La mia carissima sorella Ambra non è più tra noi
Solo oggi riesco a venire qui tra le tue cose, in punta di piedi però, giusto il tempo per un fiore
Ciao sorellina, non ti scorderò mai
Maria
UNITI PER ALLONTANARE UNA SCIAGURA
Egr. On. Denis Verdini
e p.c. ai parlamentari del PDL.
Sono un simpatizzante del PDL, almeno per ora.
Vorrei farLe presente che ho sempre votato nell’area di cdx anche prima della costituzione del nuovo partito, oggi ho delle forti perplessità a continuare a votare il partito di cui Lei è il coordinatore, data la presenza dell’on. Fini ormai orientato verso una sinistra obsoleta e logora che lui chiama farefuturo.
Non passa giorno che lui ed i suoi seguaci, intralcino il lavoro, già di per sé difficile, di questo governo, con dichiarazioni degne di Di Pietro.
Inoltre quella presentazione al 22/23 dicembre della legge sulla cittadinanza breve, in combutta con il PD , è al di fuori di ogni logica e soprattutto contraria al mandato che noi elettori Vi abbiamo conferito.
Sarà mia cura controllare quali deputati del PDL abbiano votato per questa legge, al fine di non votarli mai più.
Oltre a questo ho riscontrato, la mancata difesa di SB, dalla magistratura rossa, da parte del presidente della camera ed anche una certa “tiepidezza” da parte del resto del partito.
La lettera che le sto scrivendo, pur essendo a titolo personale, è condivisa da moltissime mie conoscenze sia reali che di web.
Posso quindi dire, che alle prossime regionali, se troviamo in lista candidati finiani, non esiteremo a votare per altro partito che dia garanzie sull’immigrazione, sulla sicurezza e che contrasti lo strapotere di questa Europa che si sta profilando orwelliana. Un’ Europa che svilisce tutte le nostre tradizioni, che annienta la nostra cultura, che porterà alla fine della Civiltà occidentale. Cerchiamo almeno di salvare l’Italia, non tanto per noi quanto per i nostri figli.
Distinti saluti
P.S
Se avesse del tempo Le consiglio di leggere questi post, con i relativi commenti sono una minima parte di quello che gira sul web di questo tenore. Non sottovaluti la “base” del CDX, non è trinariciuta.
http://sauraplesio.
http://orpheus.
http://laltrasponda
http://mangoditrevi
http://blacknights1
http://gio88-
Gentile Presidente,
di fronte alla lettera che lei ha deciso d’inviare al Pubblico Ministero della Dda di Bari Desirè Digeronimo, un garantista prima rabbrividisce, ma poi non riesce a trattenere un moto d’intima soddisfazione.
Rabbrividisce perché al “proprio giudice” può scrivere George Simenon, in forma letteraria. Può rivolgersi Paolo Cirino Pomicino, quando credendosi prossimo alla fine convocò Di Pietro al proprio capezzale, in forma intima. Non può indirizzarsi un politico in servizio permanente effettivo e nel pieno delle proprie funzioni che abbia la minima cognizione della divisione dei poteri e di cosa essa comporti.
Tale divisione impedisce infatti un approccio pubblico diretto. Ciò non significa che ogni decisione della magistratura debba essere accettata con rassegnazione. La si può criticare e persino smontare. Ma quel che non è consentito neppure ai puri, signor Presidente, è ammiccare, oscuramente insinuare, alludere. Se sa qualcosa parli, in modo che l’opinione pubblica possa giudicare sulla base di fatti. Ma, la prego, non faccia riferimento a “reti di amici e parenti” o a magistrati “rei” di aver preso parte a delle feste, dicendo e non dicendo. Questo linguaggio, le assicuro, non si addice ai puri e nemmeno ai politici, soprattutto se gravati da responsabilità istituzionali. E, infine, non si stracci le vesti se l'acquisizione degli atti possa riguardare anche la gestazione di alcune leggi presso la sua giunta. Quelle leggi, infatti, vanno rispettate in quanto tali e nessun magistrato può minarne la validità (come è bello vedervi riscoprire il primato della politica e temere di fronte al rischio che l’attività giudiziaria ne invada il campo!). Ma scoprire se il legislatore abbia agito in coscienza e spinto da legittimo interesse, ovvero sia stato motivato da pressioni illecite, questo – sia consentito dirlo a uno assai meno puro di lei - può e deve essere compito del magistrato, soprattutto se l’ipotesi è suffragata da indizi.
