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lunedì 8 dicembre 2008

ANCORA SU SALERNO-CATANZARO


Salerno-Catanzaro, il test di un disastro
Scritto da Mauro Mellini
lunedì 08 dicembre 2008

Non è un caso qualsiasi. Non è neppure, come qualcuno cerca di far capire, uno scandalo della “giustizia di sinistra” che ha bloccato “quella di destra” e di quella di destra che ha bloccato quella di sinistra. Il caso Salerno-Catanzaro è un test dello sfascio di tutta la giustizia italiana, della giustizia dei protagonismi delle “campagne”, dei processi di prima classe con tanto di “nome d’arte”, del C.S.M. che punisce e trasferisce con logiche più da probiviri del partito dei magistrati che ha organo di governo e di disciplina di una magistratura che dovrebbe essere al servizio della legge e dei cittadini.
E’ inutile domandarsi chi ha torto e che ha ragione, se De Magistris è un magistrato retto e intransigente che i “potenti” e la magistratura (e il C.S.M.) della loro parte hanno “fermato”, se l’intervento della Procura di Salerno riafferma legalità e ragionevolezza o se va al soccorso di stravaganze e personalismi o se è la longa manus di chi “stava dietro” le iniziative di De Magistris.
E tutto ciò ed il suo contrario. E’ una pagina di una storia scritta in una lingua surreale. E, se vogliamo, il pettine cui arrivano nodi diversi, destinati a stringersi e moltiplicarsi man mano che vi arrivano.
C’è, invece da domandarsi come mai la giustizia dei protagonismi, delle “campagne di giustizia”, delle pretese di “raddrizzamento” della politica, di scavalcamento di ogni argine istituzionale e via discorrendo, non sia arrivata assai prima a scontri clamorosi e grotteschi come quello ora in atto.
E c’è pure da domandarsi come mai anche quella parte della classe politica che da anni ha fatto le spese di certe patologie del sistema giudiziario e che ne ha quanto meno intravisto la consistenza e la gravità, non invochi oggi la necessità di far piazza pulita di un sistema che produce questo ed altro.
In realtà un “corpo separato” (così si diceva un tempo, nel linguaggio “sinistrese”, riferendosi non solo alla magistratura, ma a forze di polizia, forze armate, etc.) che abbia compiuto una “rivoluzione giudiziaria” come quella degli anni ’92-’96, vedendosi sfumare il successo ultimo per un “incidente” come la scesa in campo di Berlusconi e che poi per un decennio sia stata “delegata” dalla Sinistra a gestire l’opposizione ed i tentativi di ribaltamento delle situazioni create dalle varie tornate elettorali e di “completamento” del golpe del ’92-’96 è incomprensibile che non abbia dovuto subirne un serio contraccolpo e sia sfuggita ad una efficace “messa a norma” da parte del potere politico; che senza ricredersi sul suo ruolo abbia tuttavia potuto dover prendere atto della sostanziale sconfitta della sua strategia e nello stesso tempo, abbia potuto constatare l’efficacia politica degli strumenti di cui è depositaria e dell’assenza di rischi seri delle sue “deviazioni” eversive. Ma, proprio per questo una simile compagine è destinata, prima o poi, a spaccarsi, dilaniarsi, rivoltarsi contro antichi alleati.
Le “lotte intestine” di cui quella tra Catanzaro e Salerno è esempio clamoroso, si manifestano assieme ad un crescente “disagio”, ad un rivoltarsi contro gli antichi alleati, i beneficiari del golpe consumato, i mancati (o inadeguati) sostenitori della “seconda fase”, i “traditori” del P.D. Un atteggiamento che pure abbiamo potuto cogliere in vicende recenti e che ancora dovremo registrare in futuro.
Ma la tensione più forte che attraverso oggi la magistratura, assieme a quella tra irriducibili dell’eversione e dell’impegno politico e “moderati” che vorrebbero il ritorno ad una situazione “normale”, è quella determinata dal perdurante possesso, pressoché intatto, degli strumenti della prevaricazione politico-istituzionale ed, al contempo, della coscienza di non riuscire a trovare uno sbocco, una concludenza a tendenze e potenzialità eversive.
Tutto ciò, intendiamoci, è avviluppato in un contesto culturale (si fa per dire) complicato più che complesso, in rapporti difficili, equivoci e non sempre confessabili con ambienti, persone ed aree politiche con i quali, in passato, la connivenza e l’inciucio sono stati manifesti.
Oggi noi tutti paghiamo, perché è indubbio che c’è una ricaduta su tutta la società oltre che nell’ambito istituzionale ed in quello della giustizia, il peso ed i danni di questi strascichi della stagione dei golpe giudiziari, perché non abbiamo avuto la capacità e il coraggio di imporre verità e contestare responsabilità di fronte a macroscopiche esorbitanze eversive di un pugno agguerrito di magistrati sostenuti da un‘alleanza di “poteri forti”, che non ci siamo mai preoccupati di capire e di scandagliare.
Abbiamo coperto tutto, continuiamo a coprire tutto, a consentire che altri coprano tutto con principi e parole (principi svuotati ridotti a parole screditate) come indipendenza della magistratura, incensurabilità del contenuto della giurisdizione e dell’attività giudiziaria, irresponsabilità dei magistrati.
Fatti come la faida Catanzarsalernitana dimostrano che i riguardi usati nei confronti di una certa magistratura golpista, esorbitante, arrogante, purtroppo egemone perché troppo ben inserita nei “posti chiave” di tutto l’apparato giudiziario, sono stati il più grosso torto e la più grave causa di danno che potesse arrecarsi alla magistratura nel suo complesso, alla sua naturale autorevolezza, al suo prestigio ed alla libertà e decoro dei migliori dei suoi componenti.
Da Salerno e da Catanzaro arriva un pressante appello ad incidere i bubboni, che è sempre più assurdo sperare che si riassorbano senza provocare un’infezione mortale. E da fare presto.

Da: www.giustiziagiusta.info

domenica 30 novembre 2008

STRAGE A BOMBAY-MUMBAY (click)

Cliccando sul link ci sono le foto delle vittime dell'attacco alla Chabad di Mumbai

(da leggere il primo commento)

sabato 1 novembre 2008

lunedì 8 settembre 2008

SULLA MAGISTRATURA DI NAPOLI. (click)

Thread del forum 1, Legno Storto-

sabato 9 agosto 2008

martedì 22 luglio 2008

SCANDALOSO SILENZIO SULLA VITTORIA DI BERLUSCONI A NAPOLI (click)

Da un'articolo di Carlo Panella con lo stesso titolo è scaturita una discussione fra i Forumisti del Legno Storto, che può essere letta cliccando sul titolo del post.
Tuttavia mi piace mettere in evidenza uno dei post di Albert che esprime concetti importanti in risposta al solito individuo di sinistra, peraltro illetterato, che continua a blaterare recitando le solite cialtronate in difesa di un'ideologia che ha portato solo miseria e morte.

