giovedì 19 febbraio 2009

DIAMOCI UNA MOSSA

Englaro:"Ddl fine vita è barbarie"
Padre Eluana contro legge in Parlamento

Per Beppino Englaro, la legge sul testamento biologico che il Parlamento si appresta ad approvare "è una vera e propria barbarie. Una legge assurda e incostituzionale contro la quale è assolutamente necessario che i cittadini facciano sentire la propria voce e scendano in piazza a manifestare". Con queste parole, il padre di Eluana aderisce alla manifestazione "Sì alla vita, no alla tortura di Stato", prevista a Roma sabato prossimo.

DA ALBERT

Povero, patetico, triste e sconsolato Braccobaldoguelfi.

E' una crisi devastante per tutto il tuo sistema digestivo e gastrico, anzi, direi per il sistema digestivo gastrico di ogni comunista vecchia e nuova maniera come te, e come di tutte le sigle che nel corso degli ultimi anni hanno fatto da coperta corta alla povera idea della grande illusione inventata dai filosofi sognatori dell'800, creare l'illusione del paradiso in terra.

Ed ora ti dibatti in preda a crisi convulsive, l'ultima sempre peggiore della precedente.

"Non ce l'ho fatta" - ha detto il povero Valter, poi Walter, poi Uolter, poi er Kennedy, poi "I care", poi Obama, con la stessa identica genesi delle sigle del partito, nella disperata ed ossessiva ricerca di trovare un paio di mutande sigillanti che potessero coprire delle pudenda sempre più vergognose.

"non ce l'ho fatta", povero e disperato, a costruire il sogno che avevo.

"I had a dream", è ormai la conclusione del povero sognatore dagli occhi spiritati, degno emulo di Groucho Marx, che neanche Karl Marx val più la pena di tirare in ballo.

"Credevo fosse amore, e invece era un calesse", dice il povero Uolter, che da opportunista par suo, ieri non riusciva a nascondere che gli scappava da ridere, mentre confermava il suo ritiro.

Tanto io c'ho già un par de pensioni, e me le vado a godere. Andate avanti voi, adesso, che a me scappa da ridere.

E tu, povero Bracchetto, non riesci più a nascondere i rutti che ti salgono da uno stomaco sempre più disastrato per i pastrocchi che devi digerire in nome del sol dell'avvenire. Come quella macchietta di comico da avanspettacolo di periferia, ti metti davanti al piatto pieno di feci ed eserciti l'arte sopraffina della coprofagia, ti nutri delle deiezioni dei capi, perchè è così che fate da quando il barbudo, nell'800, se ne venne fuori con il suo "I have a dream", ho inventato una filosofia grazie alla quale saremo tutti eguali, tutti affamati, tutti sfruttati, ma avrete la soddisfazione di sapere che nessuno avrà di più dell'altro, tutti la stessa misera vita, e che sopra di voi ci sarà sempre un segretario del glorioso partito che non sbagliarà mai nelle sue scelte, e che tanto, se sbagliarà, poi basterà semplicemente cambiarlo, o cambiare la sigla, tanto il popolo scemo che agiterà la bandiera rossa in piazza ci sarà sempre, a cuocere le salamelle alle feste dell'unità e a cantare l'inno glorioso "bandiera rossa la trionferà, sui cessi pubblici della città".

Povero, patetico, tristissimo Gianniguelfi. Stai giungendo alla fine della corsa del tuo scassatissimo treno, senti che cigolii dapertutto, le rotaie non sono neppure più parallele, vanno dove pare a loro, le ruote ormai grippano, e la stazione finale e vicina, e al di la......................., la visione di un infinito deserto dei tartari.

Fine della corsa, compagni !! quello che sta sorgendo è il sol dell'avvenire........, ma compagni...., ma vedete quel che vedo io ???.....quel sole glorioso......., è disegnato sui dei cartoni da imballaggio marciti.


Compagni, ho come l'impressione che è dal 1917 che ci stanno sodomizzando tutti........

E Walter sta uscendo dalla porta di servizio, perchè si mette una mano sulla bocca ??, ostrega!!, ma mi pare che gli scappi da ridere.

Ma non c'è problema !!! contrordine compagni, non siamo più PCI, non più PDS, non più DS, non più PD...... Evviva, torniamo al glorioso PCI. Garriscano le rosse bandiere, ora siamo di nuovo PCI, Partito Coglionista Italiano.

E per la digestione difficile???? rimedio della nonna, un cucchiaino di bicarbonato sciolto in un bicchiere di bile.

E, Gianniguelfi, non ruttare forte dopo, sarebbe sconvenientemente maleducato.....

domenica 15 febbraio 2009

TESTAMENTO BIOLOGICO (dal Legno click)


Marcel Proust, Le Côté de Guermantes Klimt, Vita e Morte, 1916

La Morte disse alla Vita

di dire ai vivi

che loro sono siamesi

e che nessun chirurgo

potrà dividerle mai

perché Vita con Morte

divide ogni respiro.

sabato 14 febbraio 2009

Testamento Biologico: ci avevate pensato?

Tizio fa il suo testamento biologico: "se rimango paralizzato, uccidetemi".
Caio vuole la morte di Tizio, lo aggredisce e lo paralizza.
Cosa fara' adesso Tizio: si fara' uccidere, o accettera' di vivere contro le proprie convinzioni per non dare soddisfazione a Caio?
E cosa fara' la Magistratura: incriminera' Caio per omicidio o per sole lesioni?

Pensateci su.

giovedì 5 febbraio 2009

EMERGENZA GIUSTIZIA


Dalla giustizia delle emergenze all'emergenza giustizia
Scritto da Mauro Mellini
giovedì 05 febbraio 2009

Oramai nessuno osa più mettere in dubbio che siamo di fronte all’”emergenza giustizia”. Meglio tardi che mai. Più di vent’anni fa, un quarto di secolo, dicevo, scrivevo e titolavo articoli e capitoli di libri: “dalla giustizia delle emergenze all’emergenza giustizia”.

Se lo ricordo non è certo per vanità, per rivendicare un diritto di primogenitura, del resto senza appannaggi e diritti di maggiorasco. Lo ricordo perché, senza capire come si è arrivati a questa “emergenza”, quanto essa sia vecchia e quanto lungo il cammino per approdarvi e, soprattutto, senza rendersi conto delle cause vere di una crisi tanto grave e profonda, non vi sia rimedia, non si va, con tutti i buoni propositi di riforme, da nessuna parte.
Si parla, dunque, di emergenza giustizia. Basta leggere i titoli delle cronache delle inaugurazioni dell’anno giudiziario. Ma, si evita di ricordare che essa è figlia della giustizia delle varie emergenze (terrorismo, mafia, corruzione, etc. etc.). Del resto ammettere che quello della giustizia è un grosso, grossissimo problema politico solo in quanto è divenuto “un’emergenza”, vuol dire non discostarsi da quella traccia.
Ma, intendiamoci, è fuori discussione che la giustizia, così come è concepita, strutturata, praticata, strumentalizzata, è una autentica emergenza.
La preoccupazione per la mancanza di ogni riferimento, nel dibattito politico, alle cause di questa sciagurata situazione non è, ovviamente, d’ordine formale e, magari, storiografico. Ignorare le cause, il perché si sia giunti a tanto, significa ignorare la natura del malanno e pretendere di porvi tuttavia rimedio è, a dir poco, azzardato.
Non è questa la sede per ripetere per l’ennesima volta anche solo alcuni dei principali argomenti sull’origine di questa emergenza giustizia. Si può persino mettere da parte, qui ed ora, il dato rappresentato dall’ancora recente (e non del tutto abbandonata) scelta golpista di una parte consistente (e non contrastata) della magistratura. Ma se vogliamo parlare di emergenza giustizia e parlarne per poterne uscire, non possiamo permetterci, ad esempio, di continuare, ad ipotizzare una giustizia a “doppio binario”. Uno, cioè, ordinario, garantista, del giudizio fondato sull’accertata verità al di là di ogni ragionevole dubbio e sulla certezza del diritto e l’altro nello “straordinario”, per l’emergenza criminalità organizzata, mafia, camorra, tendente all’”esemplarità”, alla sommarietà, più che rapida, sbrigativa.
Di una soluzione della crisi, con l’approdo ad una giustizia a “doppio binario” (che non sarebbe una soluzione) sentiamo parlare ogni volta che si fa cenno, ad esempio, al regime delle intercettazioni: limiti alle “intercettazioni selvagge”, ma non per i reati di mafia. E così via.
Una giustizia, dunque, in cui resterebbero sempre maxiprocessi, carcerazioni preventive facili e di anni, intercettazioni “a tappeto”, inchieste alla ricerca di ipotesi di reato su cui indagare, pentiti con trattamenti “premiali” le cui dichiarazioni siamo “verità privilegiate”, etc. etc. Ma, “limitatamente ai reati di mafia”.
Già, ma poi c’è la droga che non merita meno significative “esclusioni”. E la pedofilia, la corruzione, etc. etc. Ma non c’è bisogna neppure di ipotizzare queste “aggiunte” alle “giustizie speciali”. Basta ricordare la famosa legge del bimetallismo monetario: “La moneta cattiva caccia quella buona”. La giustizia “cattiva”, sommaria, “esemplarista”, pentitistica etc. etc. tende naturalmente ad espandersi, perché quella “buona” tende a modellarsi ad essa.
La giustizia, il cui stato è lamentato da Alfano e da Berlusconi, ma anche da Violante (!!!) e da Borrelli, da Veltroni (ed un giorno o l’altro anche da Di Pietro), è una giustizia che giorno dopo giorno è andata adeguandosi a quella delle “lotte” antimafia, antiterrorismo etc. E che, riformata, ma con le “debite eccezioni” tornerà ad adeguarsi (o peggio), alle “eccezioni”, quanto più queste appaiano “naturali” e, magari, marginali.
I riformatori debbono sapere guardare avanti. E lontano. Ma se ignorano e vogliono ignorare quel che si lasciano dietro, difficilmente sapranno da che parte dover andare.
Non è dunque vanità ricordare quello che abbiamo potuto vedere e quindi dire ed affermare per decenni. In fondo varrà almeno un po’ di più di quello che hanno da dire quelli che non hanno visto, non hanno compreso o hanno dimenticato. Che sono molti e molto continuano a dire e sbraitare.

