaggio dalle operazioni di ‘salvataggio’ poste in essere nella recente crisi alle operazioni di “strategia” per entrare nel governo di società di Paesi sviluppati in ambito bancario e finanziario, nelle telecomunicazioni, nelle alte tecnologie, nell’aerospazio”.

Mentre attacca la macedonia di frutta, Quadrio Curzio ricorda: “Ho proposto l’emissione di titoli di debito pubblico europeo, riprendendo anche una proposta di Jacques Delors che in Italia è stata sostenuta da molti studiosi e, tra le personalità politiche, soprattutto da Giulio Tremonti. Ho proposto la creazione di un fondo sovrano europeo con una dotazione finanziaria costituita partendo dalla mobilitazione delle riserve auree delle Banche centrali. La creazione di un fondo sovrano europeo sarebbe una risposta a quello che io chiamo il fondo del sovrano”. Non si arrenderà mai al declino dell’Italia e dell’Europa, Alberto Quadrio Curzio. Le cito una frase della signora Anna Castellini Maranghi: “L’Italia è come ‘Ercolino’. Alla fine ce la farà sempre, se la caverà sempre. Anche perché è un Paese troppo bello e ci si vive troppo bene”. Quadrio Curzio sembra considerare tutto e riordinare le ricerche nella sua testa sopraffina. Poi dice: “Non sono mai stato declinista e non lo sarò mai. Penso che alla fine ce la faremo. E’ vero che questo Paese è impagabile. Dove trova, malgrado i pregi che hanno altri grandi Paesi, una città che ha una strada che porta sempre nel centro a una cattedrale che lascia sbigottiti per la sua bellezza?”.

(Gianluigi Da Rold)

mercoledì 9 luglio 2008

ancora lui

racconta alla sua claque che la legge consentirà alle massime cariche dello Stato di commettere qualsiasi delitto, e ne elenca un po'.
Ma si rende conto di quanto è ridicolo ?
No, quando uno non ci arriva, non ci arriva neanche se glielo diciamo.
Perché non basta dire "parla turco" perché uno parli turco. Se non è nel suo bagaglio, non lo può fare.
E lui non può capire, perché è piccolo piccolo.
Una grande Nazione non può e non deve essere ostacolata da piccoli ometti da nulla.
Le grandi Nazioni non permettono agli ometti da nulla di infastidire il guidatore.
Neanche negli autobus lo si ammette.
E' questione di logica. La Nazione deve andare avanti, e chi deve decidere deve poterlo fare, senza essere portato in tribunale da un imbecille qualsiasi, con accuse pretestuose, che poi magari si rivelano arbitrarie.
Intanto la Nazione sarebbe stata danneggiata.
Lo sapevano bene i Romani.
Avevi qualcosa da dire sul console ?
bene, lo potevi fare,
ma
dopo il consolato.
NON DURANTE.
E' così che agiscono le Nazioni degne di questo nome.
Per i nostalgici del KGB, per quelli che lo vorrebbero in Italia, per i spioni che vorrebbero spiare tutto e tutti, non ci può essere spazio.
Parlino pure alla loro claque.
Ma alla fine il Popolo capirà bene e per loro non ci sarà posto in Parlamento.

Secondo me.

martedì 8 luglio 2008

Da quale pulpito !

Qualcuno ha chiamato Berlusconi "magnaccia".
I "magnaccia" non sono quelli che gestiscono le prostitute ?
E i bordelli non sono (o erano) quei luoghi dove si raccolgono le prostitute ?

Certo, a dir qualcosa in un bordello, c'era pericolo che si sapesse in giro.
Ma ora ci sono posti dove la verità scappa, ben spinta, e con convinta volontà, e arriva ai giornali e in tv prima che agli interessati.
E magari si tratta di qualcosa di messo su in fretta e furia, privo di contenuto reale, pur di colpire l'avversario politico.... si, politico.
E' molto amaro scoprire che ci sia gente, in Italia, di così basso livello dal colpire deliberatamente l'immagine dell'Italia pur di colpire l'avversario politico, in qualsiasi modo.