....."ti rimando a ciò che ti ho scritto sopra, a proposito delle vere percentuali.

Stammi bene a sentire, che credi, avendo una tastiera a disposizione, che tutto ciò che scrivi deve poi essere inciso su tavole d'oro per la posterità.

Io dichiaravo il mio anticomunismo che tu te la facevi ancora nel pannolone, e combattevo contro le pretese del sig. Degli Esposti di fare nella mia fabbrica ciò che tirava a lui, che era il responsabile cgil di Anzola dell'Emilia, in quel di Bologna.

Alla fine lo trasferirono a Imola, perchè con me non la spuntava. Quindi figurati se ce la puoi fare tu, che non sai neppure scrivere 5 righe in fila senza fare una serie di strafalcioni sintattici.

Per quanto mi riguarda, puoi darti una calmata e stare nei tuoi 5 metri quadri al centro sociale.

Il mondo, così come era prima del 1917, è rimasto anche dopo. Conosce progressi dell'ingegno umano e conosce abberrazioni mentali come quelli della nascita del comunismo.

Ed andrà avanti, nel futuro, anche se tu ti sgolerai a gridare nel deserto che il mondo conoscerà solo oscurità in attesa del sorgere del tuo sol dell'avvenire (che è una contraddizione in termini, perchè il colore del comunismo è il rosso, e sono i tramonti che sono rossi, mentre le albe sono sempre rosa. Capitto mi hai??? )

Quindi, se vuoi evitarti tracimazioni di bile, smetti di tentare di catechizzare me. Io sono e resto un uomo dalla mente libera, non credo ai dogmi, non credo alla dea bendata, credo solo a ciò che so fare con le mie mani e con la mia intelligenza che, consentimi la immodestia, è infinitamente superiore alla tua perchè nella mia testa non consento l'ingresso degli affabulatori come te e tutta la tua compagnia rossa.

Buon ultimo, credo che Berlusconi sia uno squalo, lo è come lo sono io, come lo è chiunque abbia usato le doti della genialità, del sapere lavorare e del sudore per fare fortuna o cose positive nella vita.

E lo stimo perchè, nonostante la guerra che da 14 anni gli fanno contro, è stato talmente abile ed intelligente da comportarsi da squalo senza che gli si possa attribuire neppure un morso al più squallido dei comunisti.

Tu non hai risposte da darmi, perchè sei troppo permeato di slogan comunisti e parole d'ordine trinariciute. Prova ad uscire dallo stato comatoso, del ragionamento, in cui ti sei infilato (un cul de sac). Quando ci sarai riuscito, prova a ripresentarti. Ma lascia a casa il campionario di preservativi economici, quelli che rendono sempre incinte le madri degli imbecilli"...
(la discussione continua, leggete il 3D)

martedì 1 luglio 2008

UN PARERE DA UN ESPERTO DI GIUSTIZIA


"Antinomia tra valori liberal-democratici e obbligatorietà dell'azione penale" Scritto da Giuseppe Di Federico
martedì 01 luglio 2008

La proposta del Presidente della Commissione giustizia del Senato, Filippo Berselli, di fissare criteri di priorità nella celebrazione dei processi è apparso, ad alcuni, lesivo del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

Ciò ha riaperto il dibattito sulla opportunità di cancellare quel principio dalla Costituzione, o di regolarne l’esercizio. Da circa 40 anni, in scritti e convegni, ho posto in evidenza come quel principio andrebbe eliminato dalla Costituzione per la semplice ragione che non è fattualmente applicabile (troppi sono i crimini perchè possano essere tutti perseguiti efficacemente). Ho anche sostenuto e sostengo che il suo mantenimento produce molteplici conseguenze negative per il corretto funzionamento dello stato democratico. Molto sommariamente indico le più rilevanti.

a) L’obbligatorietà dell’azione penale vanifica il principio costituzionale dell’eguaglianza del cittadino di fronte alla legge. Poiché solo una parte dei crimini che vengono commessi possono di fatto essere perseguiti con efficacia, scelte di natura discrezionale devono comunque essere fatte nel decidere sull’iniziativa penale e sull’uso dei mezzi di indagine necessari a sostenerla. Ora tali scelte discrezionali sono di fatto lasciate alle singole procure e spesso ai singoli sostituti procuratori che le compiono con criteri tra loro diversi (molto efficacemente Giovanni Falcone definiva questo fenomeno come “una variabile impazzita del sistema”). La regolamentazione delle priorità nell’esercizio dell’azione penate e nell’uso dei mezzi di indagine è quindi l’unico modo per tutelare il principio di eguaglianza dei cittadini, per quanto umanamente possibile. E’ questo quello che avviene, in varie forme, in tutti i paesi di più consolidata tradizione democratica.

b) L’obbligatorietà dell’azione penale sottrae al controllo democratico le scelte di politica criminale. L’impossibilità materiale di perseguire tutti i reati lascia di fatto alla discrezionalità di un corpo burocratico reclutato per concorso, e quindi senza legittimazione democratica, la definizione di quali reati perseguire prioritariamente e con efficacia. In altre parole definire di fatto gran parte delle politiche pubbliche nel settore criminale. Ciò non avviene in nessun paese a consolidata tradizione democratica. Vale a riguardo ricordare quanto lapidariamente affermato dalla Commissione presidenziale francese a cui, nel 1997, il Presidente Chirac aveva, tra l’altro, demandato il compito di esplorare la possibilità di adottare il principio di obbligatorietà. La Commissione liquidò la questione in poche parole ricordando che nessun paese era mai riuscito né sarebbe mai potuto riuscire a perseguire tutti i reati. Che quindi un pubblico ministero pienamente indipendente chiamato ad applicare quell’inapplicabile principio avrebbe comunque dovuto compiere scelte di priorità. Cioè scelte di politica criminale. Concludeva ricordando che in un paese democratico le politiche pubbliche in tutti i settori, e quindi anche nel settore criminale, devono essere definite da organi che ne rispondano politicamente.