da: www.giustiziagiusta.info

venerdì 23 gennaio 2009

NON SOLO BATTISTI. IL CASO DI ADRIANO SOFRI

In questi giorni ha fatto scandalo la notizia del pluri-omicida terrorista comunista Cesare Battisti, il quale, dopo aver trascorso lunghi anni in Francia senza neppure aver bisogno di nascondersi, protetto dalle leggi francesi, è infine fuggito in Brasile ed ivi ha trovato un altro ospitale asilo. In verità, i terroristi rossi sono sfuggiti molto spesso ad una vera giustizia anche qui in Italia.Nel periodo fra il 1968 ed il 1989 circa in Italia si è avuta una vera e propria guerra civile strisciante mossa dalla sinistra comunista contro il resto della società e lo Stato, al fine d’imporre anche nella nostra Patria una dittatura totalitaria d’impronta marxista.I terroristi hanno ucciso politici, magistrati, carabinieri, poliziotti, giornalisti, imprenditori ecc. colpevoli d’opporsi alle loro ambizioni dittatoriali, e ne hanno feriti o terrorizzati moltissimi altri.Per molti anni gli atti di violenza, più o meno gravi, compiuti dai terroristi rossi furono praticamente quotidiani, andando dalle stragi, agli omicidi, ai ferimenti, alle aggressioni, alle manifestazioni di piazza con attacchi alle forze dell’ordine, alle violenze endemiche contro militanti di destra, alle devastazioni di locali pubblici, alle rapine compiute per finanziarsi ecc. ecc. Centinaia erano i gruppi ed i movimenti operanti, per cui accanto a vere e proprie associazioni terroristiche clandestine, come le BR, le CCC, i NAP, ne esistevano moltissime altre che coniugavano l’illegalità violenta con l’attività pubblica, come “Potere operaio”, “Lotta continua”, “Avanguardia operaia” ecc., sino a giungere ad organizzazioni meno note e diffuse, però diffusi su larga parte del territorio nazionale.Sarebbe legittimo attendersi che i responsabili di questi atti gravissimi e pericolosi per la stessa libertà d’Italia siano stati, dopo il loro arresto, rinchiusi fra solide sbarre tra l’esecrazione generale, mentre si può facilmente scoprire che innumerevoli sono i casi di ex terroristi scarcerati e variamente sostenuti nelle loro attività da uomini “liberi” ad opera dei movimenti, associazioni, partiti di sinistra. In seguito il sottoscritto fornirà qui un elenco di molte attività, alcune delle quali compiute in ambito pubblico, compiute da terroristi rossi. Ora però desiderei soffermarmi un momento su Adriano Sofri, che è forse l’esempio massimo di come i condannati per terrorismo, purché di sinistra, abbiano evitato i rigori della giustizia, ed anzi siano ancora politicamente attivi, con una larga platea e molti, moltissimi affezionati “amici”.Adriano Sofri è stato condannato in tre diversi processi per l’omicidio del commissario Calabresi, con la condanna confermata e passata in giudicato dalla Cassazione. Questo terrorista assassino, oltre ad essere responsabile dell’uccisione di un commissario di polizia, è stato membro dell’associazione eversiva “Potere operaio”, responsabile di numerosi atti di violenza politica, ed il fondatore e capo dell’organizzazione comunista e sovversiva “Lotta continua”, nota per i suoi innumerevoli e violentissimi scontri di piazza con le forze dell’ordine, compiuti tramite un’autentica organizzazione para-militare, strutturata in veri e propri reparti armati, addestrati ed esercitati alla manovra per i combattimenti da strada.La condanna di Sofri prevedeva 22 anni di carcere: ne sono stati scontati in tutto 8, e qualche mese, dal 1997 (a partire dalla sentenza definitiva, quindi non dall’inizio di quest’anno) al 2005, oltretutto in misura solo parziale, grazie ai numerosi permessi ed alla concessione della semilibertà già nel giugno del 2005. Dal gennaio del 2006 l’omicida in questione è di fatto libero, avendo ottenuto la “sospensione della pena”.Oltre ad essere scarcerato dopo soli otto anni di prigione, contro i 22 previsti dalla sentenza, il suddetto assassino ha potuto, anche quando era teoricamente in prigione, proseguire nelle sue attività politiche, collaborando attivamente con il periodico “Panorama”, ed, ora, con il quotidiano di sinistra “La Repubblica”, il quale ha il dubbio onore di ospitare fra le sue pagine i messaggi di un terrorista. Inoltre, nel 2005 questo criminale era stato assunto dalla biblioteca della Scuola Normale Superiore di Pisa con l’incarico di collaborare alla sistemazione degli archivi dei due storici Sebastiano Timpanaro ed Eugenio Garin, ottenendo per questa ragione già in quell’anno la semi-libertà. A prescindere dalla giustizia e liceità dell’assunzione di un carcerato assassino per una simile lavoro, il sottoscritto, assieme a molti altri, ignora le ragioni che hanno indotto la biblioteca della più prestigiosa università italiana, nota in tutto il mondo, ad assumere Adriano Sofri (sprovvisto d’ogni esperienza quale archivista o bibliotecario; sfornito di una bibliografia di valore accademico non rispondendo affatto i libri da lui scritti ai requisiti scientifici ed essendo del tutto assimilabili all’ambito della pubblicistica èdita da politici e giornalisti e di contenuto largamente auto-biografico; persino privo di laurea) per partecipare alla sistemazione degli archivi di due seri studiosi, di cui uno, il Garin, è stato anzi uno dei maggiori storici italiani. Sofri, che si è visto riconoscere la sospensione della pena per ragioni di salute, e si troverebbe agli arresti domiciliari, ha potuto partecipare in questi anni a diversi pubblici incontri e programmi televisivi. Circa un’anno fa, tale omicida è stato ad una trasmissione televisiva di notevole importanza, in cui egli sarà l’unico ospite di un noto presentatore. In tale contesto questo terrorista ha avuto modo di presentare un suo libro, intitolato “Chi è il mio prossimo”, spiegando in tale occasione che papa Ratzinger risulta in errore nella sua interpretazione della nota massima evangelica dell’amore verso il prossimo, nonché dichiarando quale movente dell’azione politica dei “figli del ’68” proprio l’amore verso l’umanità. Anche in questo caso, si vorrebbe sapere e capire con quale senso di giustizia si possa invitare ad un’importante programma televisivo un assassino, oltretutto ivi chiamato non per condannare i suoi atti criminosi, bensì al fine di fare pubblicità ad un proprio libro ossia alle sue idee, pretendendo d’impartire lezioni di etica e rivendicando la bontà delle aspirazioni sue e dei suoi compagni di strada. Si deve credere che in Italia non esistano autori più importanti e meritevoli di essere conosciuti e letti che non quanto scrive un simile personaggio? La produzione editoriale, nei campi più differenti, dalle scienze matematiche e naturali a quelle umane, oltre che nella vera e propria produzione letteraria, è immensa, e risulta per la massima parte, soprattutto per quanto concerne la produzione di specialisti, pressoché ignota al pubblico. Al contrario, un programma della RAI, televisione pubblica pagata col denaro di tutti i contribuenti e di proprietà dello Stato ha avuto come ospite questo terrorista, il quale ha potuto al contempo accrescere le vendite del suo libro e diffondere la sua immagine e le sue idee.Oltretutto, non si deve credere che questo criminale abbia mai rinnegato le idee che lo hanno mosso mentre era a capo di “Lotta continua”, anzi continua ancor oggi a propagandarle. Pochi giorni addietro è uscito un suo nuovo libro, dal titolo “La notte che Pinelli”, edito dalla Sellerio, in cui opera una ricostruzione che accusa, nuovamente, la polizia, se non di aver causato la morte dell’anarchico Pinelli (accusa da cui infine risultò incontestabilmente innocente; lo sfortunato Pinelli probabilmente fu vittima di un malore oppure cercò di suicidarsi), almeno di “pregiudizio culturale” nei confronti delle forze di sinistra, di eredità della mentalità fascista, ecc., per poi riprendere a considerare la possibilità teorica delle “stragi di Stato”.E’ bene ricordare come l’idea del “fascismo” della polizia italiana”, e quella del “terrorismo di Stato” furono due fra le nozioni-chiave dell’ideologia rivoluzionaria dei terroristi rossi, nonché dei loro fiancheggiatori e compagni di strada, i quali pretesero di giustificare il loro operato sostenendo la necessità di opporsi all’inesistente “minaccia fascista” rappresentata dallo “Stato terrorista”. Inoltre, non è neppure il caso di ricordare che Adriano Sofri è stato condannato per l’omicidio di Calabresi, il commissario di polizia che la sinistra radicale indicò, del tutto ingiustamente, quale il responsabile della morte di Pinelli, e contro il quale le forze comuniste eversive, con “Lotta Continua” in prima linea, scatenarono un autentico linciaggio morale.
A chi legge il giudizio ed il commento su quanto sopra obiettivamente esposto.

