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lunedì 10 agosto 2009

Lettera di un impuro garantista al puro governatore della Puglia Nichi Vendola (click)

10 Agosto 2009

Gentile Presidente,
di fronte alla lettera che lei ha deciso d’inviare al Pubblico Ministero della Dda di Bari Desirè Digeronimo, un garantista prima rabbrividisce, ma poi non riesce a trattenere un moto d’intima soddisfazione.

Rabbrividisce perché al “proprio giudice” può scrivere George Simenon, in forma letteraria. Può rivolgersi Paolo Cirino Pomicino, quando credendosi prossimo alla fine convocò Di Pietro al proprio capezzale, in forma intima. Non può indirizzarsi un politico in servizio permanente effettivo e nel pieno delle proprie funzioni che abbia la minima cognizione della divisione dei poteri e di cosa essa comporti.
Tale divisione impedisce infatti un approccio pubblico diretto. Ciò non significa che ogni decisione della magistratura debba essere accettata con rassegnazione. La si può criticare e persino smontare. Ma quel che non è consentito neppure ai puri, signor Presidente, è ammiccare, oscuramente insinuare, alludere. Se sa qualcosa parli, in modo che l’opinione pubblica possa giudicare sulla base di fatti. Ma, la prego, non faccia riferimento a “reti di amici e parenti” o a magistrati “rei” di aver preso parte a delle feste, dicendo e non dicendo. Questo linguaggio, le assicuro, non si addice ai puri e nemmeno ai politici, soprattutto se gravati da responsabilità istituzionali. E, infine, non si stracci le vesti se l'acquisizione degli atti possa riguardare anche la gestazione di alcune leggi presso la sua giunta. Quelle leggi, infatti, vanno rispettate in quanto tali e nessun magistrato può minarne la validità (come è bello vedervi riscoprire il primato della politica e temere di fronte al rischio che l’attività giudiziaria ne invada il campo!). Ma scoprire se il legislatore abbia agito in coscienza e spinto da legittimo interesse, ovvero sia stato motivato da pressioni illecite, questo – sia consentito dirlo a uno assai meno puro di lei - può e deve essere compito del magistrato, soprattutto se l’ipotesi è suffragata da indizi.

E’ l’ultima parte della sua lettera, però, che dalla disapprovazione porta il garantista ad assaporare uno stato di intima soddisfazione. E' quando parla degli effetti della “incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta”. E’ quando, al quarto punto, si riferisce a quel circolo mediatico giudiziario per il quale il risultato degli accertamenti perde di significato, in quanto il vero effetto politico, di condanna, lo si riceve dalla spettacolarizzazione delle indagini compiuta dai mass media indipendentemente dalla propria posizione, dall’esito dell'eventuale processo, dal giudizio finale.
Vorrei assicurarle, signor Presidente, che questa sorte negli ultimi quindici anni non è toccata solo a Lei. Vi sono decine e decine di uomini politici che hanno affrontato il disonore, l’ingiustizia e a volte il carcere, per poi vedersi assolti da ogni colpa. Quando nei confronti del suo avversario e predecessore, l’onorevole Raffaele Fitto, sono emersi chiaramente i tratti del fumus persecutionis, egli ha protestato, si è difeso a viso aperto ricevendo l'applauso bipartisan del Parlamento, ha scontato - nel migliore dei casi - anche il suo assordante silenzio, signor presidente. Ma non per questo ha mostrato la presunzione fatale che lei oggi ostenta.

Perché questo è il vero punto in questione. Da quel che lei denuncia - legittimamente dal suo punto di vista - non ci si difende dividendo il mondo in buoni o cattivi, insultando Totò Cuffaro o auto-attribuendosi patenti di purezza. E’ questa cultura che anche lei ha alimentato che ora le si rivolta contro. Perché la tutela che lei invoca per sé deve valere per tutti, fino a quando una verità giudiziaria (e anche in quanto tale comunque imperfetta) non venga accertata.

Lei cita a dimostrazione della diversità della sua posizione il fatto di non essere indagato. Non è un elemento decisivo. Dovrebbe saperlo meglio di me: in una imputazione può incorrere qualsiasi politico che si trovi a gestire la cosa pubblica, e che non per questo deve essere crocifisso e passare dal banco degli accusati a quello dei colpevoli. Vede, signor Presidente, sarebbe stato più nobile e puro, anche se assai più difficile, se quelle garanzie che invoca per sé le avesse richieste per il suo ex assessore Alberto Tedesco, che Lei prima ha politicamente difeso, sbagliando, e gridando al “sabotaggio” di fronte alle critiche dell’opposizione, e di cui poi si è sbarazzato alle prime avvisaglie giudiziarie, scaricando indebitamente sulla presunta “questione morale” un fallimento politico che è anche suo.

Ne può stare certo: io, così come tutti i garantisti del centrodestra, è sempre su questo piano politico che continuerò ad attaccarla. Ma lei, se vorrà sortire qualche effetto, piuttosto che scrivere indebitamente al pm Digeronimo, racconti la sua storia alle orde dei suoi colleghi giustizialisti. Quelli che ogni giorno, dall'alto di una presunta purezza, gettano discredito sui loro avversari politici in quantità, le assicuro, ben maggiori di quelle che lei ha ricevuto addosso. Perché solo se un po’ di cultura garantista entrerà nel dna delle nostre istituzioni e nelle ragioni di condivisa legittimità della nostra vita pubblica, vi potrà essere salvezza per i puri, per i presunti puri e anche per i meno puri, che non per questo meritano la gogna.

giovedì 5 febbraio 2009

EMERGENZA GIUSTIZIA


Dalla giustizia delle emergenze all'emergenza giustizia
Scritto da Mauro Mellini
giovedì 05 febbraio 2009

Oramai nessuno osa più mettere in dubbio che siamo di fronte all’”emergenza giustizia”. Meglio tardi che mai. Più di vent’anni fa, un quarto di secolo, dicevo, scrivevo e titolavo articoli e capitoli di libri: “dalla giustizia delle emergenze all’emergenza giustizia”.

Se lo ricordo non è certo per vanità, per rivendicare un diritto di primogenitura, del resto senza appannaggi e diritti di maggiorasco. Lo ricordo perché, senza capire come si è arrivati a questa “emergenza”, quanto essa sia vecchia e quanto lungo il cammino per approdarvi e, soprattutto, senza rendersi conto delle cause vere di una crisi tanto grave e profonda, non vi sia rimedia, non si va, con tutti i buoni propositi di riforme, da nessuna parte.
Si parla, dunque, di emergenza giustizia. Basta leggere i titoli delle cronache delle inaugurazioni dell’anno giudiziario. Ma, si evita di ricordare che essa è figlia della giustizia delle varie emergenze (terrorismo, mafia, corruzione, etc. etc.). Del resto ammettere che quello della giustizia è un grosso, grossissimo problema politico solo in quanto è divenuto “un’emergenza”, vuol dire non discostarsi da quella traccia.
Ma, intendiamoci, è fuori discussione che la giustizia, così come è concepita, strutturata, praticata, strumentalizzata, è una autentica emergenza.
La preoccupazione per la mancanza di ogni riferimento, nel dibattito politico, alle cause di questa sciagurata situazione non è, ovviamente, d’ordine formale e, magari, storiografico. Ignorare le cause, il perché si sia giunti a tanto, significa ignorare la natura del malanno e pretendere di porvi tuttavia rimedio è, a dir poco, azzardato.
Non è questa la sede per ripetere per l’ennesima volta anche solo alcuni dei principali argomenti sull’origine di questa emergenza giustizia. Si può persino mettere da parte, qui ed ora, il dato rappresentato dall’ancora recente (e non del tutto abbandonata) scelta golpista di una parte consistente (e non contrastata) della magistratura. Ma se vogliamo parlare di emergenza giustizia e parlarne per poterne uscire, non possiamo permetterci, ad esempio, di continuare, ad ipotizzare una giustizia a “doppio binario”. Uno, cioè, ordinario, garantista, del giudizio fondato sull’accertata verità al di là di ogni ragionevole dubbio e sulla certezza del diritto e l’altro nello “straordinario”, per l’emergenza criminalità organizzata, mafia, camorra, tendente all’”esemplarità”, alla sommarietà, più che rapida, sbrigativa.
Di una soluzione della crisi, con l’approdo ad una giustizia a “doppio binario” (che non sarebbe una soluzione) sentiamo parlare ogni volta che si fa cenno, ad esempio, al regime delle intercettazioni: limiti alle “intercettazioni selvagge”, ma non per i reati di mafia. E così via.
Una giustizia, dunque, in cui resterebbero sempre maxiprocessi, carcerazioni preventive facili e di anni, intercettazioni “a tappeto”, inchieste alla ricerca di ipotesi di reato su cui indagare, pentiti con trattamenti “premiali” le cui dichiarazioni siamo “verità privilegiate”, etc. etc. Ma, “limitatamente ai reati di mafia”.
Già, ma poi c’è la droga che non merita meno significative “esclusioni”. E la pedofilia, la corruzione, etc. etc. Ma non c’è bisogna neppure di ipotizzare queste “aggiunte” alle “giustizie speciali”. Basta ricordare la famosa legge del bimetallismo monetario: “La moneta cattiva caccia quella buona”. La giustizia “cattiva”, sommaria, “esemplarista”, pentitistica etc. etc. tende naturalmente ad espandersi, perché quella “buona” tende a modellarsi ad essa.
La giustizia, il cui stato è lamentato da Alfano e da Berlusconi, ma anche da Violante (!!!) e da Borrelli, da Veltroni (ed un giorno o l’altro anche da Di Pietro), è una giustizia che giorno dopo giorno è andata adeguandosi a quella delle “lotte” antimafia, antiterrorismo etc. E che, riformata, ma con le “debite eccezioni” tornerà ad adeguarsi (o peggio), alle “eccezioni”, quanto più queste appaiano “naturali” e, magari, marginali.
I riformatori debbono sapere guardare avanti. E lontano. Ma se ignorano e vogliono ignorare quel che si lasciano dietro, difficilmente sapranno da che parte dover andare.
Non è dunque vanità ricordare quello che abbiamo potuto vedere e quindi dire ed affermare per decenni. In fondo varrà almeno un po’ di più di quello che hanno da dire quelli che non hanno visto, non hanno compreso o hanno dimenticato. Che sono molti e molto continuano a dire e sbraitare.