E’ l’ultima parte della sua lettera, però, che dalla disapprovazione porta il garantista ad assaporare uno stato di intima soddisfazione. E' quando parla degli effetti della “incredibile e permanente spettacolarizzazione dell’inchiesta”. E’ quando, al quarto punto, si riferisce a quel circolo mediatico giudiziario per il quale il risultato degli accertamenti perde di significato, in quanto il vero effetto politico, di condanna, lo si riceve dalla spettacolarizzazione delle indagini compiuta dai mass media indipendentemente dalla propria posizione, dall’esito dell'eventuale processo, dal giudizio finale.
Vorrei assicurarle, signor Presidente, che questa sorte negli ultimi quindici anni non è toccata solo a Lei. Vi sono decine e decine di uomini politici che hanno affrontato il disonore, l’ingiustizia e a volte il carcere, per poi vedersi assolti da ogni colpa. Quando nei confronti del suo avversario e predecessore, l’onorevole Raffaele Fitto, sono emersi chiaramente i tratti del fumus persecutionis, egli ha protestato, si è difeso a viso aperto ricevendo l'applauso bipartisan del Parlamento, ha scontato - nel migliore dei casi - anche il suo assordante silenzio, signor presidente. Ma non per questo ha mostrato la presunzione fatale che lei oggi ostenta.
Perché questo è il vero punto in questione. Da quel che lei denuncia - legittimamente dal suo punto di vista - non ci si difende dividendo il mondo in buoni o cattivi, insultando Totò Cuffaro o auto-attribuendosi patenti di purezza. E’ questa cultura che anche lei ha alimentato che ora le si rivolta contro. Perché la tutela che lei invoca per sé deve valere per tutti, fino a quando una verità giudiziaria (e anche in quanto tale comunque imperfetta) non venga accertata.
Lei cita a dimostrazione della diversità della sua posizione il fatto di non essere indagato. Non è un elemento decisivo. Dovrebbe saperlo meglio di me: in una imputazione può incorrere qualsiasi politico che si trovi a gestire la cosa pubblica, e che non per questo deve essere crocifisso e passare dal banco degli accusati a quello dei colpevoli. Vede, signor Presidente, sarebbe stato più nobile e puro, anche se assai più difficile, se quelle garanzie che invoca per sé le avesse richieste per il suo ex assessore Alberto Tedesco, che Lei prima ha politicamente difeso, sbagliando, e gridando al “sabotaggio” di fronte alle critiche dell’opposizione, e di cui poi si è sbarazzato alle prime avvisaglie giudiziarie, scaricando indebitamente sulla presunta “questione morale” un fallimento politico che è anche suo.
Ne può stare certo: io, così come tutti i garantisti del centrodestra, è sempre su questo piano politico che continuerò ad attaccarla. Ma lei, se vorrà sortire qualche effetto, piuttosto che scrivere indebitamente al pm Digeronimo, racconti la sua storia alle orde dei suoi colleghi giustizialisti. Quelli che ogni giorno, dall'alto di una presunta purezza, gettano discredito sui loro avversari politici in quantità, le assicuro, ben maggiori di quelle che lei ha ricevuto addosso. Perché solo se un po’ di cultura garantista entrerà nel dna delle nostre istituzioni e nelle ragioni di condivisa legittimità della nostra vita pubblica, vi potrà essere salvezza per i puri, per i presunti puri e anche per i meno puri, che non per questo meritano la gogna.