c) L’obbligatorietà dell’azione penale rende il pubblico ministero irresponsabile delle decisioni discrezionali che compie. Data la impossibilità di perseguire tutti i reati, i nostri pubblici ministeri adottano, e non possono non adottare, decisioni discrezionali nell’uso dei mezzi di indagine e nell’esercizio dell’azione penale. A differenza di quanto avviene in altri paesi democratici essi non portano responsabilità alcuna per quelle decisioni, né sul piano della valutazione della loro professionalità, né disciplinarmente né finanziariamente. Se le loro indagini e la loro iniziativa penale risulta inconsistente a livello del giudizio o anche prima (il che capita di frequente) la giustificazione che danno i pubblici ministeri è sempre stata pronta e risolutiva: poiché avevamo ragione di ritenere che un crimine fosse stato commesso, erano costretti ad agire onde non violare il principio di obbligatorietà. In buona sostanza l’obbligatorietà dell’azione penale trasforma qualsiasi decisione di natura discrezionale dei PM in materia di indagini ed iniziativa penale in un “atto dovuto”, cancella qualsiasi loro responsabilità per le decisioni prese,non è sanzionabile anche nei casi in cui sono state investite ingenti risorse in inutili ed ingiustificate indagini.

d) L’obbligatorietà dell’azione penale è di pregiudizio ai diritti del cittadino nell’ambito processuale. Un uso avventato o indebito dell’iniziativa penale può produrre, e spesso produce, devastanti conseguenze sullo status sociale, economico, familiare, politico e della stessa salute dell’indagato o imputato. Conseguenze cui non si rimedia con una sentenza di proscioglimento che giunge spesso a distanza di anni. In vari paesi democratici le regole relative all’esercizio dell’azione penale sono specificamente mirate anche ad evitare che pervengano in giudizio processi che non siano basati su solide basi probatorie (ad es. in Inghilterra e Galles). Stabilire queste regole anche da noi sarebbe contrario all’obbligatorietà dell’azione penale. In un discorso tenuto ai procuratori federali degli Stati Uniti nel 1941 l’allora U.S Attorney General Robert Jackson, poi divenuto notissimo giudice della Corte Suprema, ricordava che se si lascia al pubblico ministero la possibilità di scegliere i casi da perseguire si lascia a lui anche la possibilità di scegliere le persone da perseguire e di dirigere le indagini alla ricerca di prove per i possibili reati da lui/lei commessi. Affermava che -per il cittadino e la democrazia- questo è il maggiore pericolo insito nel ruolo del pubblico ministero. I poteri concessi al nostro pubblico ministero –tutti in vario modo collegati al principio di obbligatorietà- sono tali da rendere quel pericolo molto più grave ed incombente che in qualsiasi altro paese a consolidata democrazia. E’, infatti, pienamente legittimo che i nostri PM di loro iniziativa conducano, in assoluta indipendenza, indagini di qualsiasi tipo su ciascuno di noi, dirigendo le varie forze di polizia ed utilizzando tutti i mezzi di indagine disponibili, senza limitazioni di spesa, per accertare reati che loro stessi (più o meno fondatamente) ritengono essere stati commessi. Per queste decisioni non possono in alcun modo essere ritenuti responsabili, neanche quando producono devastanti effetti su cittadini ingiustamente indagati o imputati e sulle loro famiglie. Come già detto il principio di obbligatorietà dell’azione penale trasforma tutte le loro iniziative in “atti dovuti”.

e) L’obbligatorietà dell’azione penale è causa di lentezza ed inefficienza della giustizia penale. In altri paesi democratici le regole che impegnano il PM a non portare a giudizio cause per cui non esistono solidi elementi di prova servono ad evitare di sovraccaricare il lavoro dei giudici (il numero di assoluzioni da noi è molto elevato). Inoltre consentono loro di celebrare i processi in tempi più rapidi e di evitare che vadano in prescrizione processi per cui quelle prove sono inconfutabili (da noi le prescrizioni sono circa 200.000 l’anno) . Un diverso orientamento è “al contempo ingiusto per chi viene accusato e un inutile spreco delle limitate risorse del sistema di giustizia penale” secondo le lapidarie parole usate nei lavori preparatori della riforma del PM inglese del 1985.

Le norme sulle priorità nello svolgimento dei processi attualmente all’esame del Parlamento sono certamente utili per rendere più probabile che quelli per i reati più gravi vengano celebrati e che i colpevoli vengano effettivamente condannati. E’ tuttavia un intervento che fa di necessità virtù. Infatti da un canto le indicazioni di priorità contenute nella norma non possono che essere molto rigide e sintetiche rispetto alla grande articolazione che invece assumono quelle che negli altri paesi riguardano le attività del PM. Divengono quindi facile oggetto di critiche per aver ignorato aspetti importanti della realtà processuale e degli interessi coinvolti. D’altro canto le priorità nella celebrazione dei processi, a differenza di quelle che riguardano le attività del PM, non promuovono una maggiore efficienza dell’apparato giudiziario perché i costi processuali precedenti alla fase del giudizio, molto elevati, sono comunque già stati “pagati” per tutti i processi pendenti (attività investigative, lavoro del PM, lavoro del giudice dell’udienza preliminare, ecc.).

Quattro telegrafiche postille. La prima: ha ragione il Senatore Berselli nel ricordare che la norma da lui proposta sulle priorità nella celebrazione dei processi non è una novità. Sono state approvate norme dello stesso tipo dal Parlamento per iniziativa governativa in almeno in due precedenti circostanze, e cioè: l’art. 227 del D.lgs. n.51 del febbraio 1998 (Governo Prodi), l’art. 132 bis del codice di procedura penale nel marzo 2001 (Governo D’Alema), senza che i magistrati avessero nulla da obiettare.

Seconda postilla: ormai politici e giornalisti fanno a gara nel denunziare l’inapplicabilità del principio di obbligatorietà dell’azione. Vi è anche chi si compiace (tra gli altri Ostellino sul Corsera) che lo abbia ammesso anche l’On. Violante al quale tuttavia sarebbe opportuno domandare quali siano le ragioni politiche e gli obiettivi di natura giudiziaria che lo hanno indotto a tacere per vari decenni su un fenomeno di cui era certamente a conoscenza fin dai tempi in cui era giudice istruttore a Torino negli anni 1970. Oppure anche quali siano gli obiettivi che l’inducono a parlarne solo ora.