da: www.giustiziagiusta.info

lunedì 29 dicembre 2008

OPERAZIONE CSM: PIU' POPOLO E MENO CORRENTI (click)



Monday 29 December 2008
Operazione Csm: più popolo e meno correnti
Scritto da Mario Sechi
Friday 27 June 2008

Il segno dei tempi s’è colto leggendo un articolo del Financial Times intitolato «L’Italia fa bene a frenare la politicizzazione dei suoi giudici ». Se il quotidiano della City, mai tenero con Silvio Berlusconi, affida alla tagliente penna di Christopher Caldwell la rottura del tabù togato, allora la musica è cambiata davvero. Perché non è logoro e in attesa di paziente lavoro sartoriale solo il rapporto tra politica e magistratura, ma anche e soprattutto quello tra il cittadino e la giustizia.
La fiducia nella magistratura è ai minimi storici e a Palazzo Chigi non hanno dubbi: «Non c’è alcun problema di casta, ma un interesse generale da tutelare: andiamo avanti. Per questa ragione ai tre primi passi (riforma della legge sulle intercettazioni, corsia preferenziale per alcuni processi e tipi di reato, scudo per le alte cariche dello Stato) ne seguiranno inesorabilmente altri.

Un nuovo Csm
Stanno maturando rapidamente i tempi per la riforma del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno previsto dalla Costituzione. La maggioranza potrebbe venire allo scoperto nel giro di una, due settimane con un nuovo disegno di legge che accoglie alcune delle buone proposte già presentate in passato dal legislatore e da quelle parti della magistratura che non digeriscono il gioco delle correnti.
È dallo stesso Csm che si leva una voce autorevole per invocare la riforma. È quella di Gianfranco Anedda, penalista, uno dei saggi del partito di Gianfranco Fini, componente del Consiglio di Palazzo de’ Marescialli: «Auspico la riforma del Csm, anche se non sarà di per sé risolutiva di tutti i problemi della giustizia. Va diversificato nella sua composizione, bisogna aumentare il numero dei componenti laici per riequilibrarlo e riaprire la discussione al suo interno. Oggi sostanzialmente non c’è partita. Abbiamo il dovere di rompere l’autocrazia della magistratura e ridurre il fenomeno delle correnti». Sintonizzato sul canale di Anedda è l’avvocato Niccolò Ghedini (Pdl), membro della commissione Giustizia della Camera: «Il Csm da anni fa cose diverse da quelle istituzionali. Dovrebbe essere un organo consultivo (quando richiesto) e invece è diventato un organo politico che si autoconvoca quando una legge è ancora in discussione. Il legislatore dovrebbe mettere mano a una riforma che riporti il Csm alle sue originarie funzioni».
Quali sono le sue funzioni? La Costituzione è sintetica e nello stesso tempo chiara: «Spettano al Csm, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati ». Niente di quanto scritto nella carta fondamentale fa pensare che il Csm possa essere una sorta di terza Camera, che esercita un diritto di veto sul legislatore.

La riforma del Csm
Come sarà il nuovo Consiglio superiore della magistratura? Nelle scorse legislature il tema è stato affrontato e prontamente affondato. Gli obiettivi sono quelli di sempre: riequilibrio nella composizione del collegio e cambiamento delle norme sulla selezione e il reclutamento dei magistrati. Uno dei modelli di riferimento per la maggioranza sarà il disegno di legge presentato nel 2004 dai senatori Antonio Del Pennino e Luigi Compagna che per la composizione del Csm si ispira alla Corte costituzionale: un terzo dei componenti è eletto da tutti i magistrati ordinari fra gli appartenenti alle varie categorie, un terzo dal Parlamento in seduta comune fra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di servizio, un terzo nominato dal presidente della Repubblica sia tra coloro che sono eleggibili dal Parlamento sia tra i magistrati ordinari.
I magistrati si divideranno in due famiglie: i vertici degli uffici giudiziari centrali verranno nominati dal capo dello Stato (sul modello inglese di nomina della corona), mentre i dirigenti degli uffici giudiziari locali saranno eletti dal basso, a suffragio universale.
I giudici nominati dall’alto manterranno un collegamento con i vertici dello Stato, mentre quelli eletti dal popolo, sul modello americano, saranno il link diretto tra i cittadini e chi amministra la giustizia. Soluzione che piace alla Lega nord. Maggioranza coraggiosa? Si vedrà. Chiunque scriverà la riforma dovrà tenere in conto due disegni di legge presentati in tempi record (il 28 aprile scorso) dal presidente emerito Francesco Cossiga: le relazioni introduttive sono una preziosa analisi storica, politica e giuridica «sull’inevitabile e inarrestabile processo che ha reso la magistratura un soggetto politico».

Il vecchio Csm e il Colle
La protesta della magistratura contro il Parlamento preoccupa il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che presiede il Csm. Dopo gli attacchi ai provvedimenti della maggioranza, dal Quirinale è partita un’azione diplomatica per invitare le toghe alla prudenza e alla moderazione. Così il vicepresidente Nicola Mancino prima ha fatto retromarcia sul documento annunciato dal Csm contro il governo, poi ha invitato i consiglieri a non rilasciare dichiarazioni «equivoche». Risultati? Modesti. Le correnti della magistratura sono autonome e l’operazione di raffreddamento di Napolitano, rivolta come sempre in modo bipartisan anche alla politica, sembra destinata all’insuccesso. Il consigliere togato di Magistratura democratica Livio Pepino il 25 giugno scorso ha depositato in sesta commissione un documento sulle riforme della maggioranza in materia di giustizia. Parere lunghissimo, molto tecnico, più prudente rispetto alle reboanti dichiarazioni di guerra iniziali, ma pieno di dubbi e riserve sulla costituzionalità e attuazione delle norme. Nitroglicerina. Il presidente Napolitano non nasconde la sua preoccupazione: «Il mio ruolo è quello, come si dice spesso, di moral suasion: spesso equivale a lanciare dei messaggi nella bottiglia non sapendo chi vorrà raccoglierli. E bisognerebbe che li raccogliessero tutti perché abbiano effetto». La bottiglia per ora
galleggia in mare aperto.

