domenica 29 giugno 2008

Giustizia: separare le carriere e punire chi sbaglia


Scritto da Mauro Mellini
sabato 28 giugno 2008

È arrivato il momento di dar mano alla questione giustizia. Credo si possa affermarlo perché finalmente si è cominciato a mettere il Paese di fronte alla realtà di una giustizia deviata nella sua finalità da un gruppo egemone di magistrati che, sulla base di proposizioni teoriche di cui certe «Correnti» hanno fatto sfoggio già molti anni fa, persegue altro che l’applicazione della legge e l’accertamento dei fatti al di là di ogni ragionevole dubbio.
Nella migliore delle ipotesi i «signori» di questa giustizia pretendono di realizzare la «promozione sociale», oppure le «lotte» (che non sono mai giustizia) contro questa o quella forma di vera o supposta criminalità.
Nel peggiore dei casi la deviazione è per cercar di colpire un governo, una maggioranza, una parte politica.
Berlusconi ha potuto finalmente cominciare a parlare chiaro: Basta con i tentativi (e non solo tentativi) di golpe giudiziario.
Gli strilli di Veltroni, Di Pietro, Anm e Csm sono il segno più certo che si sta imboccando la strada giusta. Anzi, sono essi stessi un successo.
Ma ora bisogna passare ai fatti. Da dove cominciare? Si direbbe dalla separazione delle carriere. È quello di cui tutti parlano. E quando si allude ad alcuni Pm e alle loro più o meno stravaganti imprese, oggettivamente (e per lo più, intenzionalmente eversive) si deve pensare a quel «collega», il Gip (ma non solo), che gli lascia le briglie sul collo, accoglie le sue richieste etc. etc. Dunque, si dice, facciamo sì che chi oggi solo formalmente, e quindi falsamente, «valuta» le richieste di certi Pm, non sia più un «collega» del focoso richiedente provvedimenti a volte stravaganti e spesso incauti.Ma attenzione.
Ogni progetto di separazione delle carriere, per realizzare il fine di spezzare innaturali e colpevoli solidarietà potrà, nella migliore delle ipotesi, sortire un effetto concreto solo tra molti anni. Non è quindi una misura adatta e adeguata a fronteggiare una situazione di grave pericolo e di devastante collasso, quale quella attuale.
L’unico intervento capace di incidere, con una salutare rapidità è l’intervento disciplinare. Un Pm che formula un capo di imputazione che di per sé, cioè senza bisogno di verificarne la corrispondenza a prove e documenti, risulta essere o incomprensibile o palesemente erroneo dal punto di vista giuridico (ipotesi di reati che tali non sono etc.), deve essere immediatamente richiamato e poi punito e poi cacciato.
Certo, ci vuole un corpo di Ispettori che si sentano «colleghi» anche di questi pseudo-magistrati. Occorre, magari, finirla con l’attribuzione dei posti direttivi del ministero della Giustizia e quindi anche delle funzioni ispettive solo a magistrati fuori ruolo e, riformando la struttura del ministero, immettere nell’organico del ministero personale diverso, avvocati, consiglieri di Stato.
La condizione di pressoché totale irresponsabilità dei magistrati, frutto tra l’altro, della sciagurata «toccata e fuga» del referendum sulla responsabilità civile, tradito e sbeffeggiato dalla legge frutto della sapiente manovra di Luciano Violante, ma frutto anche di molte altre sciagurate evenienze, è il privilegio più odioso dei magistrati. Di quelli peggiori, mentre non giova affatto ai migliori, che talvolta hanno però il torto di far quadrato in sua difesa.
Cancellare il privilegio, ma promuovere intanto, sia pure in base alle leggi e con i procedimenti attuali e quindi avanti alla Sezione disciplinare del Csm, ma con una grinta e una informazione per il pubblico diversa, procedimenti disciplinari esemplari (occasioni non ne mancherebbero) . Gli effetti non tarderebbero.
E, denunciando al Paese le complicità che magistrati inetti, somari e faziosi trovassero nei loro colleghi e «compagni di corrente» che vogliano assolverli, potrebbe giovare a una riforma completa della disciplina e della responsabilità dei giudici. Sarebbe un ottimo inizio.
da: www.giustiziagiusta .info

domenica 22 giugno 2008

«Reato di emigrazione»: accusiamo Gheddafi il dittatore»

Se proprio non vogliamo introdurre il reato di immigrazione clandestina perché a detta dei magistrati la sua applicazione paralizzerebbe la giustizia, se non possiamo nemmeno considerare la clandestinità come un'aggravante della pena perché secondo la Commissione Europea sarebbe discriminatoria nei confronti dei cittadini comunitari, almeno permettiamoci di sanzionare con il reato di emigrazione clandestina l'attività del Grande burattinaio che dall'altra sponda del Mediterraneo usa gli stranieri come carne da cannone per sottometterci al suo arbitrio: il dittatore libico Gheddafi.
E' la conclusione sensata di una vicenda apparentemente complessa e irrisolvibile, certamente paradossale e tragica, che ci impone di far riferimento a delle certezze sul piano della corretta rappresentazione della realtà, dei valori che ci ispirano e dell'azione da perseguire per realizzare il legittimo interesse nazionale.
Cominciamo con il chiamare le cose con il loro nome e cognome.
Se un estraneo irrompe in casa nostra, noi ci sentiamo in diritto e in dovere di far intervenire le forze dell'ordine per arrestarlo e sanzionarlo, nella certezza che abbia infranto la legge che tutela l'inviolabilità del domicilio privato, indipendentemente dal fatto di conoscere quali possano essere state le sue motivazioni e senza attendere di subire le conseguenze del suo gesto qualunque esse siano.
Ebbene non si capisce perché ciò che è estremamente chiaro e inoppugnabile nel microcosmo della casa individuale, diventa totalmente contraddittorio e discutibile nel macrocosmo della casa collettiva, la nostra città o il nostro Stato.
E' un principio a tal punto cristallino che il reato di immigrazione clandestina esiste in Gran Bretagna, Francia, Germania, Belgio, Olanda e Svizzera senza che nessuno li abbia accusati di essere forcaioli o razzisti e senza che la giustizia in questi Paesi si sia arenata.
Ma evidentemente noi italiani dobbiamo distinguerci per quell'insieme di buonismo, ignoranza e settarismo che alimentano il pregiudizio ideologico che trasversalmente, a destra e a sinistra, in seno al potere esecutivo, legislativo o giudiziario, ostacola la crescita della cultura del bene comune e dell'interesse nazionale.
Così non si capisce perché lo stesso fenomeno dell'immigrazione clandestina venga valutato in modi diametralmente opposti a seconda dell'esito della traversata dalla sponda meridionale a quella settentrionale del Mediterraneo.
Se i clandestini arrivano sani e salvi, ci sentiamo tutti rasserenati e tendiamo a non voler neppure prendere in considerazione il fatto che hanno commesso un reato.
Ma se i clandestini muoiono in mare, a seconda delle proporzioni della catastrofe, ci sentiamo tutti afflitti fino al punto da autoattribuirci una colpa collettiva, quasi fossimo noi i veri responsabili di quei morti che meritano certamente tutto il nostro cordoglio umano.
Oggi noi favoriamo la morte dei clandestini che s'affidano alle carrette dei mari perché abbiamo accreditato l'immagine di un'Italia come terra di nessuno, senza né leggi né regole, dove la clandestinità non è reato e il clandestino viene rapidamente rimesso in libertà perché il foglio di via è soltanto carta straccia.
Così noi favoriamo la morte dei clandestini perché non vogliamo sanzionare il principale responsabile di questa tragedia, il dittatore libico Gheddafi che da anni strumentalizza la vita di centinaia di migliaia di stranieri disperati che sono stati abbandonati al loro destino in Libia, per condizionare le scelte politiche ed economiche dell'Italia, individuata come la valvola di sfogo ideale delle frustrazioni del popolo libico.
Questa è la realtà dei fatti.
Purtroppo fino ad oggi all'affermazione della nostra sovranità nazionale e alla salvaguardia della vita umana anteponiamo la garanzia delle forniture petrolifere e delle commesse economiche, immaginando che la ragion di Stato possa tradursi nella svendita dei valori e nel cedimento della politica
Magdi Allam

venerdì 20 giugno 2008

L'EUROPA AL BIVIO (click)


Come esistono gli USA, esisteranno i SUE ?

giovedì 19 giugno 2008

ANCORA SUL TRATTATO DI LISBONA (click)

3 aricoli da orrispondenza romana.

mercoledì 18 giugno 2008

L'IRLANDA E L'EUROPA

Il no dell’Irlanda al nuovo progetto di Unione Europea (53,4% contro il 46,6%) ha un eloquente significato, che va considerato in tutti i suoi aspetti.

C’è chi afferma che 4 milioni di irlandesi, meno dell’1 per cento della popolazione del continente, non possono bloccare la volontà di 497 milioni di cittadini europei. La verità è però un’altra, sottolineata dal presidente ceco Vaclav Haus: i politici europei hanno permesso ai cittadini di esprimere la loro opinione in un solo Paese in Europa, e in questo paese sono stati bruscamente contraddetti.

I pianificatori dell’Europa unita, consapevoli del fatto che qualsiasi trattato europeo sarebbe stato rigettato dagli elettori, hanno deciso di evitare di sottoporglielo. Anziché interpellare direttamente l’opinione pubblica, ventisei Stati membri dell’Unione hanno scelto di approvare il Trattato in Parlamento (diciotto Paesi lo hanno già ratificato). L’Irlanda è l’unico Paese ad avere indetto un referendum, perché a ciò era obbligata da una sua recente legge.