Terza postilla. Che io sappia, la prima proposta legislativa per l’abolizione del principio di obbligatorietà dell’azione penale la si trova nel progetto di riforma presentato da Forza Italia alla Commissione bicamerale per le riforme costituzionali, nel 1997. E’ stata ora riproposta dall’On. Bernardini (si tratta di un’idea che l’On. Pannella coltiva da molti anni). Su questo giornale l’On. Veltroni ha proposto di regolarla con il concorso del Parlamento. Che sia la volta buona?

Quarta postilla: in questo articolo si è omesso di affrontare un tema strettamente correlato all’obbligatorietà dell’azione penale e cioè quello dell’indipendenza del pubblico ministero. Ce ne occuperemo in un prossimo articolo.
Giuseppe Di Federico

Professore emerito di Ordinamento giudiziario - Università di Bologna

Da: www.giustiziagiusta.info

venerdì 20 giugno 2008

L'EUROPA AL BIVIO (click)


Come esistono gli USA, esisteranno i SUE ?

giovedì 19 giugno 2008

ANCORA SUL TRATTATO DI LISBONA (click)

3 aricoli da orrispondenza romana.

mercoledì 18 giugno 2008

L'IRLANDA E L'EUROPA

Il no dell’Irlanda al nuovo progetto di Unione Europea (53,4% contro il 46,6%) ha un eloquente significato, che va considerato in tutti i suoi aspetti.

C’è chi afferma che 4 milioni di irlandesi, meno dell’1 per cento della popolazione del continente, non possono bloccare la volontà di 497 milioni di cittadini europei. La verità è però un’altra, sottolineata dal presidente ceco Vaclav Haus: i politici europei hanno permesso ai cittadini di esprimere la loro opinione in un solo Paese in Europa, e in questo paese sono stati bruscamente contraddetti.

I pianificatori dell’Europa unita, consapevoli del fatto che qualsiasi trattato europeo sarebbe stato rigettato dagli elettori, hanno deciso di evitare di sottoporglielo. Anziché interpellare direttamente l’opinione pubblica, ventisei Stati membri dell’Unione hanno scelto di approvare il Trattato in Parlamento (diciotto Paesi lo hanno già ratificato). L’Irlanda è l’unico Paese ad avere indetto un referendum, perché a ciò era obbligata da una sua recente legge.

Ma il referendum irlandese ha confermato lo iato esistente tra “Europa reale” e “Europa legale”. Ogni qual volta i cittadini europei sono chiamati alle urne per esprimere il loro giudizio sulle istituzioni comunitarie, le rifiutano con decisione. E’ accaduto con i referendum del maggio-giugno 2005 in Francia e in Olanda, e si è ripetuto il 13 giugno in Irlanda. “Gli elettori europei – ha scritto Fausto Carioti su “Libero” (14 giugno 2008) – si dividono in due categorie: quelli che hanno bocciato i trattati europei e quelli ai quali è stata negata la possibilità di bocciarli”.

I risultati di queste consultazioni elettorali rivelano l’esistenza di una forte divaricazione tra il sentimento popolare e il “potere senza volto” dei “piani alti” di Bruxelles. Lucio Caracciolo ricorda il perfido motto di uno dei “padri” dell’Europa, Jean Monnet: “l’essenziale non è sapere dove andare, ma andarci” (Il trionfo dell’euronoia, “La Repubblica”, 14 giugno 2008). Le strade per raggiungere la meta sono tortuose, ma gli “eurocrati” non rinunciano al progetto di dissoluzione degli Stati nazionali avviato dal Trattato di Maastricht del 1992.

La bocciatura irlandese non è però un semplice “incidente di percorso” ma una brutale battuta d’arresto. Il presidente della Commissione Barroso ha ammesso che non esiste un “piano B” per aggirare il no dell’Irlanda, anche perché il Trattato di Lisbona rappresentava già un “piano B”, rispetto alla Costituzione Europea bocciata dai referendum del maggio 2005. Francia e Germania si ripropongono ora come le “locomotive” di un’Europa a più velocità, ma il cammino appare impervio. La data del 1 gennaio 2009, prevista per l’entrata in vigore del Trattato, è irrimediabilmente saltata e non sarà facile approntare nuove soluzioni, almeno a breve termine,

Quanto è accaduto offre un’importante conferma del fatto che niente è irreversibile nella storia, se esiste una ferma volontà di resistenza. In Irlanda, come già era accaduto in Francia e in Olanda, l’intero establishment si è schierato per l’approvazione del Trattato: i due principali partiti, Nuova Democrazia, al governo, e Pasok, opposizione di sinistra; i sindacati e gli industriali; tutti gli organi di informazione. Eppure una attiva minoranza, guidata da vivaci associazioni come la “Irish Society for Christian Civilisation”, è riuscita a dar voce all’opinione pubblica, inceppando il meccanismo, montato dai tecno-burocrati e mutando così il corso della storia europea.

Va aggiunto che la principale ragione per cui il nuovo progetto europeo è stato rifiutato è dovuta ai suoi contenuti palesi, e non ai suoi aspetti criptici e farraginosi Lo ha visto bene il senatore Marcello Pera che ha sottolineato come il no irlandese al trattato di Lisbona è «l’inevitabile reazione alla cancellazione delle radici cristiane dalla Costituzione e alle eurodirettive, prive di legittimazione democratica, che stravolgono le legislazioni nazionali sui temi bioetici (…) i cattolici irlandesi si sono ribellati ad un’Europa che nella Costituzione mette al bando Dio per orientare verso l’anarchia del relativismo le legislazione nazionali sui temi eticamente sensibili (adozioni ai gay, eutanasia, aborto, “provetta selvaggia” (“La Stampa, 14 giugno 2008).

Nel Trattato di Lisbona assume forza giuridica obbligatoria la Carta dei Diritti fondamentali, varata nel dicembre 2000 a Nizza, che costituisce il cuore della nuova costruzione europea. Nella Carta di Nizza, condannata da Giovanni Paolo II pochi giorni dopo la sua promulgazione, non c’è solo il rinnegamento formale delle radici cristiane dell’Europa. Nell’articolo 21, per la prima volta in un documento giuridico internazionale, l’“orientamento sessuale” è riconosciuto come fondamento di non-discriminazione, mentre due altri articoli del nuovo Trattato sul funzionamento dell’UE, il 10 e il 19, ribadiscono lo stesso principio.