lunedì 12 gennaio 2009

PRO HAMAS, CONTRO ISRAELE. UN PO' DI CHIAREZZA (click)

I media e Israele
Scritto da Gianni Pardo
domenica 11 gennaio 2009

“Come mai tutti, o quasi, i mezzi di informazione sono orientati in favore dei palestinesi?” Si possono proporre parecchie spiegazioni.
1) La prima risposta, e forse la più intelligente, sarebbe: “non lo so”. E dimostrerebbe anche umiltà. Purtroppo non farebbe progredire il dibattito. Meglio azzardare delle ipotesi.
2) Si può pensare che esista in molti un antisemitismo sotterraneo: ma questo richiederebbe a sua volta una spiegazione e sarebbe soltanto un altro modo di porre la domanda iniziale.

3) Un’ipotesi più seria è che l’antisemitismo cattolico sia una traccia attardata di ciò che la Chiesa insegnò in passato per tanti anni: “il popolo deicida”, “i perfidi giudei”, “che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli!”, ecc. Ma dal momento che coloro che ricordano questi insegnamenti sono troppo pochi, la spiegazione “teologica” non regge.
4) C’è poi il pregiudizio favorevole al debole e ostile al forte. Colui che parte battuto, l’underdog, è sempre visto con simpatia. Ma neanche questa idea è plausibile. Innanzi tutto, l’Italia è piena di iuventini, milanisti o interisti, anche se abitano a Trapani o a Lecce. In secondo luogo, quando nel 1967 da un lato c’era il minuscolo Israele e dall’altro l’aggressione dell’intero, immenso mondo islamico, chi era, il debole? E tuttavia molti erano contro Tel Aviv.
5) Una osservazione stupefacente riguardo al favore di cui gode l’underdog, è data in questo caso dalla facilità con cui ai palestinesi si perdonano i misfatti più ignobili: il massacro di atleti inermi a Monaco, l’uccisione di bambini a Kyriat Shmonà, i civili usati come scudi umani e le donne incinte come kamikaze, i razzi sulle città di Israele, le armi nascoste nei condomini o nella ambulanze, ogni sorta di slealtà. Questo fa pensare che, mentre gli israeliani sono visti come “europei”, i palestinesi sono visti come selvaggi. Con incosciente razzismo, si perdona loro come si perdonerebbe ai coccodrilli o alle iene. Se si avesse per loro un minimo di rispetto, li si tratterebbe come si tratterebbe un italiano che facesse in Italia ciò che loro fanno in Palestina.
6) L’atteggiamento favorevole ai palestinesi potrebbe essere collegato alla lunga stagione della decolonizzazione. L’Europa s’è battuta a lungo il petto per chiedere scusa del bene fatto nelle colonie ed è rimasta questa strana equazione per cui l’uomo nero è buono e l’uomo bianco è cattivo. Al punto che se l’uomo nero uccide l’uomo bianco la colpa è dell’uomo bianco, che non gli ha insegnato ad essere migliore. Neanche questa ipotesi, tuttavia, regge, nel caso concreto. Gli ebrei in Palestina ci sono – più o meno numerosi – da alcune migliaia di anni. E gli israeliani di oggi non sono una potenza occupante: sono autoctoni. Né avrebbero una madrepatria in cui rientrare.
7) Un ulteriore collegamento si ha con la retorica della resistenza di popolo. Questa è stata ripetuta fino alla nausea, in Italia, per far finta che non siamo mai stati alleati della Germania nazista e che abbiamo vinto la Seconda Guerra Mondiale. Questa incredibile rimozione nazionale è troppo vasta, troppo condivisa ed ha troppe motivazioni per essere esaminata qui. Molti comunque, allevati con questa mentalità, non capiscono perché, se da un lato bisogna giustificare i partigiani (irregolari deboli di fronte ai forti che ammazzavano dei tedeschi isolati a tradimento e senza indossare una divisa) non bisognerebbe essere a favore dei palestinesi: anche loro combattono senza divisa e compiono attentati. Non ci si chiede neppure chi abbia torto e chi abbia ragione, in Palestina. E nessuno cita le Convenzioni di Ginevra: non sarebbero compatibili col mito della Resistenza.
8) Fra le ragioni di ostilità da parte dell’estrema sinistra, nei confronti di Israele, c’è l’atteggiamento dell’Unione Sovietica. Al riguardo bisogna ricordare che l’Urss fu in un primo momento favorevole al nuovo Stato, che infatti nacque con il suo consenso. Quando poi gli interessi geopolitici spinsero Mosca a proporsi come paladina degli arabi, i comunisti italiani, obbedienti, seguirono le nuove direttive. Direttive che del resto ben si sposavano con tutti le pulsioni prima esposte.
9) Uno dei motivi di severità, nei confronti di Israele, è la diffusa disinformazione che nasce dalla propaganda antisemita e dalla naturale ignoranza della gente. Giornalisti inclusi. Molti credono che gli ebrei abbiano invaso la Palestina, mentre da un lato non l’hanno occupata, perché sono sempre stati lì, dall’altro non è mai esistita un’entità statale con quel nome. Prima c’è stato l’impero ottomano, poi l’amministrazione britannica, poi la partizione dell’Onu del 1948 e la grande Giordania. E Gaza apparteneva all’Egitto, che ha rifiutato di vedersela restituire. Si potrebbe continuare per pagine intere, confutando mille leggende nere, storicamente infondate, ma sarebbe una fatica di Sisifo.
10) Infine, non ultima molla per essere favorevoli ai palestinesi è l’ineliminabile tendenza ad essere eroici e generosissimi quando lo si può fare a spese altrui. Se i razzi cadessero sulle case degli italiani, vorrei vedere quanti di loro sarebbero così pronti ai distinguo, alla tolleranza, alla comprensione. Se fossero stati aggrediti nel 1948, nel 1967 e nel 1973, da eserciti determinati a cancellarli dalla faccia della terra, quanti sopporterebbero di sentirsi chiamare militaristi ed aggressivi? Tutti perdonano gli attentati che in passato hanno provocato tanti morti, in Israele, solo perché sono avvenuti lontano. Quando si perdonano gli assassini che hanno ucciso dei terzi non si sale sul piano della santità: si scende su quello della complicità.

giannipardo@libero.it

SUL CONFLITTO ISRAELIANO-PALESTINESE (click)