Confronti bordelli e uffici, chi parla di "magnaccia", e faccia in modo che a nessuno venga in mente mai di pensare che una notizia (vera o falsa che sia) sia più sicura in un bordello che nel suo ufficio.

Perché è così che si danneggiano le Istituzioni, usandole male, abusandone e svilendole per inseguire i propri rancori personali, le proprie irrealizzabili utopie, e la propria vocazione da KGB.

Secondo me.

lunedì 7 luglio 2008

Intercettazioni stile KGB

Qualche giorno fa, parlando con Ambra, le dissi cosa pensavo di di pietro, persona che, a mio parere, farebbe bene a chiamarsi compagno anton pjotrov, con riferimento a quel KGB a cui mi sembra assai intelletttualmente legato.
Stessa, penso, identica, insana, voglia di spiare tutto e tutti, di sapere ogni intima cosa di ognuno (soprattutto avversari politici, perché, a sinistra... è un altro guardare, ben più benevolo, mi pare).
Di fronte alla realtà di 125.000 intercettazioni fatte da una nazioncina come l'Italia, in paragone alle 1700 fatte da una nazione ben più grande, ricca e numerosa, il nostro politico dall'eloquio assai particolare avrebbe dovuto vergognarsi, e invece ha il coraggio di indignarsi contro chi, come me, trova quest'invasione della privacy assurda, se non criminale.
E', io credo, questione di mentalità.
A noi piace la libertà, e che l'invadenza dello Stato abbia dei limiti (soprattutto se si spia con occhio strabico....);
a qualcun altro piace mettere la libertà altrui sotto torchio,
e trascurando processi e incombenze anche importanti (come per quel boss condannato e uscito perché il magistrato che avrebbe dovuto scrivere la sentenza, in 8 anni non ne aveva avuto il tempo !)
si corre dietro a fatti che con le vere indagini hanno poco a che fare.
Come fa una certa magistratura (non La Magistratura, ma solo quella parte deviata che spia iperbolicamente) ad avere tempo e soldi per le proprie necessità, quando lo impiega e li spreca in questi, per me, abusi di "investigazione" ? ... vere e proprie, sempre a mio parere, persecuzioni a carico di avversari politici, in cerca di un reato di cui non si ha nè evidenza né notizia ?
Si cerca di incastrare in qualsiasi modo chi si oppone ai loro sogni utopistici condannati dal Popolo Italiano (che li ha azzerati in Parlamento),
sogni che non sono mai diventati realtà politiche, né mai li diventeranno, perché sono contro ogni logica.
Sogni, però, che hanno armato molte mani, e causato tante, tante, tante, troppe vittime.

Secondo me.

venerdì 4 luglio 2008

DA TENERE IN CONSIDERAZIONE (click)