Questi articoli traducono in termini giuridici la cosiddetta teoria del gender, che distingue il sesso fisico-biologico dalla tendenza sessuale o “identità di genere”. La sessualità, in questo modo, diventa non un dato di natura, ma una scelta “culturale”, puramente soggettiva. L’art. 9 della Carta dei diritti di Nizza dissocia inoltre il concetto di famiglia da quello di matrimonio tra un uomo e una donna, aprendo la porta alle unioni omosessuali e alle adozioni di bambini da parte delle coppie “gay”.

La Carta conferisce inoltre ai cittadini la possibilità di ricorrere contro le legislazioni nazionali, con il rischio di creare un meccanismo per cui, attraverso i ricorsi dei cittadini e le sentenze della Corte di Giustizia europea a cui essi adiscono, si arrivi a determinare una giurisprudenza comunitaria che esautori le legislazioni nazionali. I singoli possono tutelare i diritti loro garantiti dal Trattato appellandosi alla Corte di Giustizia, le cui sentenze si applicano direttamente all’interno degli Stati membri. La sovranità degli Stati sarebbe progressivamente liquidata a colpi di sentenze dei Tribunali europei.

Se il Trattato di Maastricht, con l’introduzione dell’euro, ha voluto dare all’Europa una costituzione economica, con il Trattato di Lisbona, stiamo passando non ad una costituzione politica, ma ad una costituzione giuridica, fondata sui nuovi diritti postmoderni, diametralmente opposti ai “principi non negoziabili” a cui tanto spesso si è richiamato Benedetto XVI.


(Roberto de Mattei)

www.corrispondenzaromana.it

martedì 17 giugno 2008

ECCO QUA LA NOSTRA MAGISTRATURA (click)


Nicoletta Gandus, ecco perché il Cav. ha deciso di ricusarla
Scritto da Vittorugo Mangiavillani
martedì 17 giugno 2008
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Nicoletta Gandus
(Velino) - Nicoletta Gandus, presidente della prima sezione penale del tribunale di Milano, il giudice del processo Mills che il premier ha deciso di ricusare, è una figura d’antan di Magistratura democratica. Una vita intensa e sempre in prima fila la conduce nel 2002 n Brasile. Inviata da Md in quell’anno a rappresentare i “magistrati democratici” italiani al social forum di Porto Alegre (la Gandus parteciperà anche a quelli europei di Firenze e Parigi) così raccontava di quella esperienza: “Si è anche molto parlato del ‘caso italiano’, a cominciare da Robinson (diritti umani dell’Onu, ndr) e Garzón: perché è certamente vero che la situazione dei giudici in molti paesi - in particolare del sud del mondo - è infinitamente peggiore di quella italiana, ma è altrettanto vero che la messa in discussione delle prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza, del ruolo di controllo della legalità della magistratura in Italia, considerata fino ad ora un modello, fa scandalo a livello internazionale”.

Poche settimane prima delle elezioni del 2006 era in campo per firmare il documento-programma del procuratore Armando Spataro. Una dura reprimenda all’operato del governo Berlusconi, accusato di aver stravolto le leggi a beneficio di pochi. Un appello e un monito alla sinistra perché vengano bocciate tutte le leggi fatte dal governo di centrodestra soprattutto nel settore della giustizia. “Si sta chiudendo una delle più tormentate e controverse legislature della storia repubblicana - si leggeva nell’incipit di Spataro firmato dalla Gandus - e c’è oggi la prospettiva di un cambio di governo. Ma deve cambiare anche il modo di governare: dal punto di vista costituzionale e dei rapporti tra cittadini ed istituzioni”. Per i firmatari “il lavoro che attende il nuovo governo - quello di Romano Prodi nel 2006, ndr - è quindi di enorme complessità e responsabilità e si estende a settori di grande importanza per la collettività: l’informazione, la sanità, il lavoro, l’ambiente e i beni culturali, la ricerca, l’istruzione, la politica fiscale e tributaria. Importanti riforme di sistema sono necessarie anche per ridare ai cittadini fiducia nella giustizia. Ma in questo settore noi tuttavia riteniamo che vi sia una inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Si tratta di leggi che - a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi”.

Nell’appello si faceva un elenco dettagliato delle leggi volute dal governo Berlusconi di cui si chiedeva l’abrogazione immediata: “Alcune di queste leggi, pur da riformare, sono state disinnescate dalla Corte Costituzionale (ad esempio il cd. “Lodo Schifani”, cioè la L. 20.6.03 n. 140 sulla sospensione dei procedimenti per le alte cariche dello Stato) o dai giudici di merito e dalla Corte di Cassazione (è avvenuto per la Legge sulle rogatorie n. 5.10.01 n. 367 e la cd. “Legge Cirami” 7.11.02 n. 248 sullo spostamento dei processi per legittimo sospetto). Ma, per altre leggi è necessaria l’abrogazione immediata: solo con la loro abrogazione, infatti, sarà possibile restituire credibilità al paese sul piano internazionale e dignità ai governanti e ai rappresentanti politici ed ottenere la partecipazione della collettività nazionale agli sforzi necessari per ricostruire una scala di valori condivisi”. E si dettavano anche i tempi di abrogazione delle norme volute dal centrodestra. “Le leggi che devono costituire oggetto di abrogazione già nei primi mesi della legislatura sono: la Legge di “depenalizzazione” del falso in bilancio ( D.L.vo 11.4.02, n.61), che rappresenta la tipica traduzione in termini normativi della cultura della illegalità e contrasta con la tendenza mondiale a punire con maggiore severità la false comunicazioni in materia societaria; la Legge cd. “ex Cirielli”, 5.12.05 n. 251, definita “obbrobrio devastante” dal Presidente della Corte di Cassazione, che ha di fatto introdotto nuove cause di impunità per i potenti (attraverso la prescrizione breve dei reati, anche gravi, commessi dagli incensurati) e pesanti discriminazioni verso i recidivi anche per reati non gravi: dunque, incentivi a manovre dilatorie ed il prevedibile aumento della popolazione carceraria saranno l’effetto di un diritto penale per tipo d’autore; la barbara riforma della legittima difesa approvata definitivamente il 24.1.06, che introduce una presunzione di proporzionalità tra i delitti contro il patrimonio in ambiente privato e la reazione violenta con armi da fuoco contro chi ne è responsabile; la cd. Legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento che, a parere di molti, altera il principio costituzionale della parità delle parti nel processo e, dilatando le possibilità di ricorso alla Corte di Cassazione, parzialmente la trasforma in giudice di merito, ingolfandola e rendendone ingestibile l’attività. L’impegno di coloro che intendono formare il futuro Governo deve estendersi inoltre alla sospensione immediata della efficacia di tutti i decreti legislativi di attuazione delle legge di riforma dell’ordinamento giudiziario (Legge delega n. 150 del 2005): solo così potrà essere predisposto e realizzato un progetto di riforma di ampio respiro, utilizzando i contributi del Csm, degli accademici, della magistratura associata, degli avvocati e delle associazioni dei giuristi e del personale amministrativo. Chiediamo allora a tutti coloro che parteciperanno alla prossima campagna elettorale un impegno espresso, preciso e incondizionato ad operare immediatamente per l’abrogazione di queste leggi, che non sia diluito in promesse di riforme generali nei vari settori dell’ordinamento. L’assunzione di tale impegno è condizione e garanzia irrinunciabile perché, come giuristi e come cittadini, possiamo confidare nella volontà degli eletti di ripristinare effettivamente, non solo in questo campo, le regole fondamentali della democrazia”.