Come eran belli i tempi della scuola. Quando si andava in ferie mentre la primavera lasciava il posto all’estate e prima di inizio settembre prof e responsabilità diventavano solo un lontano ricordo. Alzi la mano chi, raggiunta la maggior età, non lo ha pensato almeno per una volta. Salvo poi immalinconirsi all’inevitabile riflessione che quei tempi non sarebbero più tornati.
Per molti, ma non per tutti. O almeno non per i magistrati, quelli che in un recente libro, il giornalista dell’Espresso, Stefano Livadiotti, definisce “l’ultracasta”.
I nostri giudici, infatti, dopo aver studiato giurisprudenza e superato l’esame di ammissione, si riscoprono di colpo “bambini”. E non ci sono crisi economiche o lungaggini processuali che tengano, loro si pappano ben 51 giorni di ferie all’anno. Quasi due mesi. Come tornare adolescenti.
Tanti, troppi, verrebbe da dire. Viste anche le croniche inefficienze del funzionamento della giustizia in Italia. Ma quelli dell’ultracasta non sentono ragioni e rilanciano i ricordi nostalgici degli anni passati, quando, fino al ’79, i giorni di vacanza raggiungevano addirittura quota sessanta.
Oggi, invece, tocca “rimboccarsi le maniche” perché le porte dei tribunali si chiudono il primo agosto e il 15 di settembre già riaprono. E anche se a questi 45 giorni ne vanno aggiunti altri 6 di festività soppresse, gli stakanovisti del Palazzo di Giustizia non sono del tutto soddisfatti. E replicano piccati agli amanti dei confronti internazionali, quelli che guardano con ammirazione ai 30 giorni di ferie delle toghe spagnole e tedesche e al lavoro ininterrotto dei colleghi d’Inghilterra che si fermano per un periodo inferiore in quattro spezzoni diversi dell’anno. Per l’ultacasta non sono raffronti da fare.
E allora viene da chiedersi: ma quanto lavorano davvero i nostri giudici? Se alle ferie si aggiungo le domeniche e le diverse festività, il calcolo complessivo arriva a una media di 1560 ore di lavoro l’anno. Lo dice una delibera del Csm (l’organo di autogoverno della magistratura) citata nel suo libro dallo stesso giornalista dell’Espresso.
In altre parole: se sottraiamo ai 365 giorni le 52 delle domeniche, le ferie e le festività varie, i nostri magistrati restano in ufficio circa quattro ore al giorno.
Un “bel lavorare”. Anche perché, è quasi impossibile controllare l’effettiva presenza delle toghe nel Palazzo di competenza. Da qui la provocazione del ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta. «Ma perché non installiamo i tornelli anche all’ingresso dei tribunali?», aveva proposto mister antifannulloni. Niente da fare. Il progetto è stato subito rispedito al mittente. “Vuol dire non aver idea del nostro lavoro. Noi non conosciamo fine settimana e spesso ci portiamo il lavoro a casa”, questo il senso della piccata replica delle toghe di casa nostra.
Sarà anche vero. Ma i numeri, quelli messi in fila dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, raccontano un’altra realtà. Quella di una produttività ai minimi storici.
Le toghe del Belpaese, infatti, chiudevano 654 fascicoli all’anno nel 2001 contro i 533 del 2006. Complessivamente, l’arretrato civile è di 5 milioni 425 mila fascicoli, quello penale di 3 milioni 262 mila.
E così va a finire che un processo civile si protragga in media per poco meno di tre anni nel primo grado e per cinquanta mesi nel giudizio di appello.
E nel penale? I tempi si riducono a 426 giorni per la prima sentenza e due anni per l’appello. Quanto basta per dire che (forse) anche i giudici di casa nostra potrebbero riconsiderare l’idea di rientrare negli standard europei, almeno quelli spagnoli e tedeschi, e decurtarsi le ferie di un paio di settimane. Senza contare che una riapertura dei tribunali anticipata al primo settembre avrebbe la funzione, non secondaria, di rafforzare il rapporto non proprio idilliaco tra i cittadini e chi li deve giudicare.