Ma il referendum irlandese ha confermato lo iato esistente tra “Europa reale” e “Europa legale”. Ogni qual volta i cittadini europei sono chiamati alle urne per esprimere il loro giudizio sulle istituzioni comunitarie, le rifiutano con decisione. E’ accaduto con i referendum del maggio-giugno 2005 in Francia e in Olanda, e si è ripetuto il 13 giugno in Irlanda. “Gli elettori europei – ha scritto Fausto Carioti su “Libero” (14 giugno 2008) – si dividono in due categorie: quelli che hanno bocciato i trattati europei e quelli ai quali è stata negata la possibilità di bocciarli”.

I risultati di queste consultazioni elettorali rivelano l’esistenza di una forte divaricazione tra il sentimento popolare e il “potere senza volto” dei “piani alti” di Bruxelles. Lucio Caracciolo ricorda il perfido motto di uno dei “padri” dell’Europa, Jean Monnet: “l’essenziale non è sapere dove andare, ma andarci” (Il trionfo dell’euronoia, “La Repubblica”, 14 giugno 2008). Le strade per raggiungere la meta sono tortuose, ma gli “eurocrati” non rinunciano al progetto di dissoluzione degli Stati nazionali avviato dal Trattato di Maastricht del 1992.

La bocciatura irlandese non è però un semplice “incidente di percorso” ma una brutale battuta d’arresto. Il presidente della Commissione Barroso ha ammesso che non esiste un “piano B” per aggirare il no dell’Irlanda, anche perché il Trattato di Lisbona rappresentava già un “piano B”, rispetto alla Costituzione Europea bocciata dai referendum del maggio 2005. Francia e Germania si ripropongono ora come le “locomotive” di un’Europa a più velocità, ma il cammino appare impervio. La data del 1 gennaio 2009, prevista per l’entrata in vigore del Trattato, è irrimediabilmente saltata e non sarà facile approntare nuove soluzioni, almeno a breve termine,

Quanto è accaduto offre un’importante conferma del fatto che niente è irreversibile nella storia, se esiste una ferma volontà di resistenza. In Irlanda, come già era accaduto in Francia e in Olanda, l’intero establishment si è schierato per l’approvazione del Trattato: i due principali partiti, Nuova Democrazia, al governo, e Pasok, opposizione di sinistra; i sindacati e gli industriali; tutti gli organi di informazione. Eppure una attiva minoranza, guidata da vivaci associazioni come la “Irish Society for Christian Civilisation”, è riuscita a dar voce all’opinione pubblica, inceppando il meccanismo, montato dai tecno-burocrati e mutando così il corso della storia europea.

Va aggiunto che la principale ragione per cui il nuovo progetto europeo è stato rifiutato è dovuta ai suoi contenuti palesi, e non ai suoi aspetti criptici e farraginosi Lo ha visto bene il senatore Marcello Pera che ha sottolineato come il no irlandese al trattato di Lisbona è «l’inevitabile reazione alla cancellazione delle radici cristiane dalla Costituzione e alle eurodirettive, prive di legittimazione democratica, che stravolgono le legislazioni nazionali sui temi bioetici (…) i cattolici irlandesi si sono ribellati ad un’Europa che nella Costituzione mette al bando Dio per orientare verso l’anarchia del relativismo le legislazione nazionali sui temi eticamente sensibili (adozioni ai gay, eutanasia, aborto, “provetta selvaggia” (“La Stampa, 14 giugno 2008).

Nel Trattato di Lisbona assume forza giuridica obbligatoria la Carta dei Diritti fondamentali, varata nel dicembre 2000 a Nizza, che costituisce il cuore della nuova costruzione europea. Nella Carta di Nizza, condannata da Giovanni Paolo II pochi giorni dopo la sua promulgazione, non c’è solo il rinnegamento formale delle radici cristiane dell’Europa. Nell’articolo 21, per la prima volta in un documento giuridico internazionale, l’“orientamento sessuale” è riconosciuto come fondamento di non-discriminazione, mentre due altri articoli del nuovo Trattato sul funzionamento dell’UE, il 10 e il 19, ribadiscono lo stesso principio.

Questi articoli traducono in termini giuridici la cosiddetta teoria del gender, che distingue il sesso fisico-biologico dalla tendenza sessuale o “identità di genere”. La sessualità, in questo modo, diventa non un dato di natura, ma una scelta “culturale”, puramente soggettiva. L’art. 9 della Carta dei diritti di Nizza dissocia inoltre il concetto di famiglia da quello di matrimonio tra un uomo e una donna, aprendo la porta alle unioni omosessuali e alle adozioni di bambini da parte delle coppie “gay”.

La Carta conferisce inoltre ai cittadini la possibilità di ricorrere contro le legislazioni nazionali, con il rischio di creare un meccanismo per cui, attraverso i ricorsi dei cittadini e le sentenze della Corte di Giustizia europea a cui essi adiscono, si arrivi a determinare una giurisprudenza comunitaria che esautori le legislazioni nazionali. I singoli possono tutelare i diritti loro garantiti dal Trattato appellandosi alla Corte di Giustizia, le cui sentenze si applicano direttamente all’interno degli Stati membri. La sovranità degli Stati sarebbe progressivamente liquidata a colpi di sentenze dei Tribunali europei.

Se il Trattato di Maastricht, con l’introduzione dell’euro, ha voluto dare all’Europa una costituzione economica, con il Trattato di Lisbona, stiamo passando non ad una costituzione politica, ma ad una costituzione giuridica, fondata sui nuovi diritti postmoderni, diametralmente opposti ai “principi non negoziabili” a cui tanto spesso si è richiamato Benedetto XVI.


(Roberto de Mattei)

www.corrispondenzaromana.it

martedì 17 giugno 2008

ECCO QUA LA NOSTRA MAGISTRATURA (click)


Nicoletta Gandus, ecco perché il Cav. ha deciso di ricusarla
Scritto da Vittorugo Mangiavillani
martedì 17 giugno 2008
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Nicoletta Gandus
(Velino) - Nicoletta Gandus, presidente della prima sezione penale del tribunale di Milano, il giudice del processo Mills che il premier ha deciso di ricusare, è una figura d’antan di Magistratura democratica. Una vita intensa e sempre in prima fila la conduce nel 2002 n Brasile. Inviata da Md in quell’anno a rappresentare i “magistrati democratici” italiani al social forum di Porto Alegre (la Gandus parteciperà anche a quelli europei di Firenze e Parigi) così raccontava di quella esperienza: “Si è anche molto parlato del ‘caso italiano’, a cominciare da Robinson (diritti umani dell’Onu, ndr) e Garzón: perché è certamente vero che la situazione dei giudici in molti paesi - in particolare del sud del mondo - è infinitamente peggiore di quella italiana, ma è altrettanto vero che la messa in discussione delle prerogative costituzionali di autonomia e indipendenza, del ruolo di controllo della legalità della magistratura in Italia, considerata fino ad ora un modello, fa scandalo a livello internazionale”.

Poche settimane prima delle elezioni del 2006 era in campo per firmare il documento-programma del procuratore Armando Spataro. Una dura reprimenda all’operato del governo Berlusconi, accusato di aver stravolto le leggi a beneficio di pochi. Un appello e un monito alla sinistra perché vengano bocciate tutte le leggi fatte dal governo di centrodestra soprattutto nel settore della giustizia. “Si sta chiudendo una delle più tormentate e controverse legislature della storia repubblicana - si leggeva nell’incipit di Spataro firmato dalla Gandus - e c’è oggi la prospettiva di un cambio di governo. Ma deve cambiare anche il modo di governare: dal punto di vista costituzionale e dei rapporti tra cittadini ed istituzioni”. Per i firmatari “il lavoro che attende il nuovo governo - quello di Romano Prodi nel 2006, ndr - è quindi di enorme complessità e responsabilità e si estende a settori di grande importanza per la collettività: l’informazione, la sanità, il lavoro, l’ambiente e i beni culturali, la ricerca, l’istruzione, la politica fiscale e tributaria. Importanti riforme di sistema sono necessarie anche per ridare ai cittadini fiducia nella giustizia. Ma in questo settore noi tuttavia riteniamo che vi sia una inderogabile priorità: la cancellazione delle principali leggi che sono state adottate quasi esclusivamente al fine di perseguire gli interessi personali di pochi, ignorando quelli della collettività. Si tratta di leggi che - a prescindere da ogni altra considerazione - hanno devastato il nostro sistema giustizia e compromesso il principio della ragionevole durata dei processi”.