Un conflitto nuovo l
Scritto da Angelo Panebianco
lunedì 12 gennaio 2009

Chiunque abbia, se non altro per ragioni anagrafiche, un passato, è portato a leggere i conflitti di oggi alla luce degli schemi mentali di ieri. Per decenni il conflitto israeliano-palestinese venne interpretato in Occidente con gli schemi della guerra fredda. A lungo, dopo la rottura delle relazioni diplomatiche fra l'Urss e Israele, quel conflitto fu parte, pur con le sue peculiarità, del confronto politico e militare fra mondo occidentale e mondo sovietico. Per tutti coloro che in Europa occidentale simpatizzavano per l'Urss e per «la lotta dei comunisti a favore dell'emancipazione del Terzo Mondo», Israele era un avamposto dell'imperialismo americano.
Contavano anche le peculiarità del conflitto e i loro riflessi in Europa. Dopo il '73, con la crescita del prezzo del petrolio e l'uso politico dell'energia da parte dei Paesi produttori, trattare con i guanti governi e opinione pubblica arabi diventò vitale per un'Europa assetata di energia: la causa palestinese acquistò pertanto sempre maggiore popolarità fra noi mentre le ragioni di Israele di fronte al «rifiuto arabo» persero progressivamente terreno nella considerazione delle opinioni pubbliche europee (anche fra molti di coloro che erano schierati contro l'Urss su altri fronti). Se a ciò si sommano le memorie antiche, le influenze, più o meno sotterranee, del pregiudizio cristiano antigiudaico, si comprende molto degli atteggiamenti europei verso il conflitto israeliano-palestinese, per lo meno dalla fine degli anni Sessanta in poi. Il passato pesa sul presente ed è comprensibile che riflessi automatici portino ancora oggi tanti a leggere l'attuale scontro a Gaza con le categorie del passato. Ma è singolare che ciò avvenga al prezzo di una grande rimozione. Sono due i fatti nuovi che hanno determinato un cambiamento qualitativo del conflitto israeliano- palestinese e che tanti sembrano voler rimuovere. In primo luogo, l'irruzione della religione, e più precisamente dell'islam politico, nel conflitto. Certo, il conflitto israeliano-palestinese continua ad essere anche ciò che è sempre stato: uno scontro fra due popoli per il dominio territoriale. Ma da tempo non è più soltanto questo. Il rafforzamento di movimenti come Hamas in Palestina e Hezbollah in Libano ha cambiato radicalmente il quadro. Come il fatto che quei movimenti siano interni a una galassia islamista che, in ogni angolo del mondo, si riconosce nelle stesse parole d'ordine e afferma la propria identità contro gli stessi nemici (i musulmani moderati, l'Occidente corrotto e materialista, l'entità sionista, gli infedeli, a qualunque credo appartengano). In queste condizioni, pensare alle soluzioni del conflitto nei modi che erano ancora plausibili ai tempi degli accordi di Oslo non è più possibile. «Pace contro territori» è un compromesso realistico (anche se, ovviamente, difficile da imporre agli estremisti delle due parti) se i principali attori in gioco hanno scopi esclusivamente politici.
Ma diventa assai più arduo se per una delle parti in gioco (nel caso specifico, Hamas e, dietro Hamas, l'intera galassia dell'estremismo islamico mondiale) rinunciare alla distruzione di Israele significherebbe violare un tabù religioso, peccare di blasfemia. Il secondo fatto nuovo, che cambia la natura del conflitto, è dato dallo scontro per l'egemonia fra l'islam sciita guidato dall'Iran e quello sunnita. Non è un caso che, nella vicenda di Gaza, i governi arabi sunniti si siano fin qui mossi con prudenza. Nella speranza, non dichiarata, che Israele riesca a ridimensionare Hamas (gruppo sunnita ma legato all'Iran). E non è un caso, come mostra l'assenza di sommovimenti anti-israeliani in Cisgiordania, che anche Fatah, il movimento oggi guidato da Abu Mazen, speri nel ridimensionamento degli odiati «nemici-fratelli» di Hamas. Nulla di tutto ciò si spiegherebbe se i due fatti citati (l'irruzione dell'islam politico e il ruolo dell'Iran) non avessero cambiato i termini del conflitto israeliano-palestinese.
Ma la rimozione incombe. Sorprende, ad esempio, scorrere un recente intervento sul conflitto a Gaza, apparso su Repubblica, dell'ex ministro degli Esteri Massimo D'Alema, uomo informato dei fatti, e constatare che né la parola Iran né la parola jihad vi trovino posto. È come se per D'Alema nulla di sostanziale fosse cambiato nel corso degli anni: quello israeliano-palestinese viene ancora interpretato come uno scontro fra uno Stato e un movimento irredentista, un conflitto, vecchio di mezzo secolo, per il dominio territoriale in Palestina. Se non che, il conflitto israeliano-palestinese è questo ma non è più soltanto questo. A causa del carattere politico-religioso di Hamas e della volontà di potenza iraniana. Segni di rimozione appaiono anche le reazioni di certi laici nonché di esponenti di spicco della Chiesa cattolica di fronte alla preghiera di massa organizzata dalla fratellanza musulmana contro il nemico sionista (al termine di raduni in cui si bruciano le bandiere di Israele), di fronte cioè a manifestazioni che vedono impegnati i sostenitori di Hamas presenti all'interno dell'islam italiano ed europeo. Se la paura del fondamentalismo islamico può spiegare le reazioni flebili e sommesse di molti di quei laici, il caso della Chiesa cattolica, come ha mostrato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere
di ieri, è più complesso. La Chiesa sembra oggi divisa fra la sua antica diffidenza (quando non si tratti di aperta ostilità: vedi le parole del Cardinal Martino su Gaza) per Israele, e la presa d'atto, ben chiara negli scritti e nei discorsi di Papa Benedetto XVI, del fatto che la violenza del fanatismo religioso sia oggi la minaccia più grave per la civile convivenza. E anche per le prospettive di pace in Palestina.
Da: corriere.it

venerdì 9 gennaio 2009

RIMUOVERE LE DEDICHE AI TITINI

Un grande storico come Norman Conquest nel suo saggio su Stalin, ha definito quali “brutture” le riscritture degli appellativi delle città, dei villaggi, delle vie, persino di montagne e fiumi, ricorrendo ai nomi di personaggi del regime. Oggigiorno, simili insulti alla storia ed all’estetica sono stati largamente cancellati persino in Russia. Per rimanere agli esempi più celebri, S. Pietroburgo è ritornata al suo vero, originario nome, facendo scomparire l’abusivo “Leningrado”, mentre la città un tempo chiamata “Stalingrado” è stata giustamente ribattezzata quale “Volgograd”. Ciò che è scomparso nella ex “patria del socialismo”, permane ancor oggi in Italia.
Anche nella toponomastica si è operata una vera e propria riscrittura del passato, che ha cercato di far credere, in maniera illusoria, che la storia d’Italia, tre volte millenaria, incominci nel 1945, cancellando tutto ciò che ha preceduto questa data.
Oggigiorno in Italia esistono vie e piazze dedicate all’Unione Sovietica, a Togliatti, persino a Lenin, Stalin, Mao, Ernesto Guevara, ed infiniti altri esponenti del comunismo, fra cui persino alcune dedicate al “maresciallo” Tito, noto massacratore di migliaia e migliaia di Italiani. Le innumerevoli amministrazioni locali di sinistra hanno approfittato persino delle vie e delle piazze per cercare di trasmettare alla società tutta la loro ideologia, aggiungendo il controllo della la toponomastica a quello dei media, delle scuole ed università, delle case editrici.
Durante la scorsa legislatura, il capogruppo al Senato di Rifondazione comunista, Giovanni Russo Spena, giunse a proporre la dedica di un’aula del Senato stesso a Carlo Giuliani, il teppista schedato dalla polizia per droga e morto mentre tentava di assassinare un carabiniere (già gravemente ferito) fracassandogli il cranio con un estintore. A questo personaggio criminale il comune di Genova ha intitolato la piazza in cui ha cercato di uccidere il militare, fra il tripudio di numerosi suoi sodali, ivi convenuti con i caratteristici costumi ed abbigliamenti, ben noti ai cittadini ed alle forze dell’ordine.
Le vie ed i corsi dedicati all’Unione Sovietica sono anzitutto anacronistici. Però, una simile prassi è soprattutta iniqua, in quanto commemora e quindi celebra un regime criminale e sterminatore, responsabile della morte di decine di milioni di suoi sudditi.
Simili dediche sono particolarmente ingiustificabili nel caso vengano ad essere dedicate a personaggi, organizzazioni, accadimenti che si sono tradotti in crimini contro l’Italia, come lo sterminio e la cacciata degli Italiani da buona parte della Venezia Giulia ad opera dei comunisti sloveni, croati e serbi. Ancora oggi esistono sul territorio nazionale italiano vie, piazze, targhe, monumenti che commemorano ed esaltano l’occupazione titina.
Non si può che approvare la decisone della Lega Nazionale di Trieste, la quale ha promosso una petizione, presente anche sul sito di questa associazione, al fine di richiedere la rimozione di tali dediche.

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Appello alle Amministrazioni tutte affinchè verifichino la presenza di monumenti, targhe, intitolazioni che in qualsivoglia maniera risultino celebrative dell’occupazione jugoslava di Trieste dal 1 maggio 1945 al 12 giugno 1945 e dispongano la rimozione di tali monumenti, targhe e intitolazioni in quanto in contrasto con la Legge 30 marzo 2004 n. 92 - Raccolta di firme anche su facebook
La LEGA NAZIONALE
premesso-
che con Legge 30 marzo 2004 n. 92 lo Stato Italiano ha istituito un “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle Foibe, al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia delle Foibe nel secondo dopoguerra;- che detta Legge, approvata dal Parlamento con larghissima maggioranza, ha solennizzato tale riconoscimento, stabilendo il “Giorno del Ricordo” come solennità civile;- che dopo tale atto compiuto dal Legislatore, non sono più leciti dubbi, contestazioni o negazioni circa il carattere criminoso di quanto compiuto dai partigiani comunisti jugoslavi di Tito durante la loro occupazione di Trieste dal 1 maggio 1945 al 12 giugno 1945;- che esistono tutt’ora sul territorio monumenti, targhe, intitolazioni che esaltano tale occupazione titina e ciò in palese contrasto con i sentimenti dei famigliari delle vittime di quella tragedia ma anche con la volontà espressamente manifestata dal Legislatore con la Legge 30 marzo 2004 n. 92;
fa appello
alle Amministrazioni tutte affinchè· verifichino, nelle aree di propria competenza, la presenza di monumenti, targhe, intitolazioni che in qualsivoglia maniera risultino celebrative dell’occupazione jugoslava di Trieste dal 1 maggio 1945 al 12 giugno 1945;· dispongano la rimozione di tali monumenti, targhe e intitolazioni in quanto in contrasto con la Legge 30 marzo 2004 n. 92;
invita
i Cittadini tutti e le Associazioni ad aderire al presente al presente appello anche sottoscrivendo lo stesso .
Trieste, 16 dicembre 2008
IL PRESIDENTE avv. Paolo Sardos Albertini