Uno stato di insofferenza, ormai ai massimi storici, soprattutto per chi dovesse confrontare il proprio monte ferie con il mese corto dei 24 componenti del Csm (16 togati e 8 laici). Secondo i calcoli dello stesso Livadiotti, infatti, gli uomini predisposti all’autogoverno della magistratura lavorano ogni anno 144 giorni su 365. Neanche uno su due. Perché a Palazzo dei Marescialli si ”fatica” solo tre settimane su quattro, che al netto dei week end, del venerdì riservato alla sezione disciplinare e delle varie “agevolazioni” fa appunto il miracoloso numero di 144.
Troppo facile per Renato Brunetta accaparrarsi il consenso della stragrande maggioranza degli italiani. Dopo i tornelli, infatti, il ministro ha spostato l’obiettivo sulla trasparenza e sta studiando l’estensione anche ai giudici e ai professori dell’obbligo di pubblicazione in rete di curriculum, tassi di assenza e stipendi. Dati, a oggi, quasi inaccessibili e soggetti a diverse interpretazioni.
Quel che è certo è che “gli ingaggi” dei professionisti della giustizia sono in costante aumento. Nel 2003, infatti, i 9.043 giudici e pm costavano allo Stato circa 842 milioni. Tre anni dopo, il numero era sceso a 9.019, con un monte stipendi lievitato però a 978 milioni. Più 16 per cento.
Ma vale la pena controllare anche un’altra fonte. Quella della Corte dei Conti. Secondo la magistratura contabile dello Stato, lo stipendio medio pro capite di un giudice è passato dai 97 mila euro annui del 2003 ai 107 mila del 2005. Con un trend visto in risalita anche per gli anni a seguire.
Come a dire: cari colleghi, non vi preoccupate, qui ce n’è in abbondanza per godersi fino a fine settembre le tanto agognate vacanze.
Invitato da un blogger a fare un commento sul seguente passo del Leopardi:
«.....Bisogna distinguere tra il fine della natura generale e quella della umana, il fine dell’esistenza universale e quello della esistenza umana, o per meglio dire, il fine naturale dell’uomo e quello della sua esistenza. Il fine naturale dell’uomo e di ogni vivente, in ogni momento della sua esistenza sentita, non è né può essere altro che la felicità, e quindi il piacere suo proprio; e questo è anche il fine unico del vivente, in quanto a tutta la somma della sua vita, azione, pensiero. Ma il fine della sua esistenza, o vogliamo dire il fine della natura nel dargliela e nel modificargliela, come anche nel modificare l’esistenza degli altri enti, e insomma il fine dell’esistenza generale, e di quell’ordine e modo di essere che hanno le cose e per se, e nel loro rapporto alle altre, non è certamente in niun modo la felicità né il piacere dei viventi, […] perché questa felicità è impossibile […]. Dunque la natura, la esistenza non ha in niun modo per fine il piacere né la felicità degli animali; piuttosto al contrario» [Z 4127-4129, 1825].
Ho voluto fare un commento un po’ fuori dagli schemi…. Provate a leggere il Leopardi con il sottofondo della pastorale di Beethoven e fate attenzione ai suoi movimenti , soprattutto agli ultimi tre. La sesta sinfonia è un inno alla natura, dalla gioia del festoso incontro dei contadini, alla paura del temporale e, dopo la tempesta , come ringraziamento, il canto pastorale. Un’immagine ideale della natura, tradotta in sensazioni ed integrata dalla presenza dell’uomo, in una splendida miscellanea di suoni e colori. I contadini,interrompendo le danze, conosceranno la natura come forza funesta ,il temporale,mentre nel canto pastorale s’instaura un’armonia arcadica tra l’uomo e la natura stessa.E’ l’antica dicotomia tra vita e morte, tra gioia e dolore , per Beethoven è trionfante la gioia ,in Leopardi lo è il dolore.