Nell’appello si faceva un elenco dettagliato delle leggi volute dal governo Berlusconi di cui si chiedeva l’abrogazione immediata: “Alcune di queste leggi, pur da riformare, sono state disinnescate dalla Corte Costituzionale (ad esempio il cd. “Lodo Schifani”, cioè la L. 20.6.03 n. 140 sulla sospensione dei procedimenti per le alte cariche dello Stato) o dai giudici di merito e dalla Corte di Cassazione (è avvenuto per la Legge sulle rogatorie n. 5.10.01 n. 367 e la cd. “Legge Cirami” 7.11.02 n. 248 sullo spostamento dei processi per legittimo sospetto). Ma, per altre leggi è necessaria l’abrogazione immediata: solo con la loro abrogazione, infatti, sarà possibile restituire credibilità al paese sul piano internazionale e dignità ai governanti e ai rappresentanti politici ed ottenere la partecipazione della collettività nazionale agli sforzi necessari per ricostruire una scala di valori condivisi”. E si dettavano anche i tempi di abrogazione delle norme volute dal centrodestra. “Le leggi che devono costituire oggetto di abrogazione già nei primi mesi della legislatura sono: la Legge di “depenalizzazione” del falso in bilancio ( D.L.vo 11.4.02, n.61), che rappresenta la tipica traduzione in termini normativi della cultura della illegalità e contrasta con la tendenza mondiale a punire con maggiore severità la false comunicazioni in materia societaria; la Legge cd. “ex Cirielli”, 5.12.05 n. 251, definita “obbrobrio devastante” dal Presidente della Corte di Cassazione, che ha di fatto introdotto nuove cause di impunità per i potenti (attraverso la prescrizione breve dei reati, anche gravi, commessi dagli incensurati) e pesanti discriminazioni verso i recidivi anche per reati non gravi: dunque, incentivi a manovre dilatorie ed il prevedibile aumento della popolazione carceraria saranno l’effetto di un diritto penale per tipo d’autore; la barbara riforma della legittima difesa approvata definitivamente il 24.1.06, che introduce una presunzione di proporzionalità tra i delitti contro il patrimonio in ambiente privato e la reazione violenta con armi da fuoco contro chi ne è responsabile; la cd. Legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento che, a parere di molti, altera il principio costituzionale della parità delle parti nel processo e, dilatando le possibilità di ricorso alla Corte di Cassazione, parzialmente la trasforma in giudice di merito, ingolfandola e rendendone ingestibile l’attività. L’impegno di coloro che intendono formare il futuro Governo deve estendersi inoltre alla sospensione immediata della efficacia di tutti i decreti legislativi di attuazione delle legge di riforma dell’ordinamento giudiziario (Legge delega n. 150 del 2005): solo così potrà essere predisposto e realizzato un progetto di riforma di ampio respiro, utilizzando i contributi del Csm, degli accademici, della magistratura associata, degli avvocati e delle associazioni dei giuristi e del personale amministrativo. Chiediamo allora a tutti coloro che parteciperanno alla prossima campagna elettorale un impegno espresso, preciso e incondizionato ad operare immediatamente per l’abrogazione di queste leggi, che non sia diluito in promesse di riforme generali nei vari settori dell’ordinamento. L’assunzione di tale impegno è condizione e garanzia irrinunciabile perché, come giuristi e come cittadini, possiamo confidare nella volontà degli eletti di ripristinare effettivamente, non solo in questo campo, le regole fondamentali della democrazia”.

Qualche anno prima, nel 2001, invece, la Gandus aveva firmato un appello contro la “repressione” israeliana. Questo il passaggio chiave: “Rispondiamo alla richiesta degli intellettuali, universitari e cittadini israeliani esprimendo la nostra ferma condanna della politica di repressione violenta e di blocco economico messa in atto dal governo israeliano nei confronti della popolazione palestinese. In questo contesto, scegliamo di esprimerci in quanto ebrei, per negare al governo israeliano la possibilità di legittimare il proprio operato dichiarando di agire in nome del popolo ebraico, del quale anche i firmatari e firmatarie di questo testo fanno parte. Con l’intenzione di contribuire con questo gesto alla creazione di una reale mobilitazione per una pace giusta e duratura nell’area, sollecitiamo un impegno del governo italiano e dell’Europa in favore dell’intervento immediato di una forza internazionale di pace, forse l’unico strumento utile ad interrompere questa ormai insopportabile spirale di sangue e di violenza e ribadiamo l’urgenza della ripresa delle trattative. Intendiamo anche sottolineare che a nostro avviso una pace giusta e duratura è raggiungibile solo attraverso: la fine dell’occupazione militare della Cisgiordania e di Gaza e lo smantellamento degli insediamenti...”.

Con altre 1500 persone, la Gandus aveva firmato anche una lettera inviata al Parlamento per contestare l’”ossessivo richiamo da parte della Chiesa cattolica a valori e modelli unici: in questo apostolato scorgiamo, con preoccupazione, vene di integralismo e di contrapposizione ad altri integralismi, ma, proprio perché laici, difendiamo la libertà della Chiesa e della sua missione”. Nel 2004, Nicoletta, questa volta quale esponente del Collettivo Donne e diritto, partecipava a Milano alle manifestazioni in favore della 194: “È un altro segnale del desiderio di donne e uomini di partecipare alla politica - commentava al Manifesto -. È stata un’affermazione di libertà, in 200 mila abbiamo detto che non esiste una sola morale”. Due anni prima la Gandus aveva firmato anche un appello a favore dei referendum per la modifica della legge 40, quella sulla procreazione assistita, varata dalla maggioranza di centrodestra: “Un Sì convinto ai quattro referendum sulla legge riguardo alla fecondazione assistita. Le ragioni che li motivano le abbiamo maturate non da ora, ma nel percorso politico con le donne, iniziato con la riflessione su aborto e sessualità femminile. Rifiutiamo la logica proibizionista di una legge costruita su divieti ed obblighi, senza rispetto della salute, prima di tutto delle donne. Non pensiamo che l’assenza di divieto sancisca di per sé un diritto al figlio. Mettere un divieto per contrastare la traduzione in diritto di desideri (presunti) illimitati non fa che confermare, rovesciandola, la logica dei diritti. Ci interessa invece tenere aperto lo scarto incolmabile fra i desideri e i diritti... La legge, degradando la madre a corpo contenitore di una vita, lungi dal contrastare la temuta riduzione dell’essere umano a materia genetica manipolabile, la favorisce; e dunque non tutela neppure l’embrione. L’embrione congelato è lì a ricordarci che non vi è sviluppo vitale né essere umano, senza la madre e al di fuori della relazione con lei. Discendono da qui per noi le valutazioni di merito sulle norme più gravi, diremmo ‘perverse’, della legge, oggetto dei referendum: dall’impianto obbligatorio degli embrioni prodotti in vitro che, con il divieto di crioconservazione e di ogni diagnosi preimpianto, configura il dovere di maternità, anche a costo della salute della donna e dei nascituri; all’equiparazione dei diritti del concepito a quelli della donna con l’inevitabile conseguenza di estendere la tutela del concepito al feto e dunque di rimettere in questione l’aborto; alla messa al bando della fecondazione con seme o ovuli di donatore, riducendo il padre e la madre al mero fatto genetico; all’irrealistica proibizione della ricerca scientifica, rinunciando a dettare regole in grado di garantire la libertà scientifica ma anche la trasparenza sulle finalità, sui rischi e sulle opportunità. Non è la legge, né tanto meno questa legge, che può dare risposte alle inquietudini, fondate o immaginarie, suscitate dalle tecnologie della riproduzione. Quel che c’è prima della nascita chiede un limite del diritto, chiede di riconoscere, con umiltà, che la legge può fare danni se prescinde dalla relazione madre/figlio. Non vi è infatti modo di fare ordine nella procreazione, medicalmente assistita e non, se non si mette al centro delle regole la donna, quale soggetto libero e responsabile”.

Dopo la vittoria di Prodi nel giugno del 2006, il giudice Gandus interveniva ancora schierandosi nel referendum contro la devolution: “È importante opporsi a questa devolution perché è espressione della generale posizione antidemocratica... È sovrastata da un incombente potere autoritario e centralista, concentrato nella mani del capo del governo”.

DE I CANDIDATI ALLA CASA BIANCA (click)

Da Albert

lunedì 16 giugno 2008

IL TRATTATO DI LISBONA

Lezione dall'Irlanda: prima ragionare, poi ratificare
di GIOVANNI GOBBER

«L'Irlanda boccia [...] il referendum sul Trattato di Lisbona», dice il Corriere online (13 giugno). Però è stato bocciato il Trattato, non il referendum. La svista è subito corretta e nell'edizione cartacea si legge che l'Irlanda «ha bocciato con un referendum la nuova Costituzione d'Europa» (Corriere, 14 giugno). Ma il Trattato lisbonese non è una costituzione, bensì, appunto, un trattato.

Esso ha sostituito l'originaria Costituzione europea, eretta da muratori alacri, ma colpita e affondata dai cittadini elettori della Francia e dei Paesi Bassi. In questa vicenda, il sostantivo "trattato" denota un «atto consensuale con cui più soggetti di diritto internazionale risolvono problemi o disciplinano materie di comune interesse» (Zingarelli 2008). Per essere precisi, nell'antica Hibernia, oggi chiamata Eire, non hanno respinto il Trattato, ma la sua ratifica. Il loro governo aveva firmato; loro hanno deciso che la firma va ritirata. Non è poco: significa che gli Irlandesi si sono sostituiti al loro governo. Da loro si può fare.

Da noi, non se ne parla. "Ratificare" significa "confermare, riconoscere come valido". Contiene un elemento "ficare", legato al verbo latino "facere", antenato di "fare". È presente in molti verbi italiani e si dà ancora da fare per costruirne di nuovi, come "cementificare", "saponificare", "transcodificare", "umidificare". Ai politici piace soprattutto "rettificare": significa "rendere rettilineo", ma anche "correggere".

Per derivare sostantivi, basta mutilare questi verbi dell'ultima sillaba: se "modificare" dà "modifica", si fa in fretta a fare una bella "rettifica". A dire il vero, gli eruditi non approvano: secondo Francesco Ugolini, "modifica" è un «brutto storpiamento moderno» di "modificazio ne" ("Vocabolario di parole e modi errati", 1848). Bisognerebbe dunque usare "rettificazione", come facevano nel Trecento; "rettifica" è forma attestata verso la metà dell'Ottocento. Anche "ratificazione" è antico: si usava nel Quattrocento; invece, "ratifi ca" si trova solo verso la fine del Settecento. L'im portanza della "ratifica" è dovuta alla parte iniziale "rati-", che rinvia a "ratus", cioè "contato". Si tratta di un antico participio del verbo "reri", che significava "calcolare, reputare". In italiano, sopravvive nella forma "rato", che significa "preso in conto", dunque "sancito, registrato".