Qualche anno prima, nel 2001, invece, la Gandus aveva firmato un appello contro la “repressione” israeliana. Questo il passaggio chiave: “Rispondiamo alla richiesta degli intellettuali, universitari e cittadini israeliani esprimendo la nostra ferma condanna della politica di repressione violenta e di blocco economico messa in atto dal governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese. In questo contesto, scegliamo di esprimerci in quanto ebrei, per negare al governo israeliano la possibilità di legittimare il proprio operato dichiarando di agire in nome del popolo ebraico, del quale anche i firmatari e firmatarie di questo testo fanno parte. Con l’intenzione di contribuire con questo gesto alla creazione di una reale mobilitazione per una pace giusta e duratura nell’area, sollecitiamo un impegno del governo italiano e dell’Europa in favore dell’intervento immediato di una forza internazionale di pace, forse l’unico strumento utile ad interrompere questa ormai insopportabile spirale di sangue e di violenza e ribadiamo l’urgenza della ripresa delle trattative. Intendiamo anche sottolineare che a nostro avviso una pace giusta e duratura è raggiungibile solo attraverso: la fine dell’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza e lo smantellamento degli insediamenti...”.

Con altre 1500 persone, la Gandus aveva firmato anche una lettera inviata al Parlamento per contestare l’”ossessivo richiamo da parte della Chiesa cattolica a valori e modelli unici: in questo apostolato scorgiamo, con preoccupazione, vene di integralismo e di contrapposizione ad altri integralismi, ma, proprio perché laici, difendiamo la libertà della Chiesa e della sua missione”. Nel 2004, Nicoletta, questa volta quale esponente del Collettivo Donne e diritto, partecipava a Milano alle manifestazioni in favore della 194: “È un altro segnale del desiderio di donne e uomini di partecipare alla politica - commentava al Manifesto -. È stata un’affermazione di libertà, in 200 mila abbiamo detto che non esiste una sola morale”. Due anni prima la Gandus aveva firmato anche un appello a favore dei referendum per la modifica della legge 40, quella sulla procreazione assistita, varata dalla maggioranza di centrodestra: “Un Sì convinto ai quattro referendum sulla legge riguardo alla fecondazione assistita. Le ragioni che li motivano le abbiamo maturate non da ora, ma nel percorso politico con le donne, iniziato con la riflessione su aborto e sessualità femminile. Rifiutiamo la logica proibizionista di una legge costruita su divieti ed obblighi, senza rispetto della salute, prima di tutto delle donne. Non pensiamo che l’assenza di divieto sancisca di per sé un diritto al figlio. Mettere un divieto per contrastare la traduzione in diritto di desideri (presunti) illimitati non fa che confermare, rovesciandola, la logica dei diritti. Ci interessa invece tenere aperto lo scarto incolmabile fra i desideri e i diritti... La legge, degradando la madre a corpo contenitore di una vita, lungi dal contrastare la temuta riduzione dell’essere umano a materia genetica manipolabile, la favorisce; e dunque non tutela neppure l’embrione. L’embrione congelato è lì a ricordarci che non vi è sviluppo vitale né essere umano, senza la madre e al di fuori della relazione con lei. Discendono da qui per noi le valutazioni di merito sulle norme più gravi, diremmo ‘perverse’, della legge, oggetto dei referendum: dall’impianto obbligatorio degli embrioni prodotti in vitro che, con il divieto di crioconservazione e di ogni diagnosi preimpianto, configura il dovere di maternità, anche a costo della salute della donna e dei nascituri; all’equiparazione dei diritti del concepito a quelli della donna con l’inevitabile conseguenza di estendere la tutela del concepito al feto e dunque di rimettere in questione l’aborto; alla messa al bando della fecondazione con seme o ovuli di donatore, riducendo il padre e la madre al mero fatto genetico; all’irrealistica proibizione della ricerca scientifica, rinunciando a dettare regole in grado di garantire la libertà scientifica ma anche la trasparenza sulle finalità, sui rischi e sulle opportunità. Non è la legge, né tanto meno questa legge, che può dare risposte alle inquietudini, fondate o immaginarie, suscitate dalle tecnologie della riproduzione. Quel che c’è prima della nascita chiede un limite del diritto, chiede di riconoscere, con umiltà, che la legge può fare danni se prescinde dalla relazione madre/figlio. Non vi è infatti modo di fare ordine nella procreazione, medicalmente assistita e non, se non si mette al centro delle regole la donna, quale soggetto libero e responsabile”.

Dopo la vittoria di Prodi nel giugno del 2006, il giudice Gandus interveniva ancora schierandosi nel referendum contro la devolution: “È importante opporsi a questa devolution perché è espressione della generale posizione antidemocratica... È sovrastata da un incombente potere autoritario e centralista, concentrato nella mani del capo del governo”.

DE I CANDIDATI ALLA CASA BIANCA (click)

Da Albert

venerdì 13 giugno 2008

QUI LE NOTIZIE UFFICIALI DALL'IRLANDA (click)

Purtoppo il sito è in inglese.

L'ULTIMA DAL CORRIERE DELLA SERA.(click)

Speranza dall'Irlanda sul Trattato di Lisbona.

domenica 25 maggio 2008

IL MODERATORE ALBERT CI FA SAPERE...