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Il ragionamento sviluppato dall’avvocato Sardos Albertini non consente repliche: monumenti e targhe celebrative dell’invasione slava e comunista nel territorio italiano sono in palese contrasto con la legislazione nazionale, che ha istituito il “Giorno del Ricordo” con ciò affermando la natura criminale degli atti compiuti dai partigiani comunisti nelle terre orientali d’Italia, per cui tali dediche devono ope legis scomparire tutte.
Si deve ancora aggiungere che le leggi italiane prevedono che la toponomastica sia soggette a norme precise [la materia della toponomastica è regolata dalla legge 23 giugno 1922, n. 1188, dal regio decreto-legge 10 maggio 1923, n. 1158, convertito nella legge 17 aprile 1925, n. 473, ed, infine, dall'art. 41 del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223.], che la disciplinano e la regolamentano, vietando le dediche a personaggi, eventi, ecc. giudicabili quali politicamente “inopportuni”: è noto che non esistono e non possono esistere vie dedicate ad esponenti del fascismo.
L’assurdità data dall’esistenza di simili forme di commemorazione dell’operato dei titini è manifesta, poiché essi di fatto celebrano accadimenti risoltisi nella mutilazione del territorio nazionale, nello sterminio e nella cacciata di propri concittadini, oltretutto compiuti dai sostenitori di un’ideologia totalitaria inconciliabile con la stessa costituzione vigente.
Non è neppure il caso di ricordare come tutto ciò sia offensivo nei confronti degli Italiani tutti, in particolare gli esuli ed in parenti ed amici delle vittime delle stragi. E’ inammissibile la presenza di vie dedicate al “maresciallo” Tito in Italia, così come lo sarebbe quella di targhe celebrative di Hitler in Israele.

sabato 3 gennaio 2009

venerdì 2 gennaio 2009

MATRIMONI OMOSESSUALI E...- L'OPINIONE DI ALBERT

Sono abituato a combattere in prima persona le battaglie, quando mi rendo conto che possono essere combattute con i metodi della dialettica e della coerenza.

Nel caso della opposizione ad una legalizzazione dei matrimoni omosessuali, sono andato indietro negli anni e nella memoria per ricordare come e quando iniziò a sentirsi la presenza di questo problema, intendo il problema dei "diversamente umani", e facendo una analisi del perchè il problema nacque.

Non dobbiamo mai scordare che il primo governo di centrodestra fu di breve durata, il secondo durò quanto una legislatura, questo terzo governo è finalmente di vero centrodestra, dove per centrodestra si intendano elettori e politici che pensano prima all'interesse del paese che al proprio.

Quindi noi italiani, fino al maggio dell'anno scorso, 2008, siamo stati governati da una sinistra silente, incombente, dove hanno sempre trovato alloggio tutte le componenti più maleodoranti della società e venivano accettate dal PCI perchè per loro rappresentavano voti, sia diretti che per disciplina di partito.

Credo che la vera opposizione ad una legalizzazione delle unioni omosessuali venga più in modo indiretto, indifferente, che da una vera battaglia parlamentare e nelle piazze, perchè non esiste nulla di peggio, per quella gente, che l'indifferenza della gran massa della popolazione.

Se semplicemente siamo indifferenti ai loro messaggi, accadrà ciò che accadde negli USA oltre 15 anni fa, quando la maggioranza della popolazione lasciò che gli omosessuali si chiudessero in loro ghetti autoreferenziali, quello di San Francisco il più eclatante, destinandosi alla loro autolimitazione, perchè oggi negli USA il fenomeno omosessuale si limita a circa il 3% della popolazione adulta, ed il 3% su 280.000.000 di abitanti significano 8.400.000 di individui, per la maggioranza persone anziane e depravate, un niente se rapportato a quanto erano potenti quando invasero il mondo dello spettacolo, che non ha più la presa di un tempo sui media, avendo dimostrato di quanto degrado morale sia portatore.

E ciò nonostante quanto venga fatto, quotidianamente, dai più noti rappresentanti di questo sottobosco umano che continuano a vanneggiare di percentuali elevatissime di omosessuali o simpatizzanti, 30 - 40% della popolazione adulta, ormai da anni anche smentita dalla pornografia su internet, dove i siti omosessuali sono in costante diminuzione.

Nell'ultimo governo (si fa per dire) Prodi, la componente omosessuale è stata molto forte, eppure direi che la figuraccia che ha fatto sia stata miserevole, sia sotto un profilo politico che sociale, visto che il loro più famoso esponente ha vinto non so bene quale gara televisiva, imponendosi a modello Dario Fo, che vinse il Nobel per vie politiche, e difatti ultimamente il comitato per la selezione dei Nobel è sotto fortissima accusa di parzialismo.

Conclusione: la Chiesa mai e poi mai defletterà dalla sua posizione di condanna assoluta, la popolazione italiana, mi pare, tutto sia fuorchè simpatizzante omosessuale. Se ci sarà da fare una battaglia parlamentare o politica e se ci sarà da raccogliere firme, sarò a vostro fianco, ma ricordo ancora la frase di Berlusconi quando, nel 2005, si parlò di questo problema: provvediamo a vincere le elezioni, poi non diamogli peso, è dalla notte dei tempi che i culattoni esistono, e se non sono diventati i padroni del mondo fino ad ora, è perchè tira più un pel di f..... che una locomotiva da treno merci.

E da quel che ne capisco, direi che il centrodestra avrà anni di maggioranza davanti a se.

Albert

NO AL MATRIMONIO OMOSESSUALE

"Si sviluppano minacce contro la struttura naturale della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, e tentativi di relativizzarla conferendole lo stesso statuto di forme di unione radicalmente diverse. Tutto ciò costituisce una offesa alla famiglia e contribuisce a destabilizzarla, violandone la specificità ed il ruolo sociale unico".(Benedetto XVI, 8 gennaio 2007)


Riporto qui sotto un intervento del sito “Fatti sentire”, dedicato a campagne per la difesa della civiltà, in cui si segnalano due progetti di leggi, sviluppati da ministri del presente governo.
Il primo si propone d’attuare un riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, ivi incluse quelle omosessuali, di fatto introducendo un matrimonio fra persone dello stesso sesso (strada maestra per consentirgli in seguito anche l’adozione di bambini) e snaturando la natura autentica delle nozze. L’istituto matrimoniale, base della civile convivenza, autentica cellula della società, si troverebbe così a subire un triplice danno. In primo luogo, le risorse, inevitabilmente limitate, destinate alle coppie ed ai figli verrebbero diminuite, venendo disperse anche in legami pseudo-coniugali capaci di rivendicare diritti in assenza di doveri. In secondo luogo, molte persone che desiderebbero allacciare relazioni matrimoniali potrebbero venirne distolte dalla possibilità d’avere rapporti meno seri e duraturi . Infine, si giungerebbe ad una giustificazione e legittimazione anche giuridica dell’omosessualità, che è invece un comportamento innaturale e patologico, ossia una malattia che può essere curata.
Il secondo progetto di legge prevede invece punire con la reclusione da sei mesi a quattro anni l'autore di un discorso, uno scritto o un atteggiamento a cui venga attribuito un valore "discriminatorio" verso la pratica omosessuale e altri, non meglio precisati, "orientamenti sessuali". Queste norme legislative, fortemente volute dalla giacobina “Unione europea”, contengono una natura profondamente totalitaria ed illiberale, in violazione dei principi di libertà di pensiero, parola, stampa, espressione, e si propongono una trasformazione della società italiana sulla base delle idee propugnate da un’infima minoranza che si arroga il diritto di poterle imporre a tutti, come era già accaduto con la legge sull’aborto. Il sottoscritto, sulla base di questa legge, potrebbe venire condannato per quanto sopra ha scritto sulla natura di malattia dell’omosessualità a quattro anni di carcere: la maggioranza degli spacciatori di droga, dei rapinatori, e non pochi terroristi, sono rimasti in prigione per un tempo molto minore.
Concludo inserendo l’invito ricevuto da “Fattisentire”, con l’invito a diffonderlo il più possibile:

"Invitiamo a scrivere ai politici della propria circoscrizione attraverso il "sistema portalettere" di FattiSentire.net, utilizzabile all'indirizzo http://www.fattisentire.net/modules.php?name=invio_mail2

lunedì 29 dicembre 2008

OPERAZIONE CSM: PIU' POPOLO E MENO CORRENTI (click)



Monday 29 December 2008
Operazione Csm: più popolo e meno correnti
Scritto da Mario Sechi
Friday 27 June 2008

Il segno dei tempi s’è colto leggendo un articolo del Financial Times intitolato «L’Italia fa bene a frenare la politicizzazione dei suoi giudici ». Se il quotidiano della City, mai tenero con Silvio Berlusconi, affida alla tagliente penna di Christopher Caldwell la rottura del tabù togato, allora la musica è cambiata davvero. Perché non è logoro e in attesa di paziente lavoro sartoriale solo il rapporto tra politica e magistratura, ma anche e soprattutto quello tra il cittadino e la giustizia.
La fiducia nella magistratura è ai minimi storici e a Palazzo Chigi non hanno dubbi: «Non c’è alcun problema di casta, ma un interesse generale da tutelare: andiamo avanti. Per questa ragione ai tre primi passi (riforma della legge sulle intercettazioni, corsia preferenziale per alcuni processi e tipi di reato, scudo per le alte cariche dello Stato) ne seguiranno inesorabilmente altri.