In una discussione,su un blog,sono stato invitato a precisare la mia posizione di agnostico su questo tema .
“Soggetto: i testi sacri (Bibbia, Vangeli, cabbala, brahmasutra, Libri del Tao, ecc”
Affermazione 1: sono l’espressione di un spirito creatore che si rivela agli uomini.
Affermazione 2: sono frutto di visionarieta’ e contraffazione umana.
La posizione agnostica cosa risponde? Forse che si forse che no?
Avevo due strade per rispondere a queste domande ,una prettamente filosofica, prendendo in esame tutte le prove dell’esistenza o della non esistenza di Dio, della veridicità o non veridicità dei testi sacri, ma avrei scritto una brutta ed inconcludente copia della storia della filosofia e quindi nihil novi sub solis. L’altra ,facendo storcere il naso a molti, soggettiva e vagamente letteraria.
Correrò questo rischio di far storcere il naso a molti.
Partendo dalla domanda che ho fatto a me stesso: perché sono agnostico?
Perché a differenza dei credenti, che credono nel credere e degli atei che credono nel non credere,io non so se credere?
Perché scalando la montagna della vita, l’ateo ha fede che in cima ci sia l’annichilimento della sua materia con la materia universale, il credente ha fede che ci sia il ricongiungimento con il Creatore ed io,invece, non so cosa ci sia?
Ai testi citati nella domanda possiamo aggiungere, corano, l’avesta, I Ching,in tempi più recenti anche il libro di mormon e molti altri.
Che tutta questa messe di libri siano stati scritti in seguito a “rivelazioni” di uno Spirito Superiore ,cioè di un Dio e non solo, ma di un unico Dio, in tempi e luoghi diversi mi sembra che rendano poco probabile l’asserzione di “rivelazione”.
Non credo che, questi libri, possano essere ammessi come prova dell’esistenza di Dio e nello stesso tempo non possiamo liquidarli come fantasticherie. Molti anni fa lessi un libro “La Bibbia aveva ragione”di Werner Keller, in esso venivano descritti alcuni episodi biblici, uno su tutti, il diluvio universale, che, solo dopo accurati studi archeologi e geologici, è stato possibile considerarli come realmente accaduti
Indubbiamente in tutti questi libri c’è scritta la storia dei primordi della civiltà, realtà, timori, usanze e credenze. Una volta ebbi una discussione, piuttosto accesa, con un blogger , decisamente ateo , sosteneva, infatti, che la Bibbia era un cumulo di fandonie citandomi la Genesi paragonata alla teoria del big bang. Gli risposi,fra l’altro, se,nella Genesi, avesse voluto trovarci anche le equazioni di campo di Einstein e la teoria dei quanti. Sono libri che occorre sapere interpretare, riportandoli al tempo in cui furono scritti e alla scarsa cultura delle popolazioni a cui erano indirizzati.
Capisco che la posizione degli atei sia difficile da sostenere, come diceva B.Russel, chiedetemi di dimostrare che non esistono gli dei dell’Olimpo e probabilmente non sarò in grado di farlo, ma tutte le posizioni dogmatiche sono antiscientifiche, antifilosofiche e antistoriche.
Fin dalla preistoria, l’uomo, che ha ben presente il concetto di forza e di potenza,gli servono,infatti, per sopravvivere, tende a considerare tutti gli accadimenti, non riconducibili alla sua volontà, come espressione di una “potenza”e di una “forza” superiori, spesso individuate nella Natura. La nascita, la morte, il concetto di vita stesso sono al di fuori della sua comprensione intellettuale.