Da: Panorama

IL PRESTIGIO DEI GIUDICI (click)


Scritto da Gianni Pardo
Monday 29 December 2008
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Tutti avranno notato che nei filmati americani il giudice fruisce di un grandissimo prestigio. Nessuno mai si azzarda a contestarlo o a discutere le sue decisioni. Da che cosa dipende, questo? Non certo dal fatto che egli sia competente di diritto: fino a prova contraria, anche in Italia qualunque magistrato lo è. Il prestigio del giudice anglosassone nasce dal modo di reclutamento. Salvo errori, in Inghilterra e negli Stati Uniti diviene giudice penale chi ha già fatto una lunga carriera nel mondo del diritto. È un legale che ha acquisito un tale credito da essere nominato prima avvocato dell’accusa e poi giudice. Ed è questa la spiegazione dell’arcano: in Italia prima si è nominati giudici e poi si può cercare di acquistare prestigio, in Inghilterra prima si acquista prestigio e poi si può sperare di divenire giudici. Da noi il prestigio del giudice è eventuale, da loro il prestigio è assicurato, perché è esso stesso la ragione della nomina.
In Italia, dove opera un oceano di avvocati, questo sistema offrirebbe innanzi tutto il vantaggio di disporre al bisogno di un numero illimitato di giudici (accelerando così l’iter della giustizia) e soprattutto eliminerebbe il rischio gravissimo di attribuire un’autorità eccessiva ad un giovanotto di ventiquattro o venticinque anni, solo perché ha superato un concorso. Oggi il sistema dà un enorme potere senza contraddittorio a chi non ha ricevuto un sufficiente numero di legnate educative, nella vita: e questo può indurre ad un complesso di onnipotenza o addirittura a forme di squilibrio. Chiunque abbia frequentato un Palazzo di Giustizia sa quanto frequente sia l’incredibile arroganza di certi magistrati. Come diceva lord Acton, il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente. Ogni singolo giudice, soggettivamente, si sente la Cassazione.
L’avvocato invece ha il vantaggio che, in venti o trent’anni di professione, gli capita di vedersi dare ragione mentre ha torto e molto più spesso di vedersi dare torto mentre pensa di avere ragione. Impara dunque sulla sua pelle che la sua opinione non è la legge del mondo. Vede anche quali sono i difetti dei magistrati e tutto questo lo educa ed in una certa misura lo vaccina. Se invece fosse stato giudice sin da principio, nessuno si sarebbe mai permesso di dirglieli sul muso, i suoi errori. Avrebbe emesso con tracotante sicurezza sentenze che in appello o in Cassazione sarebbero state riformate - magari con qualche acida nota sulle sue motivazioni - mentre lui avrebbe potuto serenamente dimenticarle: è ciò che normalmente avviene. Gli avvocati invece seguono qualche caso addirittura nei tre gradi di giudizio e imparano, ancora una volta per esperienza, che gli stessi giudici si contraddicono: dunque è meglio non essere troppo sicuri delle proprie opinioni e val la pena di prendere in considerazione quelle altrui.
A proposito di opinioni: non esiste nemmeno una probabilità su cento che qualcuno prenda in considerazione questa.
giannipardo@libero.it

sabato 20 dicembre 2008

LA MINACCIA DELLA MAGISTRATURA (click)


Non la mordacchia, ma il turbo alla giustizia
Scritto da Davide Giacalone
sabato 20 dicembre 2008

Altro che bavaglio, alla giustizia si deve mettere il turbo. Da tre lustri i giustizialisti, che militano in massa in una sinistra che arrivò al governo grazie alla malagiustizia, strillano contro qualsiasi riforma, ritenendole tutte indirizzate a mettere la mordacchia ai giudici. Ora si ritrovano inquisiti e sbattuti in galera, con i giornali che arroventano le inchieste e parlano di nuovi filoni, così avviene il miracolo ed a sinistra ci si mostra interessati alla riforma. Ovvia deduzione: adesso sono loro a volere fermare le toghe. Adesso sono loro a dirci: ma non eravate garantisti? Certo che lo siamo, solo che non siamo né scemi né ignoranti, non scambiamo il garantismo per l’innocentismo e vogliamo le riforme per ottenere una giustizia che sappia riconoscere e condannare i colpevoli.
Due esempi. Il primo è Parmalat: bancarotta conclamata nel dicembre del 2003 e processo relativo che, dopo cinque anni, è alle battute iniziali, mentre quello per aggiotaggio, che si svolge in altra sede, arriva al primo grado assolvendo tutti e ritenendo responsabile solo Tanzi. I risparmiatori possono scordarsi il risarcimento e mancano molti anni prima della sentenza definitiva. Una schifezza. Secondo esempio: l’assessore napoletano, oggi agli arresti, che si fece strada proclamandosi moralizzatore. Militava con Orlando Cascio, quindi gli si può dire: vieni avanti, cretino. Considero questo signore, di cui non faccio l’irrilevante nome, innocente, perché conosco la legge e l’etica. Da innocente, però, è finito, dato che è sulla bocca di tutti come imbroglione e ladro. Quando gli faranno il processo sarà tornato sconosciuto a tutti, salvo ai parenti. Ecco, noi volevamo e vogliamo riforme che evitino queste sconcezze, vogliamo quello cui il retino, e tutti i retini come lui, si sono sempre opposti.
Vogliamo una giustizia che funzioni, che sia equa e severa. La sinistra ha difeso i corporativismi togati, s’è giovata delle disfunzioni che inchiodarono gli onesti e mandarono al potere i disonesti, s’è alimentata d’iniquità, favorita da sentenze inesistenti o che restano lettera morta. Senza venir meno all’amore per il diritto, allora, perdonate la bassezza: che se la godano, l’inciviltà che hanno voluto e difeso. Anzi, che le indagini si allarghino mi pare doveroso e terapeutico.

www.davidegiacalone.it

domenica 14 dicembre 2008

DA LEGGERE ANCHE IL BLOG LINKATO (click)


Via di qui. Cattivi magistrati e cattivi giornalisti
Scritto da Carlo Vulpio
Sunday 14 December 2008

Avevo fatto una battuta. Avevo detto: i giornalisti, a differenza dei magistrati, non possono essere trasferiti. Avrei fatto meglio a stare zitto. Da lì a poco sarei stato “trasferito” anch’io.