Una riforma necessaria. Ma da ripensare di Carlo Nordio
venerdì 04 luglio 2008

Nel celebre film di John Sturgees, "la Grande fuga", un piccolo e goffo pilota scozzese, prigioniero dei nazisti, elabora un complicato piano di evasione. I compagni tentano di dissuaderlo, le probabililità di successo sono poche e i rischi troppi. "Tento comunque - risponde il recluso - perché sono qui da quattro anni. Se non provo a scappare, rischio di farci l'abitudine". Proprio così: "rischio di farci l'abitudine". L'orgoglioso ufficiale non pensa alla casa, alla compagnia femminile, alla libertà. Va ben oltre: non vuole correre il rischio di assuefarsi a una situazione disonorevole. Perché quando non ci pensi più, il bene è già perduto.
Il cittadino italiano questo rischio lo sta correndo. Perché ha accettato, tacitamente e progressivamente, di rinunciare al suo diritto di dire quello che gli pare. Ossessionato dall'incubo di essere spiato, ha rinunciato ad essere libero. La segretezza delle conversazioni è infatti l'altra faccia della nostra libertà. Se sapessimo di essere sempre ascoltati, non diremmo mai quello che realmente pensiamo, e soltanto la meschina ipocrisia dei moralisti senza morale può predicare che chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere. No. Come il giusto pecca sette volte al giorno, ognuno di noi pronuncia ogni giorno settantasette frasi di cui dopo si pente: sortite infelici del nostro fragile intelletto, vulnerabile all'emotività e ai capricci del caso. Frasi da relegare nella spazzatura della nostra stessa coscienza, che opportunamente le ricicla nella macina della quotidianità. Ma che, una volta pubblicate, inquinano e deformano l'immagine di chi non le può più rinnegare.
Questo segreto inviolabile è protetto dall'articolo 15 della Costituzione. E' un bene primario,come la vita. Ma è stato stracciato, offeso e prostituito da una combinazione perversa di mistificazione, di interesse e di viltà. La mistificazione sta in chi illude i cittadini che le intercettazioni tutelino la loro sicurezza, e che senza di queste tante indagini nemmeno inizierebbero.
Non è vero: le inchieste più importanti della nostra storia giudiziaria, quelle contro il terrorismo e le brigate rosse, si sono felicemente concluse senza una sola intercettazione utile. L'interesse sta in chi maneggia questo strumento abominevole per alimentare il coccodrillo nella speranza che esso mangi il proprio avversario, senza sapere che, alla fine, il coccodrillo mangerà anche lui. E la viltà sta in tutti noi, che abbiano accettato questa porcheria senza un esame critico delle sue conseguenze civili e morali. Forse perché, abituati per secoli all'umiliazione dei sudditi, non abbiamo ancora acquisito il vigore dei cittadini.
La riforma della disciplina delle intercettazioni non è dunque solo necessaria e urgente: è vitale per la nostra dignità. Nei limiti della loro utilità alle indagini, esse vanno relegate tra gli strumenti più subdoli e ambigui, come le lettere anonime e le spiate dei confidenti: deiezioni talvolta fertili ma sempre segrete, che non entrano, né possono entrare, nei fascicoli processuali.
Detto questo ci si domanda se il progetto all'esame del parlamento sia adatto allo scopo. Temiamo di no. Esso contiene troppo, e insieme troppo poco. Troppo poco, perché mantenendo le intercettazioni come mezzo di prova ne consente l'accesso non solo ai magistrati che le dispongono e ai poliziotti che le eseguono, ma agli avvocati e alle parti che hanno diritto di selezionarne i punti utili. E saremo daccapo. Ma contiene anche troppo, perché limita fortemente il diritto di cronaca durante la fase investigativa. Se le intercettazioni devono restare segrete, esattamente come le fotografie pedopornografiche contenute nei fascicoli, non per questo si può impedire al cronista di seguire lo svolgimento delle indagini, e di raccontarle adeguatamente. Al contrario. Nei paesi di consolidata democrazia il bravo giornalista non si limita a pubblicare servilmente le dritte di poliziotti e magistrati, ma stimola entrambi con una critica serrata, e spesso con un'inchiesta parallela.
Concludo. Il progetto può e deve essere riveduto. Ma in ogni caso, prima le intercettazioni saranno eliminate dal nostro sistema giudiziario, riacquistando la funzione di strumento esclusivamente poliziesco, meglio sarà. Purtroppo, ancora una volta, la valanga di pettegolezzi diffusa in questi giorni alimenta nelle anime belle il sospetto che la riforma venga fatta nell'interesse di qualcuno. Questo non ci deve interessare, perché essa dev'essere invocata e pretesa dalla nostra stessa coscienza civile, indipendentemente dalla cointeressenza del potente di turno. Perché se è vero che in tempo di guerra la verità è così preziosa che va protetta da una cortina di bugie, in tempo di pace la nostra libertà è così preziosa che va protetta da una cortina di silenzio.