Un nuovo Csm
Stanno maturando rapidamente i tempi per la riforma del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno previsto dalla Costituzione. La maggioranza potrebbe venire allo scoperto nel giro di una, due settimane con un nuovo disegno di legge che accoglie alcune delle buone proposte già presentate in passato dal legislatore e da quelle parti della magistratura che non digeriscono il gioco delle correnti.
È dallo stesso Csm che si leva una voce autorevole per invocare la riforma. È quella di Gianfranco Anedda, penalista, uno dei saggi del partito di Gianfranco Fini, componente del Consiglio di Palazzo de’ Marescialli: «Auspico la riforma del Csm, anche se non sarà di per sé risolutiva di tutti i problemi della giustizia. Va diversificato nella sua composizione, bisogna aumentare il numero dei componenti laici per riequilibrarlo e riaprire la discussione al suo interno. Oggi sostanzialmente non c’è partita. Abbiamo il dovere di rompere l’autocrazia della magistratura e ridurre il fenomeno delle correnti». Sintonizzato sul canale di Anedda è l’avvocato Niccolò Ghedini (Pdl), membro della commissione Giustizia della Camera: «Il Csm da anni fa cose diverse da quelle istituzionali. Dovrebbe essere un organo consultivo (quando richiesto) e invece è diventato un organo politico che si autoconvoca quando una legge è ancora in discussione. Il legislatore dovrebbe mettere mano a una riforma che riporti il Csm alle sue originarie funzioni».
Quali sono le sue funzioni? La Costituzione è sintetica e nello stesso tempo chiara: «Spettano al Csm, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati ». Niente di quanto scritto nella carta fondamentale fa pensare che il Csm possa essere una sorta di terza Camera, che esercita un diritto di veto sul legislatore.

La riforma del Csm
Come sarà il nuovo Consiglio superiore della magistratura? Nelle scorse legislature il tema è stato affrontato e prontamente affondato. Gli obiettivi sono quelli di sempre: riequilibrio nella composizione del collegio e cambiamento delle norme sulla selezione e il reclutamento dei magistrati. Uno dei modelli di riferimento per la maggioranza sarà il disegno di legge presentato nel 2004 dai senatori Antonio Del Pennino e Luigi Compagna che per la composizione del Csm si ispira alla Corte costituzionale: un terzo dei componenti è eletto da tutti i magistrati ordinari fra gli appartenenti alle varie categorie, un terzo dal Parlamento in seduta comune fra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di servizio, un terzo nominato dal presidente della Repubblica sia tra coloro che sono eleggibili dal Parlamento sia tra i magistrati ordinari.
I magistrati si divideranno in due famiglie: i vertici degli uffici giudiziari centrali verranno nominati dal capo dello Stato (sul modello inglese di nomina della corona), mentre i dirigenti degli uffici giudiziari locali saranno eletti dal basso, a suffragio universale.
I giudici nominati dall’alto manterranno un collegamento con i vertici dello Stato, mentre quelli eletti dal popolo, sul modello americano, saranno il link diretto tra i cittadini e chi amministra la giustizia. Soluzione che piace alla Lega nord. Maggioranza coraggiosa? Si vedrà. Chiunque scriverà la riforma dovrà tenere in conto due disegni di legge presentati in tempi record (il 28 aprile scorso) dal presidente emerito Francesco Cossiga: le relazioni introduttive sono una preziosa analisi storica, politica e giuridica «sull’inevitabile e inarrestabile processo che ha reso la magistratura un soggetto politico».

Il vecchio Csm e il Colle
La protesta della magistratura contro il Parlamento preoccupa il capo dello Stato Giorgio Napolitano, che presiede il Csm. Dopo gli attacchi ai provvedimenti della maggioranza, dal Quirinale è partita un’azione diplomatica per invitare le toghe alla prudenza e alla moderazione. Così il vicepresidente Nicola Mancino prima ha fatto retromarcia sul documento annunciato dal Csm contro il governo, poi ha invitato i consiglieri a non rilasciare dichiarazioni «equivoche». Risultati? Modesti. Le correnti della magistratura sono autonome e l’operazione di raffreddamento di Napolitano, rivolta come sempre in modo bipartisan anche alla politica, sembra destinata all’insuccesso. Il consigliere togato di Magistratura democratica Livio Pepino il 25 giugno scorso ha depositato in sesta commissione un documento sulle riforme della maggioranza in materia di giustizia. Parere lunghissimo, molto tecnico, più prudente rispetto alle reboanti dichiarazioni di guerra iniziali, ma pieno di dubbi e riserve sulla costituzionalità e attuazione delle norme. Nitroglicerina. Il presidente Napolitano non nasconde la sua preoccupazione: «Il mio ruolo è quello, come si dice spesso, di moral suasion: spesso equivale a lanciare dei messaggi nella bottiglia non sapendo chi vorrà raccoglierli. E bisognerebbe che li raccogliessero tutti perché abbiano effetto». La bottiglia per ora
galleggia in mare aperto.

Da: Panorama

IL PRESTIGIO DEI GIUDICI (click)


Scritto da Gianni Pardo
Monday 29 December 2008
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Tutti avranno notato che nei filmati americani il giudice fruisce di un grandissimo prestigio. Nessuno mai si azzarda a contestarlo o a discutere le sue decisioni. Da che cosa dipende, questo? Non certo dal fatto che egli sia competente di diritto: fino a prova contraria, anche in Italia qualunque magistrato lo è. Il prestigio del giudice anglosassone nasce dal modo di reclutamento. Salvo errori, in Inghilterra e negli Stati Uniti diviene giudice penale chi ha già fatto una lunga carriera nel mondo del diritto. È un legale che ha acquisito un tale credito da essere nominato prima avvocato dell’accusa e poi giudice. Ed è questa la spiegazione dell’arcano: in Italia prima si è nominati giudici e poi si può cercare di acquistare prestigio, in Inghilterra prima si acquista prestigio e poi si può sperare di divenire giudici. Da noi il prestigio del giudice è eventuale, da loro il prestigio è assicurato, perché è esso stesso la ragione della nomina.
In Italia, dove opera un oceano di avvocati, questo sistema offrirebbe innanzi tutto il vantaggio di disporre al bisogno di un numero illimitato di giudici (accelerando così l’iter della giustizia) e soprattutto eliminerebbe il rischio gravissimo di attribuire un’autorità eccessiva ad un giovanotto di ventiquattro o venticinque anni, solo perché ha superato un concorso. Oggi il sistema dà un enorme potere senza contraddittorio a chi non ha ricevuto un sufficiente numero di legnate educative, nella vita: e questo può indurre ad un complesso di onnipotenza o addirittura a forme di squilibrio. Chiunque abbia frequentato un Palazzo di Giustizia sa quanto frequente sia l’incredibile arroganza di certi magistrati. Come diceva lord Acton, il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe assolutamente. Ogni singolo giudice, soggettivamente, si sente la Cassazione.
L’avvocato invece ha il vantaggio che, in venti o trent’anni di professione, gli capita di vedersi dare ragione mentre ha torto e molto più spesso di vedersi dare torto mentre pensa di avere ragione. Impara dunque sulla sua pelle che la sua opinione non è la legge del mondo. Vede anche quali sono i difetti dei magistrati e tutto questo lo educa ed in una certa misura lo vaccina. Se invece fosse stato giudice sin da principio, nessuno si sarebbe mai permesso di dirglieli sul muso, i suoi errori. Avrebbe emesso con tracotante sicurezza sentenze che in appello o in Cassazione sarebbero state riformate - magari con qualche acida nota sulle sue motivazioni - mentre lui avrebbe potuto serenamente dimenticarle: è ciò che normalmente avviene. Gli avvocati invece seguono qualche caso addirittura nei tre gradi di giudizio e imparano, ancora una volta per esperienza, che gli stessi giudici si contraddicono: dunque è meglio non essere troppo sicuri delle proprie opinioni e val la pena di prendere in considerazione quelle altrui.
A proposito di opinioni: non esiste nemmeno una probabilità su cento che qualcuno prenda in considerazione questa.
giannipardo@libero.it

sabato 20 dicembre 2008

LA MINACCIA DELLA MAGISTRATURA (click)


Non la mordacchia, ma il turbo alla giustizia
Scritto da Davide Giacalone
sabato 20 dicembre 2008