E’ stato la sera del 3 dicembre, dopo che sul mio giornale era uscito un mio servizio da Catanzaro sulle perquisizioni e i sequestri ordinati dalla procura di Salerno nei confronti di otto magistrati calabresi e di altri politici e imprenditori.
Come sempre, non solo durante questa inchiesta, ma perché questo è il mio modo di lavorare, avevo “fatto i nomi”. E cioè, non avevo omesso di scrivere i nomi di chi compariva negli atti giudiziari (il decreto di perquisizione dei magistrati di Salerno, che trovate su questo blog in versione integrale) non più coperti da segreto istruttorio. Tutto qui. Nomi noti, per lo più. Accompagnati però da qualche “new entry”: per esempio, Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Corte di Cassazione, Simone Luerti, presidente dell’Associazione nazionale magistrati.
Con una telefonata, il giorno stesso dell’uscita del mio articolo, la sera del 3 dicembre appunto, invece di sostenermi nel continuare a lavorare sul “caso Catanzaro” (non chiamiamolo più “caso de Magistris”, per favore, altrimenti sembra che il problema sia l’ex pm calabrese e non ciò che stanno combinando a lui, a noi, alla giustizia e alla società italiana), invece di farmi continuare a lavorare – dicevo –, come sarebbe stato giusto e naturale, sono stato sollevato dall’incarico.
Esonerato. Rimosso. Congedato. Trasferito.
Con una telefonata, il mio direttore, Paolo Mieli, ha dichiarato concluso il mio viaggio fra Catanzaro e Salerno, Potenza e San Marino, Roma e Lamezia Terme. Un viaggio cominciato il 27 febbraio 2007, quando scoppiò “Toghe Lucane” (la terza inchiesta di de Magistris, con “Poseidone” e “Why Not”). Un viaggio che mi fece subito capire che da quel momento in poi nulla sarebbe stato più come prima all’interno della magistratura e in Italia.
Tanto è vero che successivamente ho avvertito la necessità di scrivere un libro (“Roba Nostra”, Il Saggiatore), che, dicevo mentre lo consegnavo alle stampe, “è un libro al futuro”. Una battuta anche questa, certo, perché come si fa a prevedere il futuro? In un libro, poi, che si occupa di incroci pericolosi tra politica, giustizia e affari sporchi… Ma si vede che negli ultimi tempi le battute mi riescono piuttosto bene, visto che anche questa, come quella sul “trasferimento” dei giornalisti, si è avverata.
Avevo detto – e lo racconto in “Roba Nostra” – che in Basilicata l’anno scorso è stato avviato un esperimento, che, se nessuno fosse intervenuto, sarebbe stato riprodotto da qualche altra parte in maniera più ampia e più disastrosa.
E’ accaduto che mentre la procura di Catanzaro (c’era ancora de Magistris) stava indagando su un bel numero di magistrati lucani, di Potenza e di Matera, la procura di Matera (gli indagati) si è messa a indagare sugli indagatori (de Magistris). Come? Surrettiziamente. E cioè? Si è inventato il reato di “associazione a delinquere finalizzato alla diffamazione a mezzo stampa” e ha messo sotto controllo i telefoni di cinque giornalisti (me compreso) e un ufficiale dei carabinieri (quello delegato da de Magistris per le indagini sui magistrati lucani). Così facendo, i magistrati indagati hanno potuto conoscere cosa si dicevano gli indagatori (de Magistris e l’ufficiale delegato a indagare).
Avvertivo: guardate che così va a finire male.
Chiedevo: caro Csm, caro Capo dello Stato, intervenite subito.
Niente. Nemmeno una parola, un singulto, un cenno. Nemmeno quando era chiaro a tutti che quei magistrati lucani, al di là di ogni altra considerazione, vedevano ormai compromessa la loro terzietà. Un magistrato – si dice sempre, e a ragione –, come la moglie di Cesare, deve non soltanto “essere”, ma anche “apparire” imparziale, terzo, non sospettabile di alcunché. Per i magistrati lucani, invece, non è così. Nonostante siano parti in causa, essi continuano a indagare sugli indagatori, chiedono e ottengono proroghe di indagini (siamo alla quarta) perché, dicono, il reato che si sono inventati, l’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa, è complicatissimo. E rimangono al proprio posto nonostante le associazioni regionali degli avvocati ne chiedano il trasferimento, per consentire un funzionamento appena credibile della giustizia.
Niente. Si è lasciato incancrenire il problema ed ecco replicato l’esperimento a Catanzaro. La “guerra” fra procure non è altro che la riproduzione di quel corto circuito messo in atto da indagati che indagano sui loro indagatori, affinché, rovesciato il tavolo e saltate per aria le carte, non si sappia più chi ha torto e chi ha ragione perché, appunto, “c’è la guerra”. E dopo la “guerra”, ecco la “tregua” o, se preferite, “l’armistizio” (così, banalmente ma non meno consapevolmente, tutti i giornali, salvo rarissime eccezioni di singoli commentatori).
Guerra e tregua. E’ questo il titolo dell’ultima, penosa sceneggiata italiana su una vicenda, scrivo in “Roba Nostra”, che è la “nuova Tangentopoli” italiana. Quando, sei mesi fa, è uscito il libro, qualcuno mi ha chiesto se non esagerassi. Adesso, l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dichiara: “Ciò che sta accadendo oggi è peggio di Tangentopoli”. E Primo Greganti, uno che se ne intende, ammette anche lui, che “sì, oggi è peggio di Tangentopoli”.
Infine, una curiosità, o una coincidenza, o un suggerimento per una puntata al gioco del Lotto, fate voi.
Mi hanno rimosso dal servizio che stavo seguendo a Catanzaro il 3 dicembre 2008. Esattamente un anno prima, il 3 dicembre 2007, Letizia Vacca, membro del Csm, anticipava “urbi et orbi” la decisione che poi il Csm avrebbe preso su Clementina Forleo e Luigi de Magistris. “Sono due cattivi magistrati, due figure negative”, disse la Vacca. E Forleo e de Magistris sono stati trasferiti. Per me, più modestamente, è bastata una telefonata. Ma diceva più o meno la stessa cosa. Diceva che sono un cattivo giornalista.
Da:http://www.carlovulpio.it/

lunedì 8 dicembre 2008

ANCORA SU SALERNO-CATANZARO


Salerno-Catanzaro, il test di un disastro
Scritto da Mauro Mellini
lunedì 08 dicembre 2008

Non è un caso qualsiasi. Non è neppure, come qualcuno cerca di far capire, uno scandalo della “giustizia di sinistra” che ha bloccato “quella di destra” e di quella di destra che ha bloccato quella di sinistra. Il caso Salerno-Catanzaro è un test dello sfascio di tutta la giustizia italiana, della giustizia dei protagonismi delle “campagne”, dei processi di prima classe con tanto di “nome d’arte”, del C.S.M. che punisce e trasferisce con logiche più da probiviri del partito dei magistrati che ha organo di governo e di disciplina di una magistratura che dovrebbe essere al servizio della legge e dei cittadini.
E’ inutile domandarsi chi ha torto e che ha ragione, se De Magistris è un magistrato retto e intransigente che i “potenti” e la magistratura (e il C.S.M.) della loro parte hanno “fermato”, se l’intervento della Procura di Salerno riafferma legalità e ragionevolezza o se va al soccorso di stravaganze e personalismi o se è la longa manus di chi “stava dietro” le iniziative di De Magistris.
E tutto ciò ed il suo contrario. E’ una pagina di una storia scritta in una lingua surreale. E, se vogliamo, il pettine cui arrivano nodi diversi, destinati a stringersi e moltiplicarsi man mano che vi arrivano.
C’è, invece da domandarsi come mai la giustizia dei protagonismi, delle “campagne di giustizia”, delle pretese di “raddrizzamento” della politica, di scavalcamento di ogni argine istituzionale e via discorrendo, non sia arrivata assai prima a scontri clamorosi e grotteschi come quello ora in atto.
E c’è pure da domandarsi come mai anche quella parte della classe politica che da anni ha fatto le spese di certe patologie del sistema giudiziario e che ne ha quanto meno intravisto la consistenza e la gravità, non invochi oggi la necessità di far piazza pulita di un sistema che produce questo ed altro.
In realtà un “corpo separato” (così si diceva un tempo, nel linguaggio “sinistrese”, riferendosi non solo alla magistratura, ma a forze di polizia, forze armate, etc.) che abbia compiuto una “rivoluzione giudiziaria” come quella degli anni ’92-’96, vedendosi sfumare il successo ultimo per un “incidente” come la scesa in campo di Berlusconi e che poi per un decennio sia stata “delegata” dalla Sinistra a gestire l’opposizione ed i tentativi di ribaltamento delle situazioni create dalle varie tornate elettorali e di “completamento” del golpe del ’92-’96 è incomprensibile che non abbia dovuto subirne un serio contraccolpo e sia sfuggita ad una efficace “messa a norma” da parte del potere politico; che senza ricredersi sul suo ruolo abbia tuttavia potuto dover prendere atto della sostanziale sconfitta della sua strategia e nello stesso tempo, abbia potuto constatare l’efficacia politica degli strumenti di cui è depositaria e dell’assenza di rischi seri delle sue “deviazioni” eversive. Ma, proprio per questo una simile compagine è destinata, prima o poi, a spaccarsi, dilaniarsi, rivoltarsi contro antichi alleati.
Le “lotte intestine” di cui quella tra Catanzaro e Salerno è esempio clamoroso, si manifestano assieme ad un crescente “disagio”, ad un rivoltarsi contro gli antichi alleati, i beneficiari del golpe consumato, i mancati (o inadeguati) sostenitori della “seconda fase”, i “traditori” del P.D. Un atteggiamento che pure abbiamo potuto cogliere in vicende recenti e che ancora dovremo registrare in futuro.
Ma la tensione più forte che attraverso oggi la magistratura, assieme a quella tra irriducibili dell’eversione e dell’impegno politico e “moderati” che vorrebbero il ritorno ad una situazione “normale”, è quella determinata dal perdurante possesso, pressoché intatto, degli strumenti della prevaricazione politico-istituzionale ed, al contempo, della coscienza di non riuscire a trovare uno sbocco, una concludenza a tendenze e potenzialità eversive.
Tutto ciò, intendiamoci, è avviluppato in un contesto culturale (si fa per dire) complicato più che complesso, in rapporti difficili, equivoci e non sempre confessabili con ambienti, persone ed aree politiche con i quali, in passato, la connivenza e l’inciucio sono stati manifesti.
Oggi noi tutti paghiamo, perché è indubbio che c’è una ricaduta su tutta la società oltre che nell’ambito istituzionale ed in quello della giustizia, il peso ed i danni di questi strascichi della stagione dei golpe giudiziari, perché non abbiamo avuto la capacità e il coraggio di imporre verità e contestare responsabilità di fronte a macroscopiche esorbitanze eversive di un pugno agguerrito di magistrati sostenuti da un‘alleanza di “poteri forti”, che non ci siamo mai preoccupati di capire e di scandagliare.
Abbiamo coperto tutto, continuiamo a coprire tutto, a consentire che altri coprano tutto con principi e parole (principi svuotati ridotti a parole screditate) come indipendenza della magistratura, incensurabilità del contenuto della giurisdizione e dell’attività giudiziaria, irresponsabilità dei magistrati.
Fatti come la faida Catanzarsalernitana dimostrano che i riguardi usati nei confronti di una certa magistratura golpista, esorbitante, arrogante, purtroppo egemone perché troppo ben inserita nei “posti chiave” di tutto l’apparato giudiziario, sono stati il più grosso torto e la più grave causa di danno che potesse arrecarsi alla magistratura nel suo complesso, alla sua naturale autorevolezza, al suo prestigio ed alla libertà e decoro dei migliori dei suoi componenti.
Da Salerno e da Catanzaro arriva un pressante appello ad incidere i bubboni, che è sempre più assurdo sperare che si riassorbano senza provocare un’infezione mortale. E da fare presto.

