Sono anni e anni che penso a come veder rivivere le terre incolte, abbandonate dai nostri giovani perché non fruttavano uno stipendio, i redditi sono magrissimi per gli agricoltori, ma, non dovendo pagare salari, da mangiare ne dà la terra.
E allora perché non prendere due piccioni con una fava ? Così ho pensato che :
...non sarebbe utopistico pensare di poter creare luoghi particolari di carcerazione, in cui inserire una comunità che sia il più possibile autonoma e che tenda, oltre a far scontare per intero la pena comminata, alla rieducazione dei condannati.
Per quanto piccola l'Italia dispone di terreni abbandonati, non più coltivati e divenuti infruttiferi.
Non sono estensioni enormi, come potremmo trovare in America, ma sufficienti a dar ricovero ed a sfamare comunità sufficientemente numerose. Lo si era fatto sulle isole, poi smantellate non si sa perché, lo si potrà fare anche sul Continente.
Isole carcerarie appunto, difese da tre reti alte almeno sei metri, di cui, quella centrale, elettrificata con corrente ad alta tensione, onde scoraggiare sia la fuga che l'ingresso per chiunque non addetto.
COME STRUTTURARE IL SITO.
Una volta individuato il sito dovrebbe venire strutturato come un villaggio di casette prefabbricate atte ad accogliere ciascuna un 0 più detenuti, monolocali con servizi, il minimo indispensabile per una vita igienica, poi piccoli fabbricati adibiti a -ambulatorio di pronto soccorso, -sala di ritrovo, -piccola biblioteca e quat'altro fa parte della normale dotazione di un carcere.
COME FORMARE LA COMUNITA'.
Una volta stilata un'angrafe di tutti i condannati dai 20 anni in su, si dovrebbero reperire i soggetti che, per le loro peculiarità e tendenze, sarebbero utili a comporre una comunità che, come nella società civile, potesse sopperire ai vari bisogni per la sopravvivenza : un medico, un infermiere, un contabile.....e braccia da lavoro per la terra e piccoli lavori di manutenzione dell'habitat.
Per la formazione dei gruppi sarebbe utile che i detenuti potessero aderire volontariamente al progetto.
IN PRATICA.
Per il primo anno la comunità dovrebbe essere rifornita dell'occorrente per il sostentamento, nonché di una quantità di attrezzi e sementi atte a produrre il fabbisogno per l'anno successivo, inoltre di alcuni animali per la produzione di latte, uova e, di seguito, carne.
Dal primo raccolto in poi si dovrà raggiungere la piena autarchia. Se poi la produzione fosse in esubero, niente vieterebbe che il di più si potesse vendere e il ricavato venisse suddiviso equamente fra tutti i lavoratori.
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