Non bisogna confondere "rato" con "ratto", che è un parente della "pan tegana". I ratti sono tanti; invece, "rato" si trova solo nell'espressione "rato e non consumato", propria del diritto canonico. Non sarà contento il parente più illustre dell'antico "ratus": è il sostantivo "ratio", che significava "calcolo". In italiano, è continuato da "ragione", che ha vari sensi, in vario modo legati ai "conti". Del resto, "chiedere ragione" è un invito a "rendere conto" di qualcosa. Lo sanno bene i "ragionieri", maestri di "rendiconti". Meno capaci sembrano i politici, che a volte le prendono "di santa ragione".

Secondo gli esperti, l'aggettivo "santo" ha qui un valore rafforzativo: piace a chi se ne sta "in santa pace" e chiede di fare "il santo piacere" di ragionare prima di ratificare.

NAPOLITANO RABBIOSO CONTRO L’IRLANDA


"Il Trattato di Lisbona resta in vigore e la volontà di un solo Paese non conta nulla, perchè è piccolo
Il Presidente di tutti gli italiani (confronta foto sopra...) è fortemente irritato per il NO degli Irlandesi alla ratifica del trattato di Lisbona. E' talmente arrabbiato che si è lasciato andare ad affermazioni a dir poco "allarmanti", che richiedono almeno uno straccio di riflessione.

Napolitano ha detto: "L'1% non può decidere per tutti".

L'1%? Presidente, ma cosa dice? Riveda un po' i suoi calcoli perchè quell'1% che lei disprezza è tale perché è la sola parte che si è potuta esprimere. Già, perchè veda, a noi nessuno ha consentito di esprimere un'opinione.

E se permette io le rivolto la frittata: ma perché in Italia uno sparuto gruppetto di politici, che rappresenta lo 0,0000000001 della popolazione deve decidere a nome di un'intera nazione?

Se lei fosse davvero democratico (e mi scusi se ne dubito) non disprezzerebbe una libera espressione di voto.

Se lei fosse democratico, ora non direbbe, malgrado l’Irlanda abbia rifiutato di ratificare, che "il Trattato di Lisbona resta in vigore e la volontà di un solo Paese non conta nulla, perchè è piccolo", dimenticando che anche Francia ed Olanda dissero di no nel 2005.

E così, piuttosto che stracciare una carta, si ignora la volontà di un popolo intero che non dice NO all'Europa, ma ad un'Europa fatta nelle stanze chiuse, dove si naviga con i sommergibili in acque sporche.

Si dice no ad un'Europa partorita da e con le menzogne, con un'assurda segretezza che ovviamente fa pensare all'inganno. O siamo maligni?

Napolitano ha detto anche:"Chi non vuole essere europeista deve essere sbattuto fuori dalla Ue." Oh, finalmente! questa sì che è una bella notizia! Ci sbatta fuori dalla UE: saremo in molti ad esultare per questo e non penso che andremo per strada a raccogliere i suicidati per il dispiacere. --E scommetto pure che, se referendum popolari analoghi a quello irlandese (COME SAREBBE DOVEROSO IN DEMOCRAZIA) fossero stati tenuti anche negli altri stati membri dell'U.E., adesso gli Irlandesi non sarebbero i soli ad aver espresso il loro dissenso nei confronti di un potere europeo che appare sempre più dittatoriale ogni giorno che passa.--

E ragioniamo un po' sulla nota a piè pagina dell'articolo art. 2260, in cui la pena di morte in effetti viene vietata, ma tale divieto non vale "in caso di guerra, PERICOLO DI GUERRA, rivolte e SE QUALCUNO FUGGE DALLA POLIZIA".

PRATICAMENTE COME IN CINA!! Praticamente, se noi, e chi la pensa come noi, scendessimo in piazza a fare una giusta rivolta contro l'immigrazione di massa che ci è stata imposta, ci sparebbero addosso.

E' questo il trattato che Napolitano vorrebbe ratificare in fretta e furia? E' questa la democrazia? Sì, ...quella degli eurocrati e dei banchieri!! Quella dove uno stato non può liberamente intervenire per salvare la compagnia di bandiera. Quella dove un popolo è costretto a mantenere nomadi, immigrati e malfattori. Quella popolare e democratica del compagno Napolitano, appunto, che nel 1956 - mentre il popolo ungherese veniva stritolato a Budapest dai carri dell'Armata rossa per aver chiesto la libertà - plaudiva, assieme ai vari Pajetta e Togliatti, al benevolo intervento delle forze "democratiche" sovietiche che finalmente schiacciavano i ribelli. E difatti l'Europa sta diventando ogni giorno più simile allo stato burocratico e dittatoriale sovietico.

Complimenti, caro compagno Napolitano, cambia la forma, non la sostanza.

Lei ha detto: "Non dovrebbero esserci tribune per simili figuri". Mi scusi se faccio mia una sua frase. E gliela giro. San Patrizio prega per noi! Nel video (click sul titolo) la rivolta al Parlamento Europeo: ciò che non abbiamo mai visto 12 - 12 – 2007
http://www.unaviaxoriana.it/cgi-bin/uvpo/index.cgi?action=viewnews&id=309

venerdì 13 giugno 2008

QUI LE NOTIZIE UFFICIALI DALL'IRLANDA (click)

Purtoppo il sito è in inglese.

L'ULTIMA DAL CORRIERE DELLA SERA.(click)

Speranza dall'Irlanda sul Trattato di Lisbona.

martedì 10 giugno 2008

GRANZOTTO SUL TRATTATO DI LISBONA

(fare click sul titolo )

domenica 8 giugno 2008

SI PUO',SI DEVE PARTIRE DA QUESTO INTERVENTO

"Io, rom, vi dico: chiudete i campi rom"
di Gabriele Villa
Potrebbe fare altro, Alexian Santino Spinelli, 43 anni. Avrebbe, per esempio, potuto continuare a rubare. Invece ha smesso questa attività a sette anni. E, con l’aiuto di una maestra di Lodi e di cinque sorelle, è diventato l'unico Rom d’Europa con due lauree e una cattedra universitaria. Insegna lingua e cultura romanì (l'accento è importante perché lui l'accento lo mette su molte questioni) alla facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste. Ma è anche poeta e, ancor più, musicista. Andate a visitare il suo sito web e vi renderete conto che lui è una sorta di fiume nella piena dell’entusiasmo. Anche quando, raggiunto al telefono mentre sta per dare il la, davanti a quindicimila persone, ad un concerto nel Salento, deve dire cose che, certe orecchie, tappate dal cerume della demagogia, non vorrebbero mai sentire.

Per esempio, Alexian?


«Comincio dalla più urgente: chiudere i campi nomadi. Che sono solo pattumiere a cielo aperto. Soluzioni degradanti che non aiutano nessuno, tantomeno i nomadi. Che certo non le vogliono e nemmeno ci stanno volentieri. Considerate che chi vive oggi nei campi nomadi aveva una casa in Romania e nella ex Jugoslavia. Gente che era venuta in Italia per star meglio, per trovare un lavoro. Non per star peggio e venire ghettizzata».

Così, magari, questa gente ghettizzata ruba, o si cimenta in imprese delinquenziali varie...


«Chi ruba o commette un delitto è fuorilegge e coma tale non va protetto ma punito. Ma, intendiamoci, il delinquente ha sempre un nome e un cognome. Non si deve colpire un’etnia si deve punire la persona che sbaglia. Che può essere di qualsiasi nazionalità, colore e fede. Come diceva Gesù Cristo? Nella nostra diversità siamo tutti uguali. Solo che quando sbaglia un Rom, per colpa di una campagna di disinformazione e di strumentalizzazione si tende a colpire un'etnia. Non un tizio ben preciso con nome e cognome».

Scusi, professore, ma dove sta, la strumentalizzazione?


«Sta, purtroppo per i Rom, dalla parte che tutti credono sia la parte giusta, la parte dei buonisti. La parte di chi dice di voler aiutare i Rom. Cioè le associazioni di volontariato che si fanno dare dei bei soldini per fare dell’assistenzialismo. Un impegno che giova solo a loro per autoreferenziarsi. Associazioni e organizzazioni varie che hanno interesse a continuare a dipingere i Rom per quello che non sono. E che, soprattutto, si arrogano, tramite questo non richiesto assistenzialismo di calcolo, il diritto di essere loro e non i Rom, gli interlocutori privilegiati con le istituzioni, quando si parla dei problemi che ci riguardano. Ecco io dico basta a queste speculazioni. Facciamo una consulta di Rom e Sinti e siano loro a parlare dei loro problemi».

Torniamo al via, chiusi i campi nomadi che cosa facciamo?


«Cerchiamo di aiutare chi se lo merita ad integrarsi. A trovare un lavoro. A godere degli stessi diritti degli altri italiani. Che vuol dire iscriverli alle liste per l’assegnazione delle case popolari, e farli accedere all'assistenza sanitaria. Ci sono calciatori e personaggi dello spettacolo in Italia che sono Rom. Nessuno si sognerebbe mai di cacciarli proprio perché sono diventati famosi. E tutti gli altri illustri sconosciuti, ma per bene?».

Resta il fatto che anche lei oggi sarà in corteo al Colosseo contro le aggressioni ai Rom...

«Mi creda, con il mio lavoro con i miei impegni all'Università non ho certo bisogno di andare in un corteo a mettermi sotto i riflettori. Lo faccio, e mi auguro che sia per l'ultima volta, perché come mi hanno indignato e addolorato le molotov della polizia tirate contro donne e bambini Rom, mi indigna anche la mistificazione che si fa del problema. Andrò in piazza per fare chiarezza per informare la gente. Ma soprattutto per mediare. Perché mai come in questo momento c'è bisogno di abbassare i toni e stemperare animi e clima. E tutti, anche noi Rom, dobbiamo fare la nostra parte».

giovedì 5 giugno 2008

Torno al tema Trattato di Lisbona (click per il video)

Riporto un commento che condivido che ho letto in proposito e su cui c'è da riflettere.