Da: www.giustiziagiusta.info

giovedì 4 dicembre 2008

CRONACA DI UN FATTO ECCEZIONALE CHE PASSERA' ALLA STORIA DI QUESTA REPUBBLICA

Napolitano irrompe a gamba tesa in area di rigore nella partita-guerra tra i giudici
Scritto da Carlo Panella
giovedì 04 dicembre 2008

A Catanzaro e Salerno le due Procure si stanno letteralmente massacrando a suon di perquisizioni con centinaia di carabinieri, avvisi di garanzia con accuse infamanti in un marasma che ha al centro l'inchiesta di De Magistris ''Why Not?'', causa non ultima della caduta del governo prodi.

La guerra per bande di magistrati è talmente andata fuori dai canali istituzionali, è talmente scorretta, che Napolitano ha chiesto gli atti dell'inchiesta -fatto mai avvenuto in Italia- e si appresta a un intervento censorio fortissimo in qualità di presidente del Csm. Lo stesso Csm è nella bufera, perché avvallò l'operato della procura di Catanzaro, trasferendo De Magistris, ed è quindi moralmente corresponsabile della chiusura della sua inchiesta che oggi la Procura di salerno considera fraudolenta (tanto che Nicola Mancino, vicepresidente del Csm oggi ha minacciato le dimissioni).
In sintesi, già con i mandati di cattura di S. Maria Capua Vetere contro Mastella e sua moglie, si era capito che la maionese è impazzita e che settori della magistratura italiana sono in rotta di collisione con la democrazia formale e sostanziale.
Ora, la sciagurata decisione del Pds.Ds-Pd di non placcare il protagonismo politico dei magistrati per via legislativa e di lasciarli fare e disfare, ha creato il corto circuito definitivo e i magistrati si arrestano tra di loro.
Degno epilogo di una strategia politico-giudiziaria scellerata che non ha solo distrutto la Prima Repubblica, ma che ha lacerato lo stesso tessuto democratico.

Carlo Panella
Da:http://www.carlopanella.it/

(clickare sul titolo per seguire i commenti sul Legno)

sabato 25 ottobre 2008

I giudici possono fare ciò che non riesce ai politici

domenica 27 luglio 2008, 09:16
"Lodo Alfano? C’era già, fu inventato per salvare Scalfaro"
di Stefano Zurlo

da Milano
Il Lodo Alfano? «C’è un precedente», spiega Giuseppe Di Federico, professore emerito di sistemi giudiziari all’Università di Bologna.
Quale?
Una vecchia legge dimenticata?
«No, io mi riferisco a un provvedimento della magistratura. Strano che nessuno se lo ricordi».
L’ex componente del Consiglio superiore della magistratura sorride, sospira, borbotta: «Strano Paese il nostro. Certo sono passati quindici anni, ma la storia è nota, stranota: riguarda il presidente Oscar Luigi Scalfaro».
Lei pensa ai fondi riservati del Sisde?
«Esatto. Una vicenda che mi è tornata in mente nelle scorse settimane, osservando le polemiche sorte a proposito del Lodo Alfano».
Perché?
«Perché il Lodo Alfano tutela le quattro più alte cariche dello Stato».
E che c’entra Scalfaro?
«Allora, nel 1993, il Lodo non c’era ancora ma i magistrati inventarono uno scudo su misura per tutelare il capo dello Stato».
Come andò quella storia?
«Alcuni funzionari del Sisde erano stati indagati per peculato dalla Procura di Roma. Alcuni di loro tirarono in ballo Scalfaro. Dissero che all’epoca in cui era ministro degli interni, quindi prima di diventare presidente, gestiva 100 milioni di lire al mese».
Una situazione esplosiva.
«A disinnescarla ci pensarono i magistrati della Procura di Roma, non il Parlamento, con un provvedimento mirato».
Che cosa accadde?
«Anzitutto quei funzionari furono messi sotto inchiesta per attentato agli organi costituzionali».
Risultato?
«Questi 007, rischiando una condanna pesantissima, decisero di tacere, come ci racconta Francesco Misiani che all’epoca era Pm a Roma nel libro La toga rossa. Ma non è questo il punto più importante».
E qual è?
«Il passaggio successivo».
Ovvero?
«Dopo una riunione cui parteciparono alcuni magistrati della Procura di Roma si stabilì di fermare l’indagine su Scalfaro».
Su che base?
«Sempre facendo riferimento all’articolo 289 del codice penale, quello che punisce severamente l’attentato agli organi costituzionali».
L’articolo 289 come il Lodo Alfano?
«Sì. L’articolo allora suonava così: “È punito con la reclusione non inferiore a dieci anni, qualora non si tratti di un reato più grave, chiunque commette atti diretti a impedire, in tutto o in parte, anche temporaneamente, al presidente della Repubblica” e ad altre cariche istituzionali” l’esercizio delle attribuzioni o delle prerogative conferite dalla legge”.
La Procura di Roma stabilì un’interpretazione assai estensiva del codice?
«Certo». L’attentato agli organi costituzionali è un reato gravissimo: è stato contestato, per esempio, ai generali dell’Aeronautica militare che avrebbero mentito e depistato, ingannando il governo a proposito della strage di Ustica.
«Nel 1993 la Procura di Roma fu lodata da tutti per questo gesto che metteva il Quirinale al riparo delle tempeste.
In pratica si fece leva sull’articolo 289 per sostenere che un’indagine avrebbe impedito alla presidenza della Repubblica di svolgere i propri compiti».
Quindi il procedimento fu sospeso?
«Certo, rimase congelato per sei anni. La controprova è che ripartì solo nel ’99, quando Scalfaro lasciò il Quirinale. E a quel punto fu rapidamente archiviato».
Dunque?
«Io spero che la Corte costituzionale non faccia a pezzi il Lodo Alfano. Se no, saremmo al paradosso».
Quale?
«Vorrebbe dire che i giudici possono fare quel che non riesce ai politici. E che è un pool di magistrati e non le Camere a decidere le regole del gioco democratico. Fra l’altro se si va a vedere l’articolo 289 si scoprirà che il Lodo della Procura di Roma batte il Lodo Alfano anche come estensione».
Perché?
«Perché l’immunità prevista dal 289, secondo quell’interpretazione, copre anche il Parlamento e le Regioni».