CIAO AMBRINA
Ebbene sì, sono proprio io, quel tale Albert che in epoca remota si assunse la
responsabilità di fare il moderatore di un blog. Poi accadde un incidente, che in un certo
senso benedico, me ne sono tornato nelle mie praterie in mezzo ai miei manzi e sono
diventato uccel di bosco.
Ti devo e vi devo delle spiegazioni.
L’incidente si è risolto, il problema renale fu conseguenza di iniezioni che mi vennero fatte
al pronto soccorso, quando fui ricoverato dopo l’incidente, che nulla entravano nel
contesto medico delle prime cure e che mi provocarono, a distanza di tempo, una
fortissima infiammazione che per fortuna fu presa in tempo, altrimenti a quest’ora avrei i
reni da buttare via. Ho fatto vari cicli di cure, mi è stata fatta una depurazione renale che
solitamente viene prestata ai buoi per cui ne ho avuto anche una pulizia del sangue
capillare, provando cosa ci sia di buono, veramente, nella sanità americana, scoprendo
nel contempo di tutte le balle raccontate sul LS dai detrattori della Sanità USA. Certo, ho
pagato dei soldi, ma mai ne ho spesi così volentieri e bene per rimettermi in forma, che mi
sono cavato 10 anni di tossine e malanni di dosso.
Poi è accaduto che, in degenza, conobbi un tizio che fa parte dello staff elettorale di
McCain. Io sono sempre stato un repubblicano, in USA, ed oggi a maggior ragione con
due candidati democratici come la Clinton e Obama che sono uno peggio dell’altro.
Abbiamo avuto modo di parlare di politica, italiana e USA, per vari giorni, per fare passare
il tempo, così alla fine mi sono sentito fare una proposta interessante, entrare nello staff
repubblicano con l’incarico di seguire la politica americana dall’esterno e dare i miei
commenti come straniero residente qui.
Pensavo di poterlo fare a tempo perso, invece fra lavoro e questo incarico arrivo a sera
che l’unica cosa che vedo è il letto.
Spero, in agosto, di potermi fare un po’ di vacanza, che subito dopo dobbiamo ributtarci a
capofitto nella politica, per il rush finale ad arrivare all’election day in novembre. Si deve
vincere ed avere un altro presidente repubblicano perché gli USA hanno bisogno di un
uomo forte, per la ripresa dell’economia e per portare a termine gli impegni in Iraq e
Afghanistan. Se dovesse vincere la Clinton, quella non vedrebbe altro che l’occasione per
dimostrare che è lei, e non Bill, che ha sempre avuto le palle. Ma la Clinton ha il piccolo e
trascurabile difetto d’essere una liberal, quindi di sinistra, e sarebbe un guaio perché i suoi
amici si chiamano Al Gore, Michael More, Ted Kennedy (per gli amici Mr. Nothing) e tutto il
mondo dei fighetti liberal della musica pop, grazie alla figlia, dei vari ambienti snob e del
mondo del cinema, dove c’è giusto gente a cui, dei destini del mondo libero, interessa “ ‘na
sega”, come si dice in Toscana.
Se dovesse vincere Obama sarebbe un Presidente nero in una America che non è ancora
matura per una rivoluzione di questo genere, senza contare che l’enturage di Obama è
pieno zeppo di personaggi che hanno in mente solo la difesa della parte di colore e
moltissimi mussulmani, che vedrebbero l’ascesa di Obama come il via libera ai tentativi di
islamizzazione degli USA.
C’è una guerra sotto di cui i giornali praticamente non parlano, ma sarà bene che Obama
venga rimesso in un cassetto per quando avrà maturato una diversa coscienza civica, per
il paese più potente e più libero del mondo.
C’è una cosa che mi fa ridere, in quanto ti sto dicendo: tantissimi anni fa, prima che nascessi tu, si erano appena concluse le guerre puniche, io feci un periodo di 19 mesi di
servizio militare in USA vestendo la divisa dell’aeronautica USA. Facevo parte di un
organismo militare che faceva analisi socio politiche e militari relative all’Alleanza Atlantica
in contrapposizione al blocco, allora sovietico (non è che sia cambiato molto da allora ad
oggi con la Russia putiniana). Tutto ciò che sto facendo ora nello staff di McCain lo feci
anche allora, quindi mi pare d’avere fatto un salti indietro nel tempo ma, e soprattutto, mi
sono reso conto che, passati decenni, siamo di nuovo davanti alle stesse crisi, con
l’aggravante che allora era il comunismo che iniziava a servirsi dell’Islam per minare le
radici occidentali, ora è il mondo Islamico che si serve della Russia putiniana, in cerca di
rivalse e vendette, per minare, ancora e di nuovo, le radici della civiltà occidentale.
Corsi e ricorsi della storia che dimostrano che il nostro mondo occidentale deve rimettersi
al lavoro per salvare la nostra identità e la civiltà culturale che abbiamo prodotto in millenni
di uso dell’intelligenza invece che del fanatismo.
Per fortuna che in Italia gli italiani ci hanno dato la vittoria e che l’Europa vive un buon
ritorno al buon senso, con la Francia e la Germania.
Ecco, questi sono stati i motivi del mio lunghissimo silenzio. Ora dovrei leggere tanto, dai
tuoi blog, per mettermi in grado di darti risposte e fare interventi, e spero di riuscirci, ma se
non vedi apparire la mia vela all’orizzonte, pensa solo che sto battagliando per favorire la
vittoria di McCain.