Nessie2 scrive:
2 Giugno 2008 alle 23:02
E’ un problema che merita molta attenzione. La domanda è : siamo ancora un Paese sovrano, con un popolo sovrano? e con un governo sovrano espressione del popolo presumibilmente sovrano che lo ha eletto? La mia risposta è NO. Troppi organismi trans e sovranazionali mettono a repentaglio le nostre legittime decisioni. L’ONU in prima linea. L’on Guzzanti ricorda in modo puntuale tutta la legislazione nel Regno Unito in materia di immigrazione clandestina e anche quella francese. Sappiamo delle crudeli violazioni in materia di diritti umani di quella spagnola. Sappiamo che gli Usa non sono affatto dei damerini coi latinos ai confini tra il Messico e il Texas. POi c’è stata la bordata di Amnesty International, della Ue, di Gheddafi che spara panzane beduine sul fatto che affondiamo i bastimenti. E mi dicono, perfino la ADL americana, il Vaticano e i preti protestanti. Serve altro?
La verità purtroppo è una e una soltanto. L’Italia è un grande ponte aperto, se non addiritura spalancato ai quattro venti e 4 continenti, e ha fatto comodo a tutti come semplice “espressione geografica” per lungo tempo. Ora il suo popolo ha detto BASTA e vuole che il governo eletto lo risollevi dal degrado in cui è sprofondato, dall’illegalità diffusa, dall’insicurezza, dalla monnezza, dalla criminalità dilagante, dai traffici illeciti di droghe, armi e clandestini. Il suo popolo vuole che si faccia un censimento serio, che si abbia un occhio di riguardo sulla sua demografia. Vuole che chi paga le tasse e i contributi sanitari da una vita, possa avere un posto letto se si ammala, possa avere il diritto di primogenitura tra chi vive da generazioni in questo Paese e chi invece vi è entrato per ultimo o da poco tempo. Conta ancora qualcosa il sangue dei Patrioti versato durante il Risorgimento? o siamo terra di TUTTI ergo TERRA di NESSUNO?
Se sarà necessario, ritengo non peregrina la proposta della Lega nel sottoporre a referendum il Trattato di Lisbona. Intanto vi consiglio di guardare questo link per mostrarvi come è stato accolto:

http://it.youtube.com/watch?v=vCBIst10H-k (cliccando sul titolo si può vedere il filmato)

L’Eurabia-Eurss è una vera e propria cessione di sovranità che vuole educarci al vassallaggio e alla sottomissione più umiliante. Non fanno che imporre obtorto collo, costituzioni truffaldine, in nome della cosiddetta Unione. Non faranno che metterci bastoni tra le ruote su tutto: sui pacchetti sicurezza, sui decreti per lo smaltimento rifiuti, sulle compagnie aeree, aeroporti, bolli per le caldaie, bollini blu per le auto, revisoni ogni due per tre. Perfino quale seggiolino per bambini dobbiamo usare in auto. No all’omologazione, al servilismo, alla gendarmeria mondiale, al vassallaggio e alle vessazioni continue. Adesso BASTA

http://www.paologuzzanti.it/?p=727#comment-66139

L'OPINIONE DI ZICHICHI (click)

L'attenzione del grande pubblico va diretta sull'aspetto più
rilevante di questo incidente in Slovenia: non è successo nulla. La
centrale di Krsko non è di ultima generazione e, anche se
l'incidente ha messo per un attimo l'Europa in apprensione, questo
non vuol dire che dobbiamo rinunciare a liberarci dalla schiavitù
energetica nella quale siamo piombati a causa della sciagurata
rinuncia al nucleare nel 1987.
L'incidente deve essere messo a confronto con il pericolo di black-
out che corriamo. Il prezzo del petrolio, che viaggia verso livelli
da nessuno immaginati, ci dice che siamo in piena crisi energetica
mondiale. Se scoppiasse una crisi politica nel mondo, i Paesi dai
quali dipendiamo per l'acquisto di petrolio, gas ed energia
(nucleare) chiuderebbero i rubinetti per garantire ai loro cittadini
la libertà energetica indispensabile per il livello di vita cui sono
abituati. Nel giro di poche settimane crollerebbero le nostre
attività produttive senza alcuna possibilità di negoziato in quanto
privi di una potente sorgente energetica in grado di far fronte ai
bisogni indispensabili per il livello di vita cui siamo arrivati.
Coloro che speculeranno sull'incidente debbono riflettere sulle
notizie venute fuori dalla Fao in questi giorni. Centinaia di
milioni di persone vogliono più cibo e più energia. Noi apparteniamo
al miliardo di privilegiati in quanto abbiamo la quantità di energia
necessaria per vivere bene. Ci sono 5 miliardi e mezzo di persone
che aspirerebbero a vivere come il miliardo del G8. L'ingresso della
Cina e dell'India nel mercato mondiale ha portato alle stelle il
prezzo del petrolio e del cibo. L'energia nucleare è l'unica
sorgente d'energia la cui potenza può venire incontro alla richiesta
esponenzialmente crescente che viene dalle Nazioni dette in via di
sviluppo. Se non avessimo sprecato i vent'anni trascorsi nel letargo
antinucleare noi saremmo oggi con una fiorente industria nucleare e
non in stato di schiavitù energetica.
L'incidente in Slovenia deve darci una spinta per uscire con
coraggio dallo stato di pericolo «black-out» in cui viviamo dopo
vent'anni di rinuncia al nucleare. L'incidente «nucleare» di Krsko
va messo a confronto con le notizie di cui nessuno parla mai. Eppure
si tratta di vittime causate ogni anno dalla produzione di energia
non d'origine nucleare ma usando il carbone e le bio-masse. Lo
ricordiamo ancora una volta: 300mila nella sola Cina per il carbone
e oltre un milione nel mondo per le bio-masse.
Antonino Zichichi
Presidente World Federation of Scientists

L'ENI/ENEL - LE CENTRALI NUCLEARI


MULTE MILIARDARIE, CAMPAGNE PUBBLICITARIE E ALTRE SCHIFEZZE.
Per leggere l'articolo completo, un po' lungo, cliccare sul titolo

lunedì 2 giugno 2008

Una scelta libera riguardo al matrimonio

A distanza di tanti anni dall'approvazione della legge sul divorzio, è possibile tentare un provvisorio bilancio delle sue conseguenze.
1) E' difficile dubitare sul fatto che la legge sul divorzio, come anche quella sull'aborto, abbiano modificato il modo di pensare e di essere delle generazioni cresciute dopo la loro approvazione. Si è fortemente indebolita, in particolare, l'esperienza dello sforzo, della fatica di tenere in piedi comunque una relazione problematica, ovvero la consapevolezza che la relazione richiede un investimento costante, che cambia di segno durante le fasi della vita, ma continua per tutta la sua durata. La difficoltà del momento ha avuto dalla sua l'appoggio legislativo, disponibile ad accoglierla sciogliendo il matrimonio, mentre l'impegno di vita si è trovato improvvisamente senza nessun punto d'appoggio.
2) La facilità nella soluzione d'una relazione ha ottenuto l'effetto di rendere molto meno attenta ed impegnativa la scelta del coniuge, proprio perché basata su di un contratto facilmente rescindibile anziché destinato a durare per sempre, ed ha sottratto profondità e serietà alla relazione stessa.
3) Il dilagare del divorzio ha inoltre privato i figli della presenza della figura d'entrambi i genitori, con conseguenze gravissime per la loro crescita.
4) Ancora, l'indebolimento dell'istituto familiare, cellula sociale di base, ha indebolito la società nel suo complesso.