Altro che bavaglio, alla giustizia si deve mettere il turbo. Da tre lustri i giustizialisti, che militano in massa in una sinistra che arrivò al governo grazie alla malagiustizia, strillano contro qualsiasi riforma, ritenendole tutte indirizzate a mettere la mordacchia ai giudici. Ora si ritrovano inquisiti e sbattuti in galera, con i giornali che arroventano le inchieste e parlano di nuovi filoni, così avviene il miracolo ed a sinistra ci si mostra interessati alla riforma. Ovvia deduzione: adesso sono loro a volere fermare le toghe. Adesso sono loro a dirci: ma non eravate garantisti? Certo che lo siamo, solo che non siamo né scemi né ignoranti, non scambiamo il garantismo per l’innocentismo e vogliamo le riforme per ottenere una giustizia che sappia riconoscere e condannare i colpevoli.
Due esempi. Il primo è Parmalat: bancarotta conclamata nel dicembre del 2003 e processo relativo che, dopo cinque anni, è alle battute iniziali, mentre quello per aggiotaggio, che si svolge in altra sede, arriva al primo grado assolvendo tutti e ritenendo responsabile solo Tanzi. I risparmiatori possono scordarsi il risarcimento e mancano molti anni prima della sentenza definitiva. Una schifezza. Secondo esempio: l’assessore napoletano, oggi agli arresti, che si fece strada proclamandosi moralizzatore. Militava con Orlando Cascio, quindi gli si può dire: vieni avanti, cretino. Considero questo signore, di cui non faccio l’irrilevante nome, innocente, perché conosco la legge e l’etica. Da innocente, però, è finito, dato che è sulla bocca di tutti come imbroglione e ladro. Quando gli faranno il processo sarà tornato sconosciuto a tutti, salvo ai parenti. Ecco, noi volevamo e vogliamo riforme che evitino queste sconcezze, vogliamo quello cui il retino, e tutti i retini come lui, si sono sempre opposti.
Vogliamo una giustizia che funzioni, che sia equa e severa. La sinistra ha difeso i corporativismi togati, s’è giovata delle disfunzioni che inchiodarono gli onesti e mandarono al potere i disonesti, s’è alimentata d’iniquità, favorita da sentenze inesistenti o che restano lettera morta. Senza venir meno all’amore per il diritto, allora, perdonate la bassezza: che se la godano, l’inciviltà che hanno voluto e difeso. Anzi, che le indagini si allarghino mi pare doveroso e terapeutico.

www.davidegiacalone.it

domenica 14 dicembre 2008

DA LEGGERE ANCHE IL BLOG LINKATO (click)


Via di qui. Cattivi magistrati e cattivi giornalisti
Scritto da Carlo Vulpio
Sunday 14 December 2008

Avevo fatto una battuta. Avevo detto: i giornalisti, a differenza dei magistrati, non possono essere trasferiti. Avrei fatto meglio a stare zitto. Da lì a poco sarei stato “trasferito” anch’io.

E’ stato la sera del 3 dicembre, dopo che sul mio giornale era uscito un mio servizio da Catanzaro sulle perquisizioni e i sequestri ordinati dalla procura di Salerno nei confronti di otto magistrati calabresi e di altri politici e imprenditori.
Come sempre, non solo durante questa inchiesta, ma perché questo è il mio modo di lavorare, avevo “fatto i nomi”. E cioè, non avevo omesso di scrivere i nomi di chi compariva negli atti giudiziari (il decreto di perquisizione dei magistrati di Salerno, che trovate su questo blog in versione integrale) non più coperti da segreto istruttorio. Tutto qui. Nomi noti, per lo più. Accompagnati però da qualche “new entry”: per esempio, Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, Mario Delli Priscoli, procuratore generale della Corte di Cassazione, Simone Luerti, presidente dell’Associazione nazionale magistrati.
Con una telefonata, il giorno stesso dell’uscita del mio articolo, la sera del 3 dicembre appunto, invece di sostenermi nel continuare a lavorare sul “caso Catanzaro” (non chiamiamolo più “caso de Magistris”, per favore, altrimenti sembra che il problema sia l’ex pm calabrese e non ciò che stanno combinando a lui, a noi, alla giustizia e alla società italiana), invece di farmi continuare a lavorare – dicevo –, come sarebbe stato giusto e naturale, sono stato sollevato dall’incarico.
Esonerato. Rimosso. Congedato. Trasferito.
Con una telefonata, il mio direttore, Paolo Mieli, ha dichiarato concluso il mio viaggio fra Catanzaro e Salerno, Potenza e San Marino, Roma e Lamezia Terme. Un viaggio cominciato il 27 febbraio 2007, quando scoppiò “Toghe Lucane” (la terza inchiesta di de Magistris, con “Poseidone” e “Why Not”). Un viaggio che mi fece subito capire che da quel momento in poi nulla sarebbe stato più come prima all’interno della magistratura e in Italia.
Tanto è vero che successivamente ho avvertito la necessità di scrivere un libro (“Roba Nostra”, Il Saggiatore), che, dicevo mentre lo consegnavo alle stampe, “è un libro al futuro”. Una battuta anche questa, certo, perché come si fa a prevedere il futuro? In un libro, poi, che si occupa di incroci pericolosi tra politica, giustizia e affari sporchi… Ma si vede che negli ultimi tempi le battute mi riescono piuttosto bene, visto che anche questa, come quella sul “trasferimento” dei giornalisti, si è avverata.
Avevo detto – e lo racconto in “Roba Nostra” – che in Basilicata l’anno scorso è stato avviato un esperimento, che, se nessuno fosse intervenuto, sarebbe stato riprodotto da qualche altra parte in maniera più ampia e più disastrosa.
E’ accaduto che mentre la procura di Catanzaro (c’era ancora de Magistris) stava indagando su un bel numero di magistrati lucani, di Potenza e di Matera, la procura di Matera (gli indagati) si è messa a indagare sugli indagatori (de Magistris). Come? Surrettiziamente. E cioè? Si è inventato il reato di “associazione a delinquere finalizzato alla diffamazione a mezzo stampa” e ha messo sotto controllo i telefoni di cinque giornalisti (me compreso) e un ufficiale dei carabinieri (quello delegato da de Magistris per le indagini sui magistrati lucani). Così facendo, i magistrati indagati hanno potuto conoscere cosa si dicevano gli indagatori (de Magistris e l’ufficiale delegato a indagare).
Avvertivo: guardate che così va a finire male.
Chiedevo: caro Csm, caro Capo dello Stato, intervenite subito.
Niente. Nemmeno una parola, un singulto, un cenno. Nemmeno quando era chiaro a tutti che quei magistrati lucani, al di là di ogni altra considerazione, vedevano ormai compromessa la loro terzietà. Un magistrato – si dice sempre, e a ragione –, come la moglie di Cesare, deve non soltanto “essere”, ma anche “apparire” imparziale, terzo, non sospettabile di alcunché. Per i magistrati lucani, invece, non è così. Nonostante siano parti in causa, essi continuano a indagare sugli indagatori, chiedono e ottengono proroghe di indagini (siamo alla quarta) perché, dicono, il reato che si sono inventati, l’associazione a delinquere finalizzata alla diffamazione a mezzo stampa, è complicatissimo. E rimangono al proprio posto nonostante le associazioni regionali degli avvocati ne chiedano il trasferimento, per consentire un funzionamento appena credibile della giustizia.
Niente. Si è lasciato incancrenire il problema ed ecco replicato l’esperimento a Catanzaro. La “guerra” fra procure non è altro che la riproduzione di quel corto circuito messo in atto da indagati che indagano sui loro indagatori, affinché, rovesciato il tavolo e saltate per aria le carte, non si sappia più chi ha torto e chi ha ragione perché, appunto, “c’è la guerra”. E dopo la “guerra”, ecco la “tregua” o, se preferite, “l’armistizio” (così, banalmente ma non meno consapevolmente, tutti i giornali, salvo rarissime eccezioni di singoli commentatori).
Guerra e tregua. E’ questo il titolo dell’ultima, penosa sceneggiata italiana su una vicenda, scrivo in “Roba Nostra”, che è la “nuova Tangentopoli” italiana. Quando, sei mesi fa, è uscito il libro, qualcuno mi ha chiesto se non esagerassi. Adesso, l’ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, dichiara: “Ciò che sta accadendo oggi è peggio di Tangentopoli”. E Primo Greganti, uno che se ne intende, ammette anche lui, che “sì, oggi è peggio di Tangentopoli”.
Infine, una curiosità, o una coincidenza, o un suggerimento per una puntata al gioco del Lotto, fate voi.
Mi hanno rimosso dal servizio che stavo seguendo a Catanzaro il 3 dicembre 2008. Esattamente un anno prima, il 3 dicembre 2007, Letizia Vacca, membro del Csm, anticipava “urbi et orbi” la decisione che poi il Csm avrebbe preso su Clementina Forleo e Luigi de Magistris. “Sono due cattivi magistrati, due figure negative”, disse la Vacca. E Forleo e de Magistris sono stati trasferiti. Per me, più modestamente, è bastata una telefonata. Ma diceva più o meno la stessa cosa. Diceva che sono un cattivo giornalista.
Da:http://www.carlovulpio.it/

lunedì 8 dicembre 2008

ANCORA SU SALERNO-CATANZARO


Salerno-Catanzaro, il test di un disastro
Scritto da Mauro Mellini
lunedì 08 dicembre 2008