Ciao Maria e ciao Ambra
oggi mi sono preso una giornata di riposo, perciò fra un pò mi preparo lo zaino e parto per
una bella cammminata fra prateria e colline, accompagnato dal fido Barnei, una specie di
cane/cavallo di 80 kg, un Labrador retriever dorato che è un concentrato di affetto, fedeltà
e mattana.
Io ti ringrazio, come ringrazio Ambra, di tutte le belle espressioni che avete per me, ma io
sono molto di meno di ciò che mi attribuite. Ho solo il grande pregio d'essere uno cui piace
lavorare, fare le cose al meglio, il mio meglio, che non significa possa esserlo anche per
gli altri, e tentare d'avere una coerenza alle mie idee, nel lavoro, nella vita affettiva, in
politica, evitando di fare la banderuola segnavento. Sono gli ingredienti che ho sempre
messo in tutto ciò che ho fatto nella mia vita, fino ad ora, e forse una qualche
considerazione sono riuscito ad ottenerla.
Circa scrivere o meno sul blog le cose che ho inviato ad Ambra , lascio giudicare a voi, ma
sappi che, in particolare negli ultimi due anni trascorsi, alcune cose relative al modo di
pensare, in politica, e poi di esprimersi in pubblico, sono cambiate anche nel CDX, e che a
questo mutato modo dobbiamo buona parte del merito della vittoria.
L'hanno scorso ci fu una riunione, presenti tutti i grandi capi, e un tale, chiamato Tremonti,
o tramontana quando gli girano le pal....., annunciò che lui avrebbe parlato agli elettori, nel
caso ci fosse stata una chiamata alle urne, con il linguaggio della verità dura e cruda,
perchè se i bambini (gli italiani) non vogliono mangiare la minestra riscaldata, e al
momento è quella che si trovano sul tavolo, tanto vale dire subito che, o c'è quella o c'è la
finestra.
Le balle pietose del "tutto va ben, signora la marchesa" o le balle del governo coeso dove
tutto marcia e l'Italia è ripartita, o che "il nostro premier ha rimesso a posto i conti del
paese", e poi basta vedere cosa fa la gente quando va al supermercato, allora significa
che abbiamo perso ogni contatto con la realtà:
Tremonti ha imposto la dura realtà ai partiti di centrodestra, e con la benedizione di Silvio,
lui e Bossi hanno costruito le fondamenta al Pdl, dove anche Fini ha finito per confluire
perchè in un barlume di lucidità ideologica, ha capito che non c'erano altre strade. Pare
che gli elettori lo abbiano capito e hanno premiato le intenzioni serie e sincere, e si è visto
cosa è capitato alla sinistra dopo due anni delle loro azioni da banditi assatanati alla
caccia dei soldi degli italiani.
Quì da noi sta accadendo lo stesso. McCain sta ripercorrendo la strada di Reagn, che
quando salì alla presidenza disse agli americani: siamo messi così, e se vogliamo invertire
la rotta non c'è che da guardare impietosamente in faccia la realtà. E gli USA conobbero il
periodo di prosperità più forte degli ultimi 40 anni, su cui poi hanno campato di rendita
Clinton e Busch junior.
I democratici, invece, sono come il partito di Water(closed) Veltroni. Vogliono il potere per
il potere, tanto poi c'è sempre la potenza americana (pantalone) che paga. Non è più così.
Anche quì dobbiamo prendere atto che c'è una nuova realtà che avanza, in modo caotico,
ma avanza: India, Cina comunista, paesi emergenti del sud est asiatico che se ne
sbattono delle regole del mercato, paesi dove vige il "mors tua, vita mea", paesi dove, il
terremoto cinese è lì a dimostrarlo, si tirava su una scuola dove i fondi stanziati andavano
per il 50% nelle tasche dei burocrati del partito e per il 50% per cento nei materiali da
costruzione. Ma nei materiali da costruzione, la sabbia e le pietre sono quelle che costano
meno, quindi non rimaneva nulla per acquistare tondino di ferro e cemento per fare
cemenyto armato e consolidare muri e soffitti, e così sono andati in fumo 15 milioni, mica i
5 milioni citati dalla stampa italiana, di edifici pubblici, che quello che è andato distrutto di
abitazioni civili private e catapecchie di pietre e fango non ne sapremo mai i numeri. (così
come del reale numero dei morti, perchè ci sono cifre che arrivano già al mezzo milione)
In Cina Rossa la vita umana vale per ciò che rende.
Ad esempio, ogni volta che un cinese defeca, scusa la crudezza del linguaggio, le sue
deiezioni vengono ammassate per fare concime,
ogni volta che mette al mondo un figlio, si controlla se ha o no il pistolino, perchè di quei
bimbi che nascono senza, quindi sono femmine, la metà viene soppressa, e le cellule
staminali recuperate per venderle agli istituti di ricerca, le retine degli occhi per andare in
istituti medici dove verranno sviluppate, in brodi di cultura, per poi essere trapiantate, lo
stesso per gli organi vitali di un neonato che possono avere utilità per i trapianti.
Chi dissente viene rinchiuso nei Laogai. Tanto non si sa esattamente neppure quanti siano
i cinesi. Le cifre oscillano fra il miliardo e duecento milioni e un miliardo e trecento milioni.
Chi vuoi che si accorga, all'esterno della Cina rossa, se spariscono cento milioni di poveri
disgraziati, che finiscono schiavi nei Laogai e poi sezionati per ottenerne organi
trapiantabili.
Bene, ti posso dire che, nella campagna elettorale di quest'anno, l'unico che si pone questi
problemi è McCain, perchè in quei posti ci ha combattuto, contro il comunismo cinese che
voleva assoggettare tutto il sud est asiatico (Myanmar ne è un pallido esempio, per non
parlare del Vietnam). Lì è stato fatto prigioniero e torturato, quindi lui conosce benissimo la
disumanità di quelle popolazioni, la Cambogia ha fatto testo, che per potere o soldi sono
pronti ad ammazzare chi si mette di traverso.
La Clinton ed Obama, non voglio dirti che siano del tutto indifferenti al problema, ma lo
prendono alla stessa maniera di D'Alema con la sua amicizia per Hammas o Hezbollah.
Non capendo che una volta che il guaio sia stato combinato, consentendo a quella gente
di continuare ad ammazzare per potere, e per islam, poi ad aggiustarlo diventa milioni di
volte più complicato.

venerdì 9 maggio 2008

COMPOSIZIONE GOVERNO OMBRA PD-9.5.08


Piero Fassino agli Esteri, Marco Minniti all'Interno, Pier Luigi Bersani all'Economia, Enrico Letta al Welfare, Lanfranco Tenaglia alla Giustizia, Matteo Colaninno allo Sviluppo economico, Sergio Chiamparino alle Riforme, Maria Pia Garavaglia all'Istruzione, Roberta Pinotti alla Difesa, Alfonso Andria alle Politiche agricole, Ermete Realacci all'Ambiente, Andrea Martella alle Infrastrutture e trasporti, Vincenzo Cerami ai Beni culturali, Giovanna Melandri alla Comunicazione, Mariangela Bastico ai Rapporti con le Regioni, Linda Lanzillotta alla Pubblica amministrazione e innovazione, Vittoria Franco alle Pari opportunita', Beatrice Magnolfi alla Semplificazione normativa, Maria Paola Merloni alle Politiche comunitarie, Michele Ventura all'Attuazione del programma, Pina Picierno alle Politiche per i giovani.

Oltre a Veltroni, che lo presiede, fanno parte dell'esecutivo anche Dario Franceschini, Antonello Soro e Anna Finocchiaro. Coordinatore sara' il senatore Enrico Morando, mentre Ricardo Franco Levi sara' portavoce.