Una parziale risoluzione a tali gravissimi problemi è già stata proposta ed approvata in numerosi stati della Federazione Americana, con l'istituzione del cosiddetto "covenant marriage", che procede in direzione d'un duplice regime matrimoniale.
Esso si è concretizzato con l’approvazione, il 23 giugno 1997, da parte del parlamento della Louisiana, della “New Louisiana covenant marriage law”. Tale atto normativo è stato il primo ad introdurre la possibilità di scelta degli sposi al momento del matrimonio . “La legge fu proposta dal repubblicano Tony Perkins, dirigente dei gruppi cristia­ni conservatori, «per contenere l'emorra­gia della famiglia americana» e per porre rimedio «a quello che il divorzio ha pro­vocato negli ultimi venticinque anni, cioè la moltiplicazione dei casi di rottura delle famiglie attraverso il ricorso al divorzio facile, che ha provocato la rovina dei figli e un aumento di vite infrante». I parlamentari della Louisiana accolsero il progetto con entusiasmo: i voti a favore furono 98 alla Camera dei rappresentanti (nes­suno contro) e 37 al Senato (un solo par­lamentare vi si oppose)”
Il covenant marriage è un istituto parallelo e alternativo al matrimonio ordinario. Quest’ultimo, secondo le leggi statunitensi, si può sciogliere dopo appena sei mesi di separazione di fatto. Il covenant marriage invece, pur non essendo dotato dell’indissolubilità, prevede un iter giudiziario più complesso per la pronuncia di divorzio, in modo da disincentivare il ricorso ad esso. Si tratta di una “clausola di durezza” del tipo di quelle utilizzate anche nella legislazione europea e, fino al 1987, anche in quella italiana, che però sono state in seguito considerate negativamente ed escluse dal nostro ordinamento giuridico, in quanto non coerenti con l’idea di “divorzio – rimedio” che ispira la nostra normativa sullo scioglimento del matrimonio. In questo caso non si può parlare di inopportunità di tali clausole di durezza, in quanto esse non vengono imposte dal legislatore ma liberamente scelte dagli sposi.
Oltre a disporre modifiche al codice civile, che escludono il procedimento ordinario di divorzio nei casi di covenant marriage, la legge approvata nel 1997 in Louisiana fornisce una definizione del covenant marriage:
“Un covenant marriage è matrimonio tra un uomo e una donna che intendono e sono d’accordo che l'unione fra loro è un rapporto per tutta la vita. Le parti di un covenant marriage hanno ricevuto una consulenza che ha dato risalto alla natura ed agli scopi del matrimonio e delle relative responsabilità. Soltanto quando c’è stata una frattura completa e totale dell'impegno coniugale del patto la parte non colpevole può domandare che il matrimonio non sia più legalmente riconosciuto.”
Il covenant marriage tuttavia non esclude il divorzio. Esso è ammesso, ma solo in ipotesi tassative, mentre il matrimonio ordinariamente può essere sciolto negli Stati Uniti dopo appena sei mesi di separazione di fatto. I casi previsti per lo scioglimento del covenant marriage sono invece: adulterio, crimine, violenza contro un familiare, separazione di fatto biennale o separazione giudiziale pronunciata da almeno un anno. Tale periodo è aumentato ad un anno e sei mesi dalla sentenza nel caso in cui ci siano figli minori.
Dopo la Louisiana, anche l’Arizona nel 1998 e l’Arkansas nel 2001 hanno introdotto nei loro ordinamenti il covenant marriage. Vi sono solo poche sostanziali differenze: ad esempio la normativa dell’Arizona ammette tra le cause di scioglimento del covenant marriage il mutuo consenso; mentre la legge promulgata nell’Arkansas prevede anche per la separazione giudiziale un periodo di due anni prima di poter chiedere lo scioglimento del covenant marriage; e tale periodo è elevato a due anni e sei mesi in presenza di figli minori. E’ interessante notare come dal sito del governatore dell’Arkansas sia possibile scaricare una brochure illustrativa del covenant marriage, che fornisce tutte le indicazioni sul matrimonio, sulle cause di separazione e di divorzio e sui relativi procedimenti, oltre ad essere completo di modelli di moduli per la celebrazione del covenant marriage. Questo dimostra l’interesse, da parte del governo dello stato, a diffondere la conoscenza e l’utilizzo di questo nuovo tipo di matrimonio.
Negli anni successivi al 1997 sono stati presentati emendamenti volti ad introdurre il covenant marriage in numerosissimi altri stati: Alabama, California, Indiana, Iowa, Kansas, Maryland, Minnesota, Mississippi, Missouri, Nebraska, New Jersey, Ohio, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Utah, Virginia, Washington e West Virginia. Inoltre in Georgia, Oklahoma, Oregon e Texas tale emendamento è stato già approvato da una delle due camere. Questo dimostra l’interesse che questo esperimento avviato dalla Louisiana ha destato in tutto il Paese.

Si può certo dibattere sull'applicabilità in Italia d'una simile legislazione, essendo possibile obiettare a questo punto che il covenant marriage offre una tutela all’unità familiare inferiore rispetto alla normativa italiana, che invece prevede una separazione triennale e accertata dal giudice per poter richiedere il divorzio. In realtà, la tutela dell’unità della famiglia si manifesta, nel covenant marriage, non tanto al momento dello scioglimento del vincolo, quanto al momento della sua formazione: infatti gli sposi scelgono liberamente di sottoporre il loro matrimonio (ed eventualmente, il loro divorzio), ad una disciplina diversa da quella che regola i matrimoni contratti con rito ordinario. E' proprio questa consapevolezza che rafforza il matrimonio, mentre in Italia invece gli sposi non hanno la possibilità di compiere tale scelta.
D'altronde, sarebbe possibile imitare l'idea della doppia legislazione matrimoniale, senza per questo dover riprendere esattamente il suo contenuto giuridico. Semplicemente, dovrebbe essere concesso agli sposi che lo richiedono, quindi sottoponendo tale decisione alla libera scelta delle coppie, d'aderire ad un dato regime nuziale, il quale preveda norme di divorzio più restrittive, od anche (per chi lo desideri: tale proposta fu avanzata da ecclesiastici durante la campagna a favore del divorzio) stabilisca la sua intangibilità.
In questo caso si potrebbe a ragione dire, a differenza di quanto avviene oggi nell’ordinamento italiano, che chi vuole è libero di divorziare, e chi invece non vuole sciogliere il proprio matrimonio vede tutelata la propria aspirazione: infatti, chiarendo già dal momento costitutivo del vincolo la natura che i coniugi intendono attribuire ad esso (perpetuo o potenzialmente temporaneo), nessuno potrebbe lamentarsi di una successiva situazione in cui verrebbe a trovarsi non per scelta del legislatore, come attualmente avviene, bensì in base alla volontà manifestata al momento delle nozze.
Contemporaneamente all’introduzione di un istituto di questo tipo, sarebbe possibile, nel nostro ordinamento, modificare la disciplina del divorzio, eliminando tutte quelle disposizioni che tendono ad arginare lo scioglimento del matrimonio. Infatti tale disciplina rimarrebbe applicabile solo a coloro che avessero optato per il matrimonio dissolubile, e pertanto non sembrerebbe più opportuno, in presenza del doppio regime, porre degli ostacoli all’utilizzo di un istituto, il divorzio, che i coniugi hanno accettato e ammesso come possibilità futura già al momento della costituzione della comunità familiare.
Una legislazione simile sarebbe certo applicabile anche in Italia, non violando nè il principio della libertà individuale, poiché sarebbe frutto di libera e volontaria scelta, nè quello dell'eguaglianza (in quanto tutte le differenze che risulterebbero tra i due regimi matrimoniali sarebbero frutto non di un’imposizione autoritaria dello Stato, bensì della libera scelta dei contraenti, essendo corollario del principio di uguaglianza è che situazioni diverse, proprio per volontà di coloro che hanno dato vita ad esse devono essere trattate in maniera differente.), e rispondendo anzi in ottimo modo all'articolo 29 della Costituzione stessa, che tutela la famiglia.

La proposta della duplice legislazione matrimoniale era già stata avanzata qui in Italia da ecclesiastici durante la campagna per il divorzio, proponendo che si lasciasse libertà di scelta nel decidersi, all'atto delle nozze, ad un regime dissolubile od indissolubile. Prima ancora, l'argomento era stato dibattuto da Léon ed Henri Mazeaud, professori della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Parigi, che avevano concluso positivamente sulla liceità ed applicabilità d'una simile legislazione anche in Francia .
Considerando l'esistenza del covenant marriage negli USA, la più antica democrazia al mondo e paese quanto mai liberale, e l'approvazione ad una istituzione analoga affermata da giuristi accademici di Francia, patria del laicismo e dell'eguaglianza dei cittadini, non dovrebbe certo potersi negare legittimità ad una tale proposta neppure in Italia.