Quale miglior soluzione del problema esistenziale attribuire “tutto” ad una o a più divinità? Onnipotenza, onniscienza,onnipresenza e immortalità, questi gli attributi divini, ma non riscontriamo, in essi, essere le carenze dell’uomo? Impossibilitato ad essere onnipotente, onnisciente e onnipresente ,cosa rimane, all’uomo, se non sperare e credere nell’immortalità, magari solo di una parte di sé? Trascendere la materia per andare ad identificarsi con lo Spirito creatore, quale fine ultimo della vita e per dare un senso di sicurezza alla precarietà dell’esistenza.
Ecco Shamash in Babilonia, Utu in sumerico, Shamas in accadico, Jahvé in ebraico, Brahman degli induisti ed è tutto un fiorire di divinità.
Chissà cosa avrebbe risposto Akhenathon, se qualcuno gli avesse detto, che il suo potentissimo dio Aton Ra, non è altro che un’ insignificante stella nana, ai margini di un’ insignificante galassia, immerso in un universo di miliardi di galassie? Per di più nato 4 miliardi di anni fa e la sua morte è prevista fra altri 5/6 miliardi di anni? Che il suo splendido sole, dopo aver esaurito il combustibile esploderà e dopo aver distrutto i pianeti, terra inclusa, spegnendosi e contraendosi lentamente, vagherà nello spazio come un relitto stellare?
Probabilmente nessuno si accorgerà della scomparsa del sole e della terra e tanto meno l’avvenimento avrà una qualche influenza sull’universo.
Fallace il dio Aton Ra fallaci tutti gli dei? Per gli atei certamente si.
Non è certo il dio Aton Ra, che può scalfire le tesi degli spiritualisti, esiste un altro approccio, non materialistico, all’esistenza di Dio. La percezione in sé dello spirito divino, la folgorazione di Saul sulla via di Damasco e, per dirla con le parole di Don Giussani,
“Cristo arriva proprio qui, al mio atteggiamento di uomo,di uno cioè che aspetta qualcosa perchè si sente tutto mancante;
si è messo insieme a me, si è proposto al mio bisogno originale.“
La percezione in sé, ammessa la buona fede, è estremamente soggettiva e in quanto tale, difficilmente confutabile.
Il “mio” agnosticismo.
L’approccio materialistico e l’approccio, attraverso i testi sacri, all’esistenza di Dio anche se confortato dal consentium gentium è insoddisfacente, altrettanto opinabili tutte le dimostrazioni in un senso o nell’altro di filosofi o di teorie filosofiche, perché prive di prove definitive, ancorché alcune siano sfavillanti per logica e dialettica.
Ad esempio
Spinoza
“Per substantiam intelligo id, quod in se est, et per se concipitur: hoc est id, cuius conceptus non indiget conceptu alterius rei, a quo formari debeat.
Per Deum intelligo ens absolute infinitum, hoc est, substantiam constantem infinitis attributis, quorum unumquodque aeternam, et infinitam essentiam exprimit.” (Ethica, I, 1, 3 e 6)
Plotino
“àphele panta”
Tutto dall’Uno procede, e all’Uno l’uomo, essere intelligente che partecipa del Nous, desidera in qualche modo tornare.
Nietzsche
Davanti a dio! Ora però è morto questo dio! O uomini superiori, questo dio fu il vostro maggior pericolo! Da quando giace nella tomba,voi siete risorti. Soltanto adesso verrà il grande meriggio, soltanto adesso l’uomo superiore diventa signore!”(Cosi parlò Zarathustra)
Non ho alcuna percezione in “me”, non sono stato folgorato sulla via di casa, né dalle pur apprezzabili parole di don Giussani.
Non è pensabile un’ argomentazione alla Blaise Pascal ,la mia dignità di “Io pensante”non può accettare di scommettere su un simile argomento.Spesso gli agnostici vengono accusati di essere indifferenti al problema della fede di non avere alcun interesse spirituale o religioso oppure “L’unico agnosticismo e’ fuori dell’azione di intelletto, e’ una posizione inattiva”,ed anche accusati, dagli atei, di essere il grimaldello degli spiritualisti.E’ vero esattamente il contrario,il vero agnosticismo è epistemologico, non può trascurare alcuna fonte, sia essa spirituale che materialista, tutt’ al più si può paragonare al dubbio metodologico nella filosofia.