il Gazzettino, 4 lug 2008

giovedì 3 luglio 2008

FACCIAMO IL PUNTO CON LE PAROLE DI UN OPERAIO

Qualche Euro in più

Fra un mesetto circa la mia prima tranche del premio produzione 2008 sarà detassata ed io avrò qualche euro in più per la mia famiglia; non pagherò più l’ICI ed avrò qualche euro in più per la mia famiglia; saranno tassati i ricchi petrolieri e lo Stato avrà qualche euro in più affinché il mio pieno di gasolio mi costi un poco di euro di meno, cosicché io avrò qualche euro in più per la mia famiglia; i fannulloni che lavorano meno di me e che guadagnano molto più di me dovranno finalmente lavorare di più o lasciare il posto di lavoro, cosicché in un caso o nell’altro lo Stato spenderà di meno e avrà qualche soldo in più perché lo possa dare a quelli che lo meritano, ed io avrò qualche euro in più per la mia famiglia; la giustizia sarà più efficiente, più veloce e punirà di più i delinquenti, cosizzhè essendo meno pletorica ed atavica farà risparmiare qualcosa in più allo Stato e questi lo potrà ridistribuire anche a me cosicchè io avrò qualche euro in più per la mia famiglia; la pubblica amministrazione digitale farà risparmiare lo Stato ed io avrò qualche euro in più….

Il mio sindacato ed il centrosinistra si oppone al fatto che la mia Nazione sia più bella, snella, produttiva, giusta e si oppone a tutto quello che potrebbe farmi avere qualche euro in più per la mia famiglia.

Da domani la mia tessera della CGIL sarà riconsegnata al mittente ed io avrò qualche euro in più per la mia famiglia.

Pietro Noce
Celico ( Cosenza )

martedì 1 luglio 2008

UN PARERE DA UN ESPERTO DI GIUSTIZIA


"Antinomia tra valori liberal-democratici e obbligatorietà dell'azione penale" Scritto da Giuseppe Di Federico
martedì 01 luglio 2008

La proposta del Presidente della Commissione giustizia del Senato, Filippo Berselli, di fissare criteri di priorità nella celebrazione dei processi è apparso, ad alcuni, lesivo del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

Ciò ha riaperto il dibattito sulla opportunità di cancellare quel principio dalla Costituzione, o di regolarne l’esercizio. Da circa 40 anni, in scritti e convegni, ho posto in evidenza come quel principio andrebbe eliminato dalla Costituzione per la semplice ragione che non è fattualmente applicabile (troppi sono i crimini perchè possano essere tutti perseguiti efficacemente). Ho anche sostenuto e sostengo che il suo mantenimento produce molteplici conseguenze negative per il corretto funzionamento dello stato democratico. Molto sommariamente indico le più rilevanti.

a) L’obbligatorietà dell’azione penale vanifica il principio costituzionale dell’eguaglianza del cittadino di fronte alla legge. Poiché solo una parte dei crimini che vengono commessi possono di fatto essere perseguiti con efficacia, scelte di natura discrezionale devono comunque essere fatte nel decidere sull’iniziativa penale e sull’uso dei mezzi di indagine necessari a sostenerla. Ora tali scelte discrezionali sono di fatto lasciate alle singole procure e spesso ai singoli sostituti procuratori che le compiono con criteri tra loro diversi (molto efficacemente Giovanni Falcone definiva questo fenomeno come “una variabile impazzita del sistema”). La regolamentazione delle priorità nell’esercizio dell’azione penate e nell’uso dei mezzi di indagine è quindi l’unico modo per tutelare il principio di eguaglianza dei cittadini, per quanto umanamente possibile. E’ questo quello che avviene, in varie forme, in tutti i paesi di più consolidata tradizione democratica.