Albert: bisogna impedirne la ratifica

IL TRATTATO DI LISBONA DEVE ESSERE RESPINTO
di Liliana Gorini
29 maggio 2008 – Il Parlamento italiano è chiamato a ratificare il Trattato di Lisbona, che conferirà poteri straordinari alla Commissione dell’Unione Europea in quasi tutti gli aspetti della vita dei cittadini, e soprattutto su questioni di politica economica e di difesa, privando il nostro Paese della propria sovranità e vanificando in questo senso la Costituzione italiana, a partire dall’Articolo 1 che recita “la sovranità appartiene al popolo”. In altri paesi, tra cui Francia e Germania, esso è stato ratificato benchè il testo non fosse ancora stato reso noto, e risultasse del tutto incomprensibile, inducendo molti parlamentari ad approvarlo senza neanche averlo letto. Il Presidente della Repubblica tedesco non ha firmato la ratifica perché sono immediatamente scattati tre ricorsi alla Corte Costituzionale. In Irlanda è previsto un referendum contro il Trattato che, secondo le previsioni, lo boccerà il 12 giugno esattamente come fecero i referendum contro la Costituzione europea in Francia e Olanda nel 2001. Lo stesso testo, con alcune modifiche, è stato riproposto col nome di Trattato, benchè si tratti di un progetto costituzionale, con l’intento di vanificare alcuna iniziativa referendaria in paesi come l’Italia che non prevedono referendum sui trattati. Negli ultimi mesi si sono tenute numerose manifestazioni contro la ratifica del Trattato a Vienna, Berlino, e in tutta la Francia, manifestazioni in cui eminenti costituzionalisti hanno sottolineato la violazione di numerose norme costituzionali, tra cui quella della neutralità prevista dalla Costituzione austriaca.
La politica di difesa del Trattato prevede infatti, oltre alle missioni di pace, anche missioni offensive, che violano l’Art. 11 della nostra Costituzione, che recita “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Attraverso il potenziamento delle forze militari messe a disposizione dell’Unione Europea, è in atto un tentativo di fare dell’Europa un braccio della NATO. Con la creazione di un gruppo ristretto di paesi a cui verrebbero demandate le iniziative militari, sarebbe più facile aggirare l’opposizione di chi vorrebbe evitare lo scontro strategico portato avanti da Londra e Washington nei confronti di Russia e Cina [1].
Ma è in politica economica che si sentiranno di più gli effetti nefasti di quella che molti definiscono una vera e propria “dittatura dell’Unione e della Banca Centrale Europea”. Grazie al Trattato di Lisbona, infatti, i burocrati dell’Unione Europea avranno pieno titolo a bocciare qualunque misura decisa dal nostro governo, e dagli altri governi europei, per difendere la propria economia, l’occupazione, i redditi, l’industria e l’agricoltura, ed intervenire sui prezzi.
La crisi alimentare è un esempio del problema, che verrà aggravato dal Trattato di Lisbona. Mentre in tutto il mondo si moltiplicano gli appelli a intervenire per frenare la corsa al rialzo dei prezzi delle derrate alimentari, e mettere fine alla folle politica di sussidi ai “biofuels” che ne è tra le cause, l’Unione Europea, nella persona del Commissario Agricolo Mariann Fischer Boel, continua ad insistere nell’abolire la PAC (Politica Agricola Comune) che difende gli agricoltori, e nel mantenere l’obiettivo del 10% di consumi energetici coperti dai biocarburanti, il che significa che riceveranno sussidi solo gli agricoltori che producono per i biofuels, e non per nutrire il mondo, benchè da più parti (il Ministro dell’Agricoltura francese Michel Barnier, il ministro Tremonti e l’ex ministro del Commercio Estero Emma Bonino) questa sia stata definita una politica “criminale” che aumenterà le carestie in tutto il mondo e provocherà rivolte non solo nei paesi poveri ma anche in quelli “intermedi”, quali Egitto, Indonesia e Pakistan. Nel nome del “mercatismo” e del “libero commercio”, Unione Europea e WTO impediscono ai governi di intervenire contro la speculazione finanziaria sui prezzi, non solo delle derrate alimentari, ma anche del petrolio, su cui si arricchiscono i grandi speculatori, mentre la gente comune non arriva a fine mese. Interventi come quello del ministro dell’Agricoltura francese Barnier in difesa dei pescatori, o del governo italiano in difesa dell’Alitalia, potranno essere vietati dalla burocrazia di Bruxelles nel nome del Trattato di Lisbona, che dà la precedenza a delibere europee.
Ci sono almeno 2 articoli della Costituzione italiana che prevedono tali interventi dello Stato, e che dovrebbero avere la precedenza sul diktat europeo:
Art. 3.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 43.
A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale. (enfasi nostra)
Il Presidente Schifani ha annunciato che il voto sul trattato è prioritario. Ma anche da noi si levano autorevoli voci di critica. L’ex ministro e insigne giurista Giuseppe Guarino, ordinario di diritto amministrativo all’Università di Roma, ha diffidato dal ratificare il trattato così com’è, perché esso codificherebbe un sistema di “governo di un organo” o “organocrazia”. Il prof. Guarino ha esposto la sua critica in una conferenza pubblica a Firenze il 19 maggio, alla presenza di costituzionalisti, esperti e amministratori. Il trattato viola almeno due articoli della Costituzione italiana, l’Art. 1 (”La sovranità appartiene al popolo”) e l’Art. 11 (L’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie”). Riguardo a quest’ultimo, le condizioni di parità sono violate dal fatto che paesi come la Gran Bretagna e la Danimarca, membri del trattato, sono esonerati dalla partecipazione all’Euro. Così essi possono, ad esempio, fissare il tasso d’interesse in modo vantaggioso per loro ma svantaggioso per gli altri firmatari del trattato.
Inoltre, osserva Guarino, il Trattato di Lisbona aumenta sensibilmente i poteri della Commissione Europea. Ad esempio, nel caso della procedura di infrazione del Patto di Stabilità, stabilita dall’Art. 104, la Commissione finora aveva solo il potere di notificare l’avvenuta infrazione al Consiglio dei Ministri dell’EU, che poi decideva se avviare la procedura o meno. Nella nuova versione, sono stati introdotti tre piccoli cambiamenti che spostano quei poteri in seno alla Commissione. Non sarebbe saggio approvare il trattato, riproponendosi di cambiare in seguito le sue parti sbagliate, ha osservato il prof. Guarino. Ciò sarebbe di fatto impossibile, dato che occorre l’unanimità.
Un altro eminente costituzionalista tedesco, il prof. Schachtschneider, ha sviluppato una lezione dal titolo “La legittimazione della pena di morte e dell’omicidio” in cui sostiene che il Trattato di Lisbona nel suo continuo sostenere una cosa e rimandare ad altra contraria attraverso il richiamo alle “Spiegazioni della Carta dei Diritti Fondamentali” legittima la pena di morte e l’omicidio “per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un’insurrezione” e “per atti commessi in tempo di guerra o in caso di pericolo imminente di guerra” (ben 14 Stati dell’Unione europea sono impegnati nella guerra in Iraq). A queste tesi ovviamente se ne contrappongono di contrarie. Ma mentre la “battaglia delle opinioni” incalza, la politica deve decidere.
Ci appelliamo dunque al Parlamento italiano affinchè eviti approcci settoriali, e veda il contesto generale in cui si inserisce il Trattato di Lisbona: una crisi sistemica in cui si è pronti a scelte anti-democratiche pur di tenere in piedi una bolla speculativa destinata comunque ad esplodere. Se il dato giuridico è importante, esso deve essere contestualizzato al particolare momento storico. La considerazione del momento storico non può prescindere dalla lettura economica intesa come capacità relazionale dell’umanità con la biosfera.
Se già dalla semplice lettura e contestualizzazione storica del Trattato di Maastricht, era comprensibile che il processo avviatosi nel ‘92 non era altro che una tappa di un sovraprocesso oligarchico-imperiale, oggi, a distanza di 16 anni, abbiamo l’evidenza della tardiva percezione dei sensi a dimostrarcelo. E pensare che avremmo evitato alla popolazione europea 16 anni di progressive difficoltà, rimettendoci alla lungimirante luce della ragione piuttosto che attendere il tardivo verdetto della percezione sensoria!
Come sostiene giustamente il Prof. Guarino, occorre distinguere tra euromercato (nel senso di mercato europeo) ed eurosistema (nel senso di sistema composto di istituzioni europee). L’euromercato esisteva già prima dell’eurosistema. L’euromercato non necessitava dunque dell’eurosistema. Questo eurosistema è una costruzione evidentemente oligarchica. Il cuore dello stesso non è la Corte di Giustizia europea, tanto meno il Parlamento europeo o il Consiglio d’Europa. Il cuore e dominus della costituzione materiale europea, dei processi all’interno della quale si sviluppano, è la Banca centrale europea (Bce).
Non ci si deve confondere. La Bce non è un ente democratico. La Bce è formalmente un ente di diritto pubblico, ma nella sostanza è un ente dominato dalle banche private. La Bce decide la politica monetaria e finanziaria, e conseguentemente decide la politica economica dell’Europa. Guarino mette al centro del suo discorso il trattato stesso con i suoi meccanismi. Tuttavia Guarino stesso riconosce che dei due parametri fondamentali della struttura dell’Unione monetaria europea, si è prestato attenzione al rapporto defitic/pil ma non a quello debito pubblico/pil. Quest’ultimo è di anno in anno progressivamente peggiorato non solo per l’Italia, ma anche per la Germania e la Francia; le violazioni di questo europarametro non sono state sanzionate in alcun modo. Dunque è subentrato nella costituzione materiale un elemento discrezionale. Questa discrezionalità è esercitata appunto dalla Bce [2].
Ratificare il Trattato di Lisbona rappresenterebbe un’ulteriore legittimazione di questo sistema oligarchico che già troppo a lungo è durato ed i cui disastrosi risultati, in termini di tenore di vita reale della popolazione europea, sono sotto gli occhi di tutti. Ratificare il Trattato di Lisbona vorrebbe dire rafforzare ancor più un eurosistema oligarchico.
Il disegno dei padri fondatori dell’Europa, De Gasperi, De Gaulle e Adenauer, era quello di un’Europa dei Popoli non di un’Europa delle banche.
Facciamo dunque appello al Parlamento italiano ed al Presidente Napolitano affinchè non ratifichino il Trattato di Lisbona, e promuovano piuttosto presso le sedi internazionali un nuovo sistema monetario e creditizio, una Nuova Bretton Woods, che metta fine alla speculazione e rilanci l’economia reale, come viene ormai chiesto a viva voce da più parti.

venerdì 30 maggio 2008

Magistratura e reato di concorso esterno in associazione mafiosa

L'avv. Giuseppe Lipera, difensore del Dott.Bruno Contrada, ha scritto alle Commissioni Giustizia del Senato e della Camera dei Deputati in merito al reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Questo è il testo della lettera.