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=278998

sabato 9 agosto 2008

domenica 29 giugno 2008

Giustizia: separare le carriere e punire chi sbaglia


Scritto da Mauro Mellini
sabato 28 giugno 2008

È arrivato il momento di dar mano alla questione giustizia. Credo si possa affermarlo perché finalmente si è cominciato a mettere il Paese di fronte alla realtà di una giustizia deviata nella sua finalità da un gruppo egemone di magistrati che, sulla base di proposizioni teoriche di cui certe «Correnti» hanno fatto sfoggio già molti anni fa, persegue altro che l’applicazione della legge e l’accertamento dei fatti al di là di ogni ragionevole dubbio.
Nella migliore delle ipotesi i «signori» di questa giustizia pretendono di realizzare la «promozione sociale», oppure le «lotte» (che non sono mai giustizia) contro questa o quella forma di vera o supposta criminalità.
Nel peggiore dei casi la deviazione è per cercar di colpire un governo, una maggioranza, una parte politica.
Berlusconi ha potuto finalmente cominciare a parlare chiaro: Basta con i tentativi (e non solo tentativi) di golpe giudiziario.
Gli strilli di Veltroni, Di Pietro, Anm e Csm sono il segno più certo che si sta imboccando la strada giusta. Anzi, sono essi stessi un successo.
Ma ora bisogna passare ai fatti. Da dove cominciare? Si direbbe dalla separazione delle carriere. È quello di cui tutti parlano. E quando si allude ad alcuni Pm e alle loro più o meno stravaganti imprese, oggettivamente (e per lo più, intenzionalmente eversive) si deve pensare a quel «collega», il Gip (ma non solo), che gli lascia le briglie sul collo, accoglie le sue richieste etc. etc. Dunque, si dice, facciamo sì che chi oggi solo formalmente, e quindi falsamente, «valuta» le richieste di certi Pm, non sia più un «collega» del focoso richiedente provvedimenti a volte stravaganti e spesso incauti.Ma attenzione.
Ogni progetto di separazione delle carriere, per realizzare il fine di spezzare innaturali e colpevoli solidarietà potrà, nella migliore delle ipotesi, sortire un effetto concreto solo tra molti anni. Non è quindi una misura adatta e adeguata a fronteggiare una situazione di grave pericolo e di devastante collasso, quale quella attuale.
L’unico intervento capace di incidere, con una salutare rapidità è l’intervento disciplinare. Un Pm che formula un capo di imputazione che di per sé, cioè senza bisogno di verificarne la corrispondenza a prove e documenti, risulta essere o incomprensibile o palesemente erroneo dal punto di vista giuridico (ipotesi di reati che tali non sono etc.), deve essere immediatamente richiamato e poi punito e poi cacciato.
Certo, ci vuole un corpo di Ispettori che si sentano «colleghi» anche di questi pseudo-magistrati. Occorre, magari, finirla con l’attribuzione dei posti direttivi del ministero della Giustizia e quindi anche delle funzioni ispettive solo a magistrati fuori ruolo e, riformando la struttura del ministero, immettere nell’organico del ministero personale diverso, avvocati, consiglieri di Stato.
La condizione di pressoché totale irresponsabilità dei magistrati, frutto tra l’altro, della sciagurata «toccata e fuga» del referendum sulla responsabilità civile, tradito e sbeffeggiato dalla legge frutto della sapiente manovra di Luciano Violante, ma frutto anche di molte altre sciagurate evenienze, è il privilegio più odioso dei magistrati. Di quelli peggiori, mentre non giova affatto ai migliori, che talvolta hanno però il torto di far quadrato in sua difesa.
Cancellare il privilegio, ma promuovere intanto, sia pure in base alle leggi e con i procedimenti attuali e quindi avanti alla Sezione disciplinare del Csm, ma con una grinta e una informazione per il pubblico diversa, procedimenti disciplinari esemplari (occasioni non ne mancherebbero) . Gli effetti non tarderebbero.
E, denunciando al Paese le complicità che magistrati inetti, somari e faziosi trovassero nei loro colleghi e «compagni di corrente» che vogliano assolverli, potrebbe giovare a una riforma completa della disciplina e della responsabilità dei giudici. Sarebbe un ottimo inizio.
da: www.giustiziagiusta .info

venerdì 30 maggio 2008

Magistratura e reato di concorso esterno in associazione mafiosa

L'avv. Giuseppe Lipera, difensore del Dott.Bruno Contrada, ha scritto alle Commissioni Giustizia del Senato e della Camera dei Deputati in merito al reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Questo è il testo della lettera.

Al Sen. Avv. Filippo Berselli
Presidente della Commissione Giustizia
Senato della Repubblica

All’On.le Avv. Giulia Buongiorno
Presidente della Commissione Giustizia
Camera dei Deputati

Ai parlamentari componenti la
Commissione Giustizia del Senato e della Camera dei Deputati
Loro Sedi

OGGETTO: considerazioni sulla necessità di rivedere il reato del concorso esterno in associazione mafiosa creato dalla giurisprudenza anziché dal legislatore

Formuliamo la presente per chiedere alle SS.LL. di affrontare con ferma decisione il problema della configurabilità del concorso eventuale in associazione mafiosa o, in senso più lato, la problematica relativa all’applicazione dell’art. 110 c.p. ai reati associativi, che ha da sempre rappresentato terreno di ampi e complessi dibattiti dottrinali e giurisprudenziali.
La figura del concorso esterno è stata fino ad ora delineata esclusivamente in sede giurisprudenziale, stante la latitanza del Legislatore che non ha mai provveduto a tipizzare tale figura, lasciando così, forse volutamente, il giudice libero di ammetterlo o meno, in relazione al caso di cui si occupa, e di deciderne la misura.
La figura del concorso esterno, per la giurisprudenza, è sembrata la più adatta a fronteggiare le esigenze politico-criminali sorte negli anni ottanta, quando i maxi-processi di mafia o di camorra fecero emergere in maniera preoccupante ed inquietante certi strani legami tra ambiente politico, economico ed istituzionale della nostra società e le organizzazioni mafiose.
Tuttavia l’incertezza dei confini ha determinato un’incontrollata espansione dell’area del concorso esterno nell’associazione di tipo mafioso, come pure in altri reati associativi.
A quest’ampliamento di confini ha contribuito indiscutibilmente l’indeterminatezza e l’eccessiva estensione della sfera del punibile che contraddistingue la clausola di cui all’art. 110 del codice penale.
Si è detto che il concorso esterno in associazione mafiosa è stato creato ad arte dalla Giurisprudenza di merito, ed avallato da quella di legittimità, in un momento (metà anni ’80 inizi anni 90’) di grande sensibile e generalizzata preoccupazione (basti pensare quanto accaduto in Italia dall’omicidio del mitico Generale Carlo Alberto dalla Chiesa sino alla tremenda strage di via D’Amelio) .
Or è comprensibile come in quegli anni, nell’animo dei Magistrati, albergasse un forte sentimento indirizzato al ripristino della Giustizia e dell’ordine civile; ciò però ha portato all’utilizzo improprio di norme giuridiche che, pur essendo risultate in qualche modo utili allo scopo, non erano state codificate per essere combinate fra loro.
Quindi, se l’utilizzo della figura del concorso esterno ha reso possibile punire tutte quelle condotte dai contorni poco definiti e che servono a sostenere le attività delle associazioni criminose, desta forte perplessità e preoccupazione che sia la giurisprudenza a dover definire i confini di una figura che spetterebbe al Legislatore codificare.
In quest’ottica sono state già introdotte alcune figure sufficientemente tipizzate, per cercare di completare il quadro dei possibili contributi che un soggetto può prestare ad un’associazione criminosa.
A questo punto l’organico delle figure contigue alla criminalità organizzata sembrerebbe completo, potendo annoverare tra queste: il promotore, il costitutore, il partecipe, l’organizzatore, il finanziatore, colui che dà assistenza agli associati, il favoreggiatore e lo scambio elettorale politico-mafioso.
O forse completo non è, in quanto rimangono ai margini tutta una serie di comportamenti di contiguità dai contorni difficilmente definibili che, inquadrate nell’ambito della combinazione tra l’art. 110 c.p. e la norma incriminatrice di parte speciale (art. 416 bis c.p.), porta ad un ampliamento indiscriminato, e perciò stesso pericoloso, dell’area del punibile.
Appare inoltre preoccupante l’applicazione che del concorso esterno si potrebbe fare con riferimento a quei reati associativi politici che hanno come fine il sovvertimento dell’ordine costituito, dove, in virtù della natura “ideologica” di tali fattispecie, appare ancora più sottile e strumentalizzabile il limite alla punibilità.
Pur considerando il pensiero di molti magistrati, e fra questi quelli più impegnati nella lotta alla mafia e al terrorismo, i quali, in situazioni di emergenza sociale, ritengono rischioso affidarsi al primato del Legislatore invece che all’efficacia di uno strumento così duttile come quello del concorso esterno, si deve tuttavia ritenere necessaria l’introduzione di figure tipizzate che impediscano, ad un potere diverso da quello legislativo, di creare fattispecie giuridiche temporanee e troppo deboli per risultare alla fine convincenti.
A riprova di quanto affermato è il fatto che a tutt’oggi non si è ancora giunti ad una definizione di concorso esterno che sia condivisibile da tutti gli operatori del Diritto, poiché né il Legislatore, né la Giurisprudenza hanno aiutato in questo senso.
Nel perdurare della mancanza di determinatezza e tassatività della norma incriminatrice, inoltre, si giunge all’assurdo di non poter fare appello, in situazioni che lo richiederebbero necessario, né alla Corte Costituzionale, né al Parlamento, in quanto la prima non potrebbe dichiarare incostituzionale una norma che non esiste e, per lo stesso motivo, il secondo non potrebbe abrogarla.
Riassumiamo il pensiero.
Il concorso esterno in associazione mafiosa viene creato dalla giurisprudenza di merito (ed incautamente avallato da quella di legittimità) in un momento di grande tensione emotiva: erano appena morti, trucidati da mani assassine e vili, due valorosi magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed insieme a loro tanti innocenti poliziotti che li scortavano; comprensibile che in quegli anni vi fosse una rabbia enorme e che purtroppo annebbiava le menti.
Ma il concorso esterno in associazione mafiosa rimane un parto della fantasia: è bastato unificare disarmonicamente due norme del codice penale, artt. 110 e 416 bis c.p., per far sì che nascesse una mostruosità giuridica; ma l’interprete delle leggi, il Giudice per antonomasia, può solo applicarle, Egli non può crearle, perché con lo stesso ragionamento qualcuno potrebbe contestare il delitto di tentato omicidio colposo combinando semplicemente l’art. 56 all’art. 589 del codice penale e ciò sarebbe un assurdo.
Le norme, e le disposizioni che da esse si rilevano, possono e devono sì essere combinate tra esse, ma devono sempre rispondere alla logica e al raziocinio; in fondo quel che regola il diritto applicato al caso concreto è l’armonia, come nelle note musicali: la melodia si crea combinando le note, ma l’accordo non può avvenire senza regole, perché se no si rischia non di creare melodie ma stonature, non suoni ma rumori.
Si rifletta: col concorso esterno al cittadino alla fine gli si contesta che cosa?
Di essere stato colluso (genericamente) con dei mafiosi (e ciò spesso avviene sol perché lo hanno dichiarato dei c.d. “pentiti”, ex mafiosi o camorristi, ovvero criminali reo confessi).
Ipotesi evidentemente in cui gli addebiti sono talmente labili, che non consentono alla Pubblica Accusa di avanzare una reale contestazione per un reato specifico (usura, estorsione, corruzione, favoreggiamento, ecc.).
Se io fossi accusato di omicidio da Tizio potrei chiedere l’accertamento del mio alibi oppure portare la prova che Caio non è morto (chi non ricorda il caso Gallo?), ma se sono destinatario di accuse fumogene ed evanescenti, erroneamente valorizzate da alcuni giudici e non da altri, con l’ausilio di teorie fantasmagoriche (leggasi convergenza del molteplice) come faccio a dimostrare la mia innocenza?
Quindi verità innanzi tutto è che non esiste il reato, anzi diciamolo ancora più chiaramente: la legge non prevede il concorso esterno in associazione mafiosa come reato.
Cosa c’è di scandaloso in tutto questo?
Ma la ricordate la storia di un tale chiamato Aldo Braibanti che fu accusato e condannato per il reato di plagio e come finì questa storia?
Finì semplicemente col fatto che la Corte Costituzionale (C. Cost. 8/6/1981 n. 96 che enunciò l’illegittimità costituzionale dell’art. 603 c.p.) ebbe a dichiarare l’illegittimità costituzionale di quel reato e solo così si poté salvare Aldo Braibanti.
Il poveretto accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, più sfortunato certamente di Braibanti, non può invocare neppure l’intervento della Corte Costituzionale, per il semplice fatto che questo reato non si trova nel nostro ordinamento, quindi non si può dichiarare incostituzionale una norma che non c’è.
Neppure il Parlamento può intervenire perché non si può fare una legge per abrogare una norma che non esiste.
Solo chi lo ha creato lo può distruggere: i giudici lo hanno creato e i giudici dovrebbero distruggerlo!