b) L’obbligatorietà dell’azione penale sottrae al controllo democratico le scelte di politica criminale. L’impossibilità materiale di perseguire tutti i reati lascia di fatto alla discrezionalità di un corpo burocratico reclutato per concorso, e quindi senza legittimazione democratica, la definizione di quali reati perseguire prioritariamente e con efficacia. In altre parole definire di fatto gran parte delle politiche pubbliche nel settore criminale. Ciò non avviene in nessun paese a consolidata tradizione democratica. Vale a riguardo ricordare quanto lapidariamente affermato dalla Commissione presidenziale francese a cui, nel 1997, il Presidente Chirac aveva, tra l’altro, demandato il compito di esplorare la possibilità di adottare il principio di obbligatorietà. La Commissione liquidò la questione in poche parole ricordando che nessun paese era mai riuscito né sarebbe mai potuto riuscire a perseguire tutti i reati. Che quindi un pubblico ministero pienamente indipendente chiamato ad applicare quell’inapplicabile principio avrebbe comunque dovuto compiere scelte di priorità. Cioè scelte di politica criminale. Concludeva ricordando che in un paese democratico le politiche pubbliche in tutti i settori, e quindi anche nel settore criminale, devono essere definite da organi che ne rispondano politicamente.

c) L’obbligatorietà dell’azione penale rende il pubblico ministero irresponsabile delle decisioni discrezionali che compie. Data la impossibilità di perseguire tutti i reati, i nostri pubblici ministeri adottano, e non possono non adottare, decisioni discrezionali nell’uso dei mezzi di indagine e nell’esercizio dell’azione penale. A differenza di quanto avviene in altri paesi democratici essi non portano responsabilità alcuna per quelle decisioni, né sul piano della valutazione della loro professionalità, né disciplinarmente né finanziariamente. Se le loro indagini e la loro iniziativa penale risulta inconsistente a livello del giudizio o anche prima (il che capita di frequente) la giustificazione che danno i pubblici ministeri è sempre stata pronta e risolutiva: poiché avevamo ragione di ritenere che un crimine fosse stato commesso, erano costretti ad agire onde non violare il principio di obbligatorietà. In buona sostanza l’obbligatorietà dell’azione penale trasforma qualsiasi decisione di natura discrezionale dei PM in materia di indagini ed iniziativa penale in un “atto dovuto”, cancella qualsiasi loro responsabilità per le decisioni prese,non è sanzionabile anche nei casi in cui sono state investite ingenti risorse in inutili ed ingiustificate indagini.

d) L’obbligatorietà dell’azione penale è di pregiudizio ai diritti del cittadino nell’ambito processuale. Un uso avventato o indebito dell’iniziativa penale può produrre, e spesso produce, devastanti conseguenze sullo status sociale, economico, familiare, politico e della stessa salute dell’indagato o imputato. Conseguenze cui non si rimedia con una sentenza di proscioglimento che giunge spesso a distanza di anni. In vari paesi democratici le regole relative all’esercizio dell’azione penale sono specificamente mirate anche ad evitare che pervengano in giudizio processi che non siano basati su solide basi probatorie (ad es. in Inghilterra e Galles). Stabilire queste regole anche da noi sarebbe contrario all’obbligatorietà dell’azione penale. In un discorso tenuto ai procuratori federali degli Stati Uniti nel 1941 l’allora U.S Attorney General Robert Jackson, poi divenuto notissimo giudice della Corte Suprema, ricordava che se si lascia al pubblico ministero la possibilità di scegliere i casi da perseguire si lascia a lui anche la possibilità di scegliere le persone da perseguire e di dirigere le indagini alla ricerca di prove per i possibili reati da lui/lei commessi. Affermava che -per il cittadino e la democrazia- questo è il maggiore pericolo insito nel ruolo del pubblico ministero. I poteri concessi al nostro pubblico ministero –tutti in vario modo collegati al principio di obbligatorietà- sono tali da rendere quel pericolo molto più grave ed incombente che in qualsiasi altro paese a consolidata democrazia. E’, infatti, pienamente legittimo che i nostri PM di loro iniziativa conducano, in assoluta indipendenza, indagini di qualsiasi tipo su ciascuno di noi, dirigendo le varie forze di polizia ed utilizzando tutti i mezzi di indagine disponibili, senza limitazioni di spesa, per accertare reati che loro stessi (più o meno fondatamente) ritengono essere stati commessi. Per queste decisioni non possono in alcun modo essere ritenuti responsabili, neanche quando producono devastanti effetti su cittadini ingiustamente indagati o imputati e sulle loro famiglie. Come già detto il principio di obbligatorietà dell’azione penale trasforma tutte le loro iniziative in “atti dovuti”.