L’azione dell’intelletto, dell’Io pensante, è cosciente e in divenire, è una lotta bifronte, un’attività frenetica, una disanima continua se “l’essere è o non è”,se il mio Io,come “Ente” sia entangled con l’essere o sia libero di navigare nello spaziotempo.Per questo non concordo con gli ultimi versi di una delle più belle poesie che siano state scritte:
“…Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare.” . Non mi piace l’acquiescenza e non mi piace naufragare: la ricerca continua.
Il nulla dal quale proveniamo è il nulla nel quale ritorneremo, la vita è un’ eccezione la morte la regola.
Dal nichilismo la via d’uscita è solo temporanea. Un momento di non pensiero, un momento di irrazionalità come lo sono gli affetti, l’amore, la sessualità, anche se la riproduzione rientra nel ciclo vita-morte e quindi nel divenire.
Freud e Schopenhauer dicono: proviamo desiderio sessuale perché dobbiamo riprodurci, dobbiamo riprodurci perché siamo mortali e temporanei.
Nichilismo, come dicotomia essere non essere e, quindi,anche il divenire, si presenta come verità ineluttabile,ma è solo da attribuirsi a una carenza intellettiva del pensiero dell’uomo, una limitatezza del pensiero,un ridimensionamento dell’Io cartesiano.
Rimangono spazi infiniti in cui “il pensier mio si annega “, e si arriva finanche al “naufragar m’è dolce in questo mare.” Una sorta di compiacimento della malinconia che ci accompagna.
A mio giudizio, Leopardi interpreta meglio di Schopenhauer e di tutti i filosofi esistenzialisti, il nichilismo: io il nulla in un infinito in cui mi perdo.
Perché la tristezza accompagna l’uomo? Steiner dice: “L’infinità del pensiero è anche un’infinità incompleta”. Il pensiero è capace di formulare le cosiddette “domande ultime”: “Come è nato l’universo? Le nostre vite hanno uno scopo? Esiste Dio?” Il pensiero dell’uomo non è in grado di dare le risposte, da qui la malinconia.
Persino il Cristo, dimostra tutta la sua dimensione umana, non raziocinante, quando rivolto agli apostoli disse:“l’anima mia è triste sino a morirne: restate qui e vegliate con me”“Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice;però,non si faccia come voglio io, ma come vuoi tu”(Matteo 26,38-40)
La tristezza che Dio permette che ti assalga è come il nulla che voleva ghermire Gesù nell’orto dei getsemani sul monte degli Ulivi.
Il mio pensiero è in altra dimensione aldilà del bene e del male, al i fuoi dello spazio e del tempo.
Il mio pensiero è illimitato e soprattutto libero. Libero di abbracciare il microcosmo come il macrocosmo, non c’è spazio per la persistenza della malinconia, essa è un momento transitorio, un momento di rilassamento del cogito, ma non è il nulla.
Gli assertori del nichilismo affermano che il pensiero raziocinante abbia dei limiti, non sono affatto d’accordo, esso non ha limiti, se non quelli che gli danno gli atei e, per un altro verso, i credenti.
L’amletico “essere non essere”, non è un passaggio dall’essere al nulla, ma semplicemente una metamorfosi dell’essere: un passaggio da uno stato esistenziale ad un altro stato esistenziale. Si esclude così il relativismo del pensiero debole e l’immutabilità del pensiero forte.
Non credo al pensiero debole, come non credo al pensiero forte, credo nel pensiero “alto”, nel pensiero al di sopra del nichilismo e del dogmatismo, nulla è precluso: è solo questione di tempo.
L'altra faccia di Sarcastycon.