Guardate cosa scriveva la Corte Costituzionale a proposito dell’art. 603 del C.P. (il plagio) e dite se non è riferibile pari pari al concorso esterno in associazione mafiosa:
“L’esame dettagliato delle varie e contrastanti interpretazioni date al … nella dottrina e nella giurisprudenza mostra chiaramente l’imprecisione e l’indeterminatezza della norma, l’impossibilità di attribuire ad essa un contenuto oggettivo, coerente e razionale e pertanto l’assoluta arbitrarietà della sua concreta applicazione. Giustamente essa è stata paragonata ad una mina vagante nel nostro ordinamento, potendo essere applicata a qualsiasi fatto che implichi … mancando qualsiasi sicuro parametro per accertarne l’intensità.

Non è finita:
(la norma) … in quanto contrasta con il principio di tassatività della fattispecie contenuto nella riserva assoluta di legge in materia penale, consacrato nell’art. 25 Cost., deve pertanto ritenersi costituzionalmente illegittimo.

Ragionamento che calza a pennello col reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
In conclusione, nel riconoscere l’importanza e l’utilità che la disciplina del concorso esterno ha rivestito, sollevando il problema della mancanza di una norma specifica con riferimento a tutti quei comportamenti di contiguità alle associazioni criminali, soprattutto nella lotta alla malavita organizzata e al terrorismo, si ritengono ormai maturi i tempi perché questi comportamenti vengano tipizzati dal Legislatore, l’unico organo investito dalla Costituzione del compito di formulare le norme giuridiche, riconducendo così le fattispecie associative ad una maggiore aderenza con i principi di un diritto penale del fatto.
Io credo che il cittadino, se ne parla tanto in questo periodo, è assillato sì dalla domanda di certezza della pena, ma altrettanto importante è definire con certezza il comportamento illecito: il poliziotto, il medico, il prete, il commerciante, chiunque in definitiva rischia in Italia (in Sicilia, Calabria e Campania in particolare) innocente, dicasi innocente, una incriminazione e una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ciò non è giusto!
Roma 30 maggio 2008.
Con ossequi
Avv. Giuseppe Lipera

mercoledì 28 maggio 2008

LA MAGISTRATURA VA FERMATA

lunedì 19 maggio 2008

Bruno Contrada



Riporto le parole dell'Avv. Lipera
Obbedire alla determinazione della persona che si difende – Bruno Contrada – e che intende lasciarsi morire (non voglio che vengano più presentate istanze di liberazione o di detenzione domiciliare “per la tutela, per quanto ancora possibile, della mia dignità personale” ma solo, “quando il momento sarà deciso dal volere divino” quella per il “nulla-osta alla traslazione della mia salma dall’obitorio alla sepoltura a Palermo”) oppure continuare a tentare di servire la Legge e dare ascolto alla propria coscienza?
Questo è il dilemma che mi tormenta: l’ex Dirigente Generale della Polizia di Stato ha ragione, ma io ho giurato tre volte (prima da patrocinatore legale, poi da procuratore ed infine da avvocato) "di adempiere ai miei doveri professionali con lealtà onore e diligenza per i fini della giustizia“ e ritengo fermamente che sia stato condannato ingiustamente ed immeritatamente (il ricorso n. 11122/08 per la revisione del processo in attesa di fissazione pende adesso avanti la quinta sezione della Corte Suprema di Cassazione che dovrà decidere se annullare l’ordinanza 27/2/2008 della Corte di Appello di Caltanissetta), così come sono convinto che iniquamente ed illegittimamente gli venga negata adesso sinanco la detenzione domiciliare data l’età, settantasette anni, e le acclarate gravissime condizioni di salute.
Domani quindi sarò al penitenziario di Santa Maria Capua Vetere anche per tentare di fargli cambiare idea e se non ci riuscirò sarò costretto ad auto-denunciarmi al Consiglio Nazionale Forense, perché intendo agire contro la volontà del mio difeso e cioè continuare a presentare istanze alla Magistratura di Sorveglianza competente, proprio per affermare la Giustizia e la Legalità, i cui principi, se applicati correttamente, imporrebbero al Giudice di scarcerarlo.
Spero di non dovere arrivare a tanto e confido nell’aiuto dell’On.le Giancarlo Lehner, parlamentare nazionale nonché giornalista e storico, che domani andrà anche lui al carcere militare a far visita al dott. Bruno Contrada.
Un uomo, un ex servitore dello Stato, in quelle condizioni fisiche non può e non deve rimanere in prigione; un intervento umanitario è d’obbligo in questi casi ma chi ha il potere per farlo continua a silenziare pur sapendolo.
Dopo domani, 18 maggio, a Palazzo Partanna, in piazza Dei Martiri, a Napoli, proprio vicino a dove si trova adesso Bruno Contrada, è il caso di dirlo: “nulla succede a caso”, “una giornata per ricordare Enzo Tortora a vent’anni dalla morte”. Alla domanda: Giustizia a che punto siamo dopo vent’anni? La risposta, triste e drammaticamente vera, è: … decisamente peggio!
Giuseppe Lipera

lunedì 17 marzo 2008

Filippo Facci su Il Giornale del 23 ottobre 2007


C'è anche un ex pm che - gridando sempre come un matto per zittire gli altri - ha fatto i cazzi suoi: in piccolo.


"Di Pietro, faccia il favore: stia zitto. Non dica, quando i Mastella rispolverano le faccende dei 100 milioni e delle Mercedes, che «la magistratura ha già condannato i miei diffamatori». Non dica balle, cioè.


La magistratura non ha condannato nessun diffamatore: la magistratura, precisamente il giudice Francesco Maddalo con sentenza del 29 gennaio 1997, a Brescia, ha scritto che...Di Pietro «vendette un’auto che non gli appartiene» e che fatti del genere «rivestono caratteri di dubbia correttezza se visti secondo la condotta che si richiede a un magistrato». Questo si legge a pagina 156.