e) L’obbligatorietà dell’azione penale è causa di lentezza ed inefficienza della giustizia penale. In altri paesi democratici le regole che impegnano il PM a non portare a giudizio cause per cui non esistono solidi elementi di prova servono ad evitare di sovraccaricare il lavoro dei giudici (il numero di assoluzioni da noi è molto elevato). Inoltre consentono loro di celebrare i processi in tempi più rapidi e di evitare che vadano in prescrizione processi per cui quelle prove sono inconfutabili (da noi le prescrizioni sono circa 200.000 l’anno) . Un diverso orientamento è “al contempo ingiusto per chi viene accusato e un inutile spreco delle limitate risorse del sistema di giustizia penale” secondo le lapidarie parole usate nei lavori preparatori della riforma del PM inglese del 1985.

Le norme sulle priorità nello svolgimento dei processi attualmente all’esame del Parlamento sono certamente utili per rendere più probabile che quelli per i reati più gravi vengano celebrati e che i colpevoli vengano effettivamente condannati. E’ tuttavia un intervento che fa di necessità virtù. Infatti da un canto le indicazioni di priorità contenute nella norma non possono che essere molto rigide e sintetiche rispetto alla grande articolazione che invece assumono quelle che negli altri paesi riguardano le attività del PM. Divengono quindi facile oggetto di critiche per aver ignorato aspetti importanti della realtà processuale e degli interessi coinvolti. D’altro canto le priorità nella celebrazione dei processi, a differenza di quelle che riguardano le attività del PM, non promuovono una maggiore efficienza dell’apparato giudiziario perché i costi processuali precedenti alla fase del giudizio, molto elevati, sono comunque già stati “pagati” per tutti i processi pendenti (attività investigative, lavoro del PM, lavoro del giudice dell’udienza preliminare, ecc.).

Quattro telegrafiche postille. La prima: ha ragione il Senatore Berselli nel ricordare che la norma da lui proposta sulle priorità nella celebrazione dei processi non è una novità. Sono state approvate norme dello stesso tipo dal Parlamento per iniziativa governativa in almeno in due precedenti circostanze, e cioè: l’art. 227 del D.lgs. n.51 del febbraio 1998 (Governo Prodi), l’art. 132 bis del codice di procedura penale nel marzo 2001 (Governo D’Alema), senza che i magistrati avessero nulla da obiettare.

Seconda postilla: ormai politici e giornalisti fanno a gara nel denunziare l’inapplicabilità del principio di obbligatorietà dell’azione. Vi è anche chi si compiace (tra gli altri Ostellino sul Corsera) che lo abbia ammesso anche l’On. Violante al quale tuttavia sarebbe opportuno domandare quali siano le ragioni politiche e gli obiettivi di natura giudiziaria che lo hanno indotto a tacere per vari decenni su un fenomeno di cui era certamente a conoscenza fin dai tempi in cui era giudice istruttore a Torino negli anni 1970. Oppure anche quali siano gli obiettivi che l’inducono a parlarne solo ora.

Terza postilla. Che io sappia, la prima proposta legislativa per l’abolizione del principio di obbligatorietà dell’azione penale la si trova nel progetto di riforma presentato da Forza Italia alla Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, nel 1997. E’ stata ora riproposta dall’On. Bernardini (si tratta di un’idea che l’On. Pannella coltiva da molti anni). Su questo giornale l’On. Veltroni ha proposto di regolarla con il concorso del Parlamento. Che sia la volta buona?

Quarta postilla: in questo articolo si è omesso di affrontare un tema strettamente correlato all’obbligatorietà dell’azione penale e cioè quello dell’indipendenza del pubblico ministero. Ce ne occuperemo in un prossimo articolo.
Giuseppe Di Federico

Professore emerito di Ordinamento giudiziario - Università di Bologna

Da: www.giustiziagiusta.info