Al Sen. Avv. Filippo Berselli
Presidente della Commissione Giustizia
Senato della Repubblica

All’On.le Avv. Giulia Buongiorno
Presidente della Commissione Giustizia
Camera dei Deputati

Ai parlamentari componenti la
Commissione Giustizia del Senato e della Camera dei Deputati
Loro Sedi

OGGETTO: considerazioni sulla necessità di rivedere il reato del concorso esterno in associazione mafiosa creato dalla giurisprudenza anziché dal legislatore

Formuliamo la presente per chiedere alle SS.LL. di affrontare con ferma decisione il problema della configurabilità del concorso eventuale in associazione mafiosa o, in senso più lato, la problematica relativa all’applicazione dell’art. 110 c.p. ai reati associativi, che ha da sempre rappresentato terreno di ampi e complessi dibattiti dottrinali e giurisprudenziali.
La figura del concorso esterno è stata fino ad ora delineata esclusivamente in sede giurisprudenziale, stante la latitanza del Legislatore che non ha mai provveduto a tipizzare tale figura, lasciando così, forse volutamente, il giudice libero di ammetterlo o meno, in relazione al caso di cui si occupa, e di deciderne la misura.
La figura del concorso esterno, per la giurisprudenza, è sembrata la più adatta a fronteggiare le esigenze politico-criminali sorte negli anni ottanta, quando i maxi-processi di mafia o di camorra fecero emergere in maniera preoccupante ed inquietante certi strani legami tra ambiente politico, economico ed istituzionale della nostra società e le organizzazioni mafiose.
Tuttavia l’incertezza dei confini ha determinato un’incontrollata espansione dell’area del concorso esterno nell’associazione di tipo mafioso, come pure in altri reati associativi.
A quest’ampliamento di confini ha contribuito indiscutibilmente l’indeterminatezza e l’eccessiva estensione della sfera del punibile che contraddistingue la clausola di cui all’art. 110 del codice penale.
Si è detto che il concorso esterno in associazione mafiosa è stato creato ad arte dalla Giurisprudenza di merito, ed avallato da quella di legittimità, in un momento (metà anni ’80 inizi anni 90’) di grande sensibile e generalizzata preoccupazione (basti pensare quanto accaduto in Italia dall’omicidio del mitico Generale Carlo Alberto dalla Chiesa sino alla tremenda strage di via D’Amelio) .
Or è comprensibile come in quegli anni, nell’animo dei Magistrati, albergasse un forte sentimento indirizzato al ripristino della Giustizia e dell’ordine civile; ciò però ha portato all’utilizzo improprio di norme giuridiche che, pur essendo risultate in qualche modo utili allo scopo, non erano state codificate per essere combinate fra loro.
Quindi, se l’utilizzo della figura del concorso esterno ha reso possibile punire tutte quelle condotte dai contorni poco definiti e che servono a sostenere le attività delle associazioni criminose, desta forte perplessità e preoccupazione che sia la giurisprudenza a dover definire i confini di una figura che spetterebbe al Legislatore codificare.
In quest’ottica sono state già introdotte alcune figure sufficientemente tipizzate, per cercare di completare il quadro dei possibili contributi che un soggetto può prestare ad un’associazione criminosa.
A questo punto l’organico delle figure contigue alla criminalità organizzata sembrerebbe completo, potendo annoverare tra queste: il promotore, il costitutore, il partecipe, l’organizzatore, il finanziatore, colui che dà assistenza agli associati, il favoreggiatore e lo scambio elettorale politico-mafioso.
O forse completo non è, in quanto rimangono ai margini tutta una serie di comportamenti di contiguità dai contorni difficilmente definibili che, inquadrate nell’ambito della combinazione tra l’art. 110 c.p. e la norma incriminatrice di parte speciale (art. 416 bis c.p.), porta ad un ampliamento indiscriminato, e perciò stesso pericoloso, dell’area del punibile.
Appare inoltre preoccupante l’applicazione che del concorso esterno si potrebbe fare con riferimento a quei reati associativi politici che hanno come fine il sovvertimento dell’ordine costituito, dove, in virtù della natura “ideologica” di tali fattispecie, appare ancora più sottile e strumentalizzabile il limite alla punibilità.
Pur considerando il pensiero di molti magistrati, e fra questi quelli più impegnati nella lotta alla mafia e al terrorismo, i quali, in situazioni di emergenza sociale, ritengono rischioso affidarsi al primato del Legislatore invece che all’efficacia di uno strumento così duttile come quello del concorso esterno, si deve tuttavia ritenere necessaria l’introduzione di figure tipizzate che impediscano, ad un potere diverso da quello legislativo, di creare fattispecie giuridiche temporanee e troppo deboli per risultare alla fine convincenti.
A riprova di quanto affermato è il fatto che a tutt’oggi non si è ancora giunti ad una definizione di concorso esterno che sia condivisibile da tutti gli operatori del Diritto, poiché né il Legislatore, né la Giurisprudenza hanno aiutato in questo senso.
Nel perdurare della mancanza di determinatezza e tassatività della norma incriminatrice, inoltre, si giunge all’assurdo di non poter fare appello, in situazioni che lo richiederebbero necessario, né alla Corte Costituzionale, né al Parlamento, in quanto la prima non potrebbe dichiarare incostituzionale una norma che non esiste e, per lo stesso motivo, il secondo non potrebbe abrogarla.
Riassumiamo il pensiero.
Il concorso esterno in associazione mafiosa viene creato dalla giurisprudenza di merito (ed incautamente avallato da quella di legittimità) in un momento di grande tensione emotiva: erano appena morti, trucidati da mani assassine e vili, due valorosi magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ed insieme a loro tanti innocenti poliziotti che li scortavano; comprensibile che in quegli anni vi fosse una rabbia enorme e che purtroppo annebbiava le menti.
Ma il concorso esterno in associazione mafiosa rimane un parto della fantasia: è bastato unificare disarmonicamente due norme del codice penale, artt. 110 e 416 bis c.p., per far sì che nascesse una mostruosità giuridica; ma l’interprete delle leggi, il Giudice per antonomasia, può solo applicarle, Egli non può crearle, perché con lo stesso ragionamento qualcuno potrebbe contestare il delitto di tentato omicidio colposo combinando semplicemente l’art. 56 all’art. 589 del codice penale e ciò sarebbe un assurdo.
Le norme, e le disposizioni che da esse si rilevano, possono e devono sì essere combinate tra esse, ma devono sempre rispondere alla logica e al raziocinio; in fondo quel che regola il diritto applicato al caso concreto è l’armonia, come nelle note musicali: la melodia si crea combinando le note, ma l’accordo non può avvenire senza regole, perché se no si rischia non di creare melodie ma stonature, non suoni ma rumori.
Si rifletta: col concorso esterno al cittadino alla fine gli si contesta che cosa?
Di essere stato colluso (genericamente) con dei mafiosi (e ciò spesso avviene sol perché lo hanno dichiarato dei c.d. “pentiti”, ex mafiosi o camorristi, ovvero criminali reo confessi).
Ipotesi evidentemente in cui gli addebiti sono talmente labili, che non consentono alla Pubblica Accusa di avanzare una reale contestazione per un reato specifico (usura, estorsione, corruzione, favoreggiamento, ecc.).
Se io fossi accusato di omicidio da Tizio potrei chiedere l’accertamento del mio alibi oppure portare la prova che Caio non è morto (chi non ricorda il caso Gallo?), ma se sono destinatario di accuse fumogene ed evanescenti, erroneamente valorizzate da alcuni giudici e non da altri, con l’ausilio di teorie fantasmagoriche (leggasi convergenza del molteplice) come faccio a dimostrare la mia innocenza?
Quindi verità innanzi tutto è che non esiste il reato, anzi diciamolo ancora più chiaramente: la legge non prevede il concorso esterno in associazione mafiosa come reato.
Cosa c’è di scandaloso in tutto questo?
Ma la ricordate la storia di un tale chiamato Aldo Braibanti che fu accusato e condannato per il reato di plagio e come finì questa storia?
Finì semplicemente col fatto che la Corte Costituzionale (C. Cost. 8/6/1981 n. 96 che enunciò l’illegittimità costituzionale dell’art. 603 c.p.) ebbe a dichiarare l’illegittimità costituzionale di quel reato e solo così si poté salvare Aldo Braibanti.
Il poveretto accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, più sfortunato certamente di Braibanti, non può invocare neppure l’intervento della Corte Costituzionale, per il semplice fatto che questo reato non si trova nel nostro ordinamento, quindi non si può dichiarare incostituzionale una norma che non c’è.
Neppure il Parlamento può intervenire perché non si può fare una legge per abrogare una norma che non esiste.
Solo chi lo ha creato lo può distruggere: i giudici lo hanno creato e i giudici dovrebbero distruggerlo!

Guardate cosa scriveva la Corte Costituzionale a proposito dell’art. 603 del C.P. (il plagio) e dite se non è riferibile pari pari al concorso esterno in associazione mafiosa:
“L’esame dettagliato delle varie e contrastanti interpretazioni date al … nella dottrina e nella giurisprudenza mostra chiaramente l’imprecisione e l’indeterminatezza della norma, l’impossibilità di attribuire ad essa un contenuto oggettivo, coerente e razionale e pertanto l’assoluta arbitrarietà della sua concreta applicazione. Giustamente essa è stata paragonata ad una mina vagante nel nostro ordinamento, potendo essere applicata a qualsiasi fatto che implichi … mancando qualsiasi sicuro parametro per accertarne l’intensità.

Non è finita:
(la norma) … in quanto contrasta con il principio di tassatività della fattispecie contenuto nella riserva assoluta di legge in materia penale, consacrato nell’art. 25 Cost., deve pertanto ritenersi costituzionalmente illegittimo.

Ragionamento che calza a pennello col reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
In conclusione, nel riconoscere l’importanza e l’utilità che la disciplina del concorso esterno ha rivestito, sollevando il problema della mancanza di una norma specifica con riferimento a tutti quei comportamenti di contiguità alle associazioni criminali, soprattutto nella lotta alla malavita organizzata e al terrorismo, si ritengono ormai maturi i tempi perché questi comportamenti vengano tipizzati dal Legislatore, l’unico organo investito dalla Costituzione del compito di formulare le norme giuridiche, riconducendo così le fattispecie associative ad una maggiore aderenza con i principi di un diritto penale del fatto.
Io credo che il cittadino, se ne parla tanto in questo periodo, è assillato sì dalla domanda di certezza della pena, ma altrettanto importante è definire con certezza il comportamento illecito: il poliziotto, il medico, il prete, il commerciante, chiunque in definitiva rischia in Italia (in Sicilia, Calabria e Campania in particolare) innocente, dicasi innocente, una incriminazione e una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ciò non è giusto!
Roma 30 maggio 2008.
Con ossequi
Avv. Giuseppe Lipera

mercoledì 28 maggio 2008

LA MAGISTRATURA VA FERMATA