Tre pagine prima, invece, si apprendeva che tali comportamenti «l’indussero a dimettersi da magistrato» visto «il timore nutrito da Di Pietro per i possibili esiti di un’inchiesta disciplinare», e visto che «i sistematici favori di Giancarlo Gorrini» (che Le diede i 100 milioni) «oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare».


Parliamo di una sentenza definitiva a cui Lei, Di Pietro, non presentò Appello: una sentenza che «fa stato quanto ai fatti accertati», come si dice, e che perciò annullò ogni altro pronunciamento sul tema.


Non siamo proprio tutti senza memoria, dottor Di Pietro. Quindi stia muto, grazie.

A proposito di Di Pietro

Inchiesta sull'Italia dei Valori: intervista a Elio Veltri e Francesco Paola
RADIO, 9 febbraio 2008 - 12:19 - Di Alessio Falconio

Le ragioni della fuoriuscita di Elio Veltri dall'Italia dei Valori: le persone per bene se ne andavano e arrivavano persone poco raccomandabili. Non era un partito, ma una gestione personale senza meccanismi democratici. L'immobiliare di Di Pietro e l'esistenza di un'Italia dei valori clandestina gestita da tre persone. L'avvocato Francesco Paola spiega invece il ricorso de "Il cantiere" contro l'Italia dei valori rispetto ai rimborsi elettorali.
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Cliccando sul link si può ascoltare l'intervista
http://www.radioradicale.it/scheda/246972/inchiesta-sullitalia-dei-valori-intervista-a-elio-veltri-e-francesco-paola

domenica 2 marzo 2008

Partecipammo ad un referendum sulla responsabilità dei Magistrati, ma Violante lo aggirò

Un anniversario e non solo da ricordare

Scritto da Mauro Mellini e Alessio Di Carlo
giovedì 11 ottobre 2007
Chi ricorda che l'8 novembre 1997 si tenne un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati (il giudice che sbaglia paga) e che, malgrado la scesa in campo della potentissima (anche allora) Associazione Nazionale Magistrati per il “No”, l’abrogazione delle norme che limitavano grandemente tale responsabilità fu approvata con una maggioranza schiacciante dell'82%? L’oblio di quel voto, che, dopo che il caso Tortora aveva messo il Paese di fronte alla necessità di porre un limite alle possibilità di arbitrio e di prevaricazione irresponsabile nell’amministrazione della giustizia e, specialmente, di fronte a prevaricazioni in danno della libertà personale dei cittadini, cominciò, in verità prima ancora che esso fosse espresso. La “trovata”, dovuta essenzialmente a Luciano Violante, di mettere in cantiere una legge regolatrice (si fa per dire) di tale responsabilità, da approvare quale che fosse stato l’esito del referendum, era uno schiaffo alla sovranità popolare che il Parlamento ed i partiti politici che, di lì a poco avrebbero subito il grande attacco della magistratura, non valutarono nella sua gravità e nella sua pericolosità.I magistrati dell’Associazione non sembrarono, in un primo momento, avvertire il grosso favore che loro si offriva con quel “SI'” accompagnato da una legge che ne vanificasse l’effetto ed il significato. Ma dopo che la legge-truffa passò e che, dopo i primi piagnistei, si resero conto che con essa non avrebbero mai dovuto temere di dar conto dei propri errori e pagarne i danni, per spropositati che fossero gli uni o gli altri, capirono di essere oramai al di sopra della sovranità popolare e di qualsiasi sua espressione e, soprattutto, capirono di avere in pugno la classe politica che aveva fatto strame del voto popolare per compiacerli e cercare di farseli amici.Quella legge non ha consentito ad un solo cittadino di ottenere da un magistrato, ad onta di qualsiasi sproposito e di qualunque odiosa e manifesta persecuzione, una lira di risarcimento. Nessuna beffa del voto popolare avrebbe potuto essere così sfacciata. Nessun tradimento di chi, dopo quel voto, aveva solo il dovere di attuarne il risultato, poteva essere così manifesto.Quella classe politica ha pagato la sua insipienza e la sua viltà. Se ne è salvata solo quella che ha più coscientemente perpetrato il tradimento. Quanti si sono allineati per insipienza agli autori di quel golpe sono stati spazzati via, anche se taluno di loro, che pure ha responsabilità gravissime, ancora osi cercare di affacciarsi sulla scena politica.I magistrati continuano a fare le vittime di quel referendum. Certo, se ne sono valsi i più facinorosi per formentare allarme e insofferenza di alcuni loro colleghi contro le “prevaricazioni” della classe politica in loro danno. Pare che ci sia ancora qualche magistrato che paga i premi di assicurazione di certe polizze di copertura della loro inesistente responsabilità civile che alcune Compagnie si sono affrettate a mettere a loro disposizione. Autentiche truffe, contratti nulli per mancanza del rischio assicurato. Cosa che sarebbe bene che qualcuno cominciasse a denunziare in Parlamento.Con la soppressione dolosa ed eversiva del risultato del referendum, anche la vicenda di Enzo Tortora, quella vera, delle responsabilità per la sua insana persecuzione giudiziaria, si chiuse con il classico “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”. Ottima e certamente meritata carriera hanno fatto i magistrati che si erano accaniti contro di lui. I pentiti che lo avevano accusato, benché denunziati alla Procura dalla sentenza della Corte d’Appello che assolse Tortora, furono, a richiesta di quella, beneficiati dell’archiviazione della calunnia loro ascritta sull’insussistente (ed impossibile) presupposto che la Cassazione avesse assolto Tortora solo per incertezza dei riscontri delle “verità” di questi mascalzoni.Nessuna forza politica, compreso il Partito Radicale e (ancor peggio) il Partito Socialista che avevano promosso, sull’onda del caso Tortora, quel referendum, seppero e vollero continuarne la battaglia politica.Il golpe giudiziario che di lì a poco seguì, trovò le forze politiche (a parte quelle che del golpe furono in vario modo complici e beneficiarie) totalmente inerti ed in stato confusionale, incapaci di una qualsiasi reazione.Oggi quel golpe ha dato tutti i suoi frutti velenosi. Ma la malagiustizia, la giustizia deviata per finalità (e velleità) politiche che consentì di consumare quell’atto di ingiustizia, tale anche a fronte di un sistema fondato e nutrito dall’abitudine alla violazione della legge penale, (già, perché anche nel perseguire i reati si dovrebbe essere giusti). I beneficiati di “Mani Pulite” non sono migliori di coloro che furono colpiti e, soprattutto non c’è più una vera classe politica ed un sistema politico purchessia.Ma soprattutto il tradimento del referendum, la “deviazione” golpista di “Mani Pulite”, che esso permise e preannunziò, l’intoccabilità dei magistrati così spavaldamente conclamata, si sono tradotti in un’ulteriore, disastrosa disfatta per le garanzie di tutti i cittadini e per il livello di efficienza e di affidabilità della giustizia.Intanto il golpe, prima di colpire uomini e forze politiche, ha fatto le sue vittime all’interno della magistratura. Il caso Carnevale è la più manifesta tra queste operazioni di “pulizia etnica” con le quali si vollero “neutralizzare” quei magistrati che per cultura, moralità, carattere, non erano disponibili all’”uso alternativo della giustizia” teorizzato e praticato da certi magistrati oramai egemoni nella magistratura associata e nel C.S.M.Il referendum tradito, segna se non proprio l’inizio, certo la “volata finale” di questa corsa verso il baratro per la Giustizia Giusta.Ricordare questo anniversario rivisitando gli eventi di questo ventennio: questo ci proponiamo e proponiamo a quanti credono ancora nella Giustizia Giusta.Ma chiediamo pure a quelle forze politiche che hanno continuato a subire l’”uso alternativo della giustizia” e che, anche, in qualche modo hanno voluto reagire magari, senza mostrare volontà e capacità di andare a fondo nella questione giustizia, di prendere l’iniziativa per un ampio e spregiudicato dibattito parlamentare che prenda le mosse proprio da quell’infausto tradimento e dalle sue drammatiche e grottesche conseguenze. A cominciare da quella della totale soppressione di ogni responsabilità civile dei magistrati testimoniata dalla mancanza di un solo caso in cui la legge-truffa abbia consentito di pervenire a realizzare un risarcimento di uno dei tanti disastri giudiziari di questo Paese.La questione giustizia non è e non può essere identificata nel confronto tra Clemente Mastella e Beppe Grillo e neppure tra De Magistris e Lombardi ed il C.S.M. e lo stesso Mastella.Siamo seri una buona volta. Parliamo chiaro. L’anniversario del referendum sulla giustizia è un’occasione da non perdere.da: www.giustiziagiusta.info