Non è un caso qualsiasi. Non è neppure, come qualcuno cerca di far capire, uno scandalo della “giustizia di sinistra” che ha bloccato “quella di destra” e di quella di destra che ha bloccato quella di sinistra. Il caso Salerno-Catanzaro è un test dello sfascio di tutta la giustizia italiana, della giustizia dei protagonismi delle “campagne”, dei processi di prima classe con tanto di “nome d’arte”, del C.S.M. che punisce e trasferisce con logiche più da probiviri del partito dei magistrati che ha organo di governo e di disciplina di una magistratura che dovrebbe essere al servizio della legge e dei cittadini.
E’ inutile domandarsi chi ha torto e che ha ragione, se De Magistris è un magistrato retto e intransigente che i “potenti” e la magistratura (e il C.S.M.) della loro parte hanno “fermato”, se l’intervento della Procura di Salerno riafferma legalità e ragionevolezza o se va al soccorso di stravaganze e personalismi o se è la longa manus di chi “stava dietro” le iniziative di De Magistris.
E tutto ciò ed il suo contrario. E’ una pagina di una storia scritta in una lingua surreale. E, se vogliamo, il pettine cui arrivano nodi diversi, destinati a stringersi e moltiplicarsi man mano che vi arrivano.
C’è, invece da domandarsi come mai la giustizia dei protagonismi, delle “campagne di giustizia”, delle pretese di “raddrizzamento” della politica, di scavalcamento di ogni argine istituzionale e via discorrendo, non sia arrivata assai prima a scontri clamorosi e grotteschi come quello ora in atto.
E c’è pure da domandarsi come mai anche quella parte della classe politica che da anni ha fatto le spese di certe patologie del sistema giudiziario e che ne ha quanto meno intravisto la consistenza e la gravità, non invochi oggi la necessità di far piazza pulita di un sistema che produce questo ed altro.
In realtà un “corpo separato” (così si diceva un tempo, nel linguaggio “sinistrese”, riferendosi non solo alla magistratura, ma a forze di polizia, forze armate, etc.) che abbia compiuto una “rivoluzione giudiziaria” come quella degli anni ’92-’96, vedendosi sfumare il successo ultimo per un “incidente” come la scesa in campo di Berlusconi e che poi per un decennio sia stata “delegata” dalla Sinistra a gestire l’opposizione ed i tentativi di ribaltamento delle situazioni create dalle varie tornate elettorali e di “completamento” del golpe del ’92-’96 è incomprensibile che non abbia dovuto subirne un serio contraccolpo e sia sfuggita ad una efficace “messa a norma” da parte del potere politico; che senza ricredersi sul suo ruolo abbia tuttavia potuto dover prendere atto della sostanziale sconfitta della sua strategia e nello stesso tempo, abbia potuto constatare l’efficacia politica degli strumenti di cui è depositaria e dell’assenza di rischi seri delle sue “deviazioni” eversive. Ma, proprio per questo una simile compagine è destinata, prima o poi, a spaccarsi, dilaniarsi, rivoltarsi contro antichi alleati.
Le “lotte intestine” di cui quella tra Catanzaro e Salerno è esempio clamoroso, si manifestano assieme ad un crescente “disagio”, ad un rivoltarsi contro gli antichi alleati, i beneficiari del golpe consumato, i mancati (o inadeguati) sostenitori della “seconda fase”, i “traditori” del P.D. Un atteggiamento che pure abbiamo potuto cogliere in vicende recenti e che ancora dovremo registrare in futuro.
Ma la tensione più forte che attraverso oggi la magistratura, assieme a quella tra irriducibili dell’eversione e dell’impegno politico e “moderati” che vorrebbero il ritorno ad una situazione “normale”, è quella determinata dal perdurante possesso, pressoché intatto, degli strumenti della prevaricazione politico-istituzionale ed, al contempo, della coscienza di non riuscire a trovare uno sbocco, una concludenza a tendenze e potenzialità eversive.
Tutto ciò, intendiamoci, è avviluppato in un contesto culturale (si fa per dire) complicato più che complesso, in rapporti difficili, equivoci e non sempre confessabili con ambienti, persone ed aree politiche con i quali, in passato, la connivenza e l’inciucio sono stati manifesti.
Oggi noi tutti paghiamo, perché è indubbio che c’è una ricaduta su tutta la società oltre che nell’ambito istituzionale ed in quello della giustizia, il peso ed i danni di questi strascichi della stagione dei golpe giudiziari, perché non abbiamo avuto la capacità e il coraggio di imporre verità e contestare responsabilità di fronte a macroscopiche esorbitanze eversive di un pugno agguerrito di magistrati sostenuti da un‘alleanza di “poteri forti”, che non ci siamo mai preoccupati di capire e di scandagliare.
Abbiamo coperto tutto, continuiamo a coprire tutto, a consentire che altri coprano tutto con principi e parole (principi svuotati ridotti a parole screditate) come indipendenza della magistratura, incensurabilità del contenuto della giurisdizione e dell’attività giudiziaria, irresponsabilità dei magistrati.
Fatti come la faida Catanzarsalernitana dimostrano che i riguardi usati nei confronti di una certa magistratura golpista, esorbitante, arrogante, purtroppo egemone perché troppo ben inserita nei “posti chiave” di tutto l’apparato giudiziario, sono stati il più grosso torto e la più grave causa di danno che potesse arrecarsi alla magistratura nel suo complesso, alla sua naturale autorevolezza, al suo prestigio ed alla libertà e decoro dei migliori dei suoi componenti.
Da Salerno e da Catanzaro arriva un pressante appello ad incidere i bubboni, che è sempre più assurdo sperare che si riassorbano senza provocare un’infezione mortale. E da fare presto.

Da: www.giustiziagiusta.info

giovedì 4 dicembre 2008

CRONACA DI UN FATTO ECCEZIONALE CHE PASSERA' ALLA STORIA DI QUESTA REPUBBLICA

Napolitano irrompe a gamba tesa in area di rigore nella partita-guerra tra i giudici
Scritto da Carlo Panella
giovedì 04 dicembre 2008

A Catanzaro e Salerno le due Procure si stanno letteralmente massacrando a suon di perquisizioni con centinaia di carabinieri, avvisi di garanzia con accuse infamanti in un marasma che ha al centro l'inchiesta di De Magistris ''Why Not?'', causa non ultima della caduta del governo prodi.

La guerra per bande di magistrati è talmente andata fuori dai canali istituzionali, è talmente scorretta, che Napolitano ha chiesto gli atti dell'inchiesta -fatto mai avvenuto in Italia- e si appresta a un intervento censorio fortissimo in qualità di presidente del Csm. Lo stesso Csm è nella bufera, perché avvallò l'operato della procura di Catanzaro, trasferendo De Magistris, ed è quindi moralmente corresponsabile della chiusura della sua inchiesta che oggi la Procura di salerno considera fraudolenta (tanto che Nicola Mancino, vicepresidente del Csm oggi ha minacciato le dimissioni).
In sintesi, già con i mandati di cattura di S. Maria Capua Vetere contro Mastella e sua moglie, si era capito che la maionese è impazzita e che settori della magistratura italiana sono in rotta di collisione con la democrazia formale e sostanziale.
Ora, la sciagurata decisione del Pds.Ds-Pd di non placcare il protagonismo politico dei magistrati per via legislativa e di lasciarli fare e disfare, ha creato il corto circuito definitivo e i magistrati si arrestano tra di loro.
Degno epilogo di una strategia politico-giudiziaria scellerata che non ha solo distrutto la Prima Repubblica, ma che ha lacerato lo stesso tessuto democratico.

Carlo Panella
Da:http://www.carlopanella.it/

(clickare sul titolo per seguire i commenti sul Legno)

domenica 30 novembre 2008

STRAGE A BOMBAY-MUMBAY (click)

Cliccando sul link ci sono le foto delle vittime dell'attacco alla Chabad di Mumbai

(da leggere il primo commento)

giovedì 27 novembre 2008

STRAGE A BOMBAY-MUMBAY (click)

Dopo la strage di Mumbai Obama studi la storia dell'India
Scritto da Carlo Panella
giovedì 27 novembre 2008

Così capirà che i Democratici sbagliano tutto sul terrorismo islamico
Dopo l’orrenda strage di Mumbai, Barack Obama farebbe beme a prendere in mano un libro di storia dell’India, perché vi troverebbe non solo la ragione antica di ben 500 anni del comportamento barbaro dei terroristi islamici, ma anche la smentita più netta e precisa delle analisi sul terrorismo islamico dei suoi consiglieri, in primis di Madeleine Albright. Secondo questa scuola di pensiero, condivisa anche dalla sinistra europea e dall’intero universo del politically correct, il terrorismo islamico avrebbe essenzialmente un carattere “reattivo”. In Palestina sarebbe essenzialmente sorto quale reazione agli errori di Israele (in primis il rifiuto sinora di ritirarsi dai territori occupati nel 1967); in generale nei paesi arabi o musulmani, sarebbe la conseguenza dei disastri provocati dal colonialismo e dal più recente imperialismo. Questa demenziale tesi è largamente presente anche nel mondo culturale e universitario americano anche a seguito della sua codificazione nella teoria dell’”Orientalismo” elaborata da Edward W. Said.
Se solo si conoscesse all’ingrosso la storia dell’India, se la si fosse minimamente elaborata, tutti questi castelli d’analisi crollerebbero di botto, perché dietro i mitra che sparano raffiche contro incolpevoli passeggeri nella stazione di Mumbai, trucidando donne e bambini, così come dietro gli attentati ai treni, dietro alle mattanze di terroristi islamici che hanno fatto in tre anni dal 2004 al 2007 , ben 3.347 morti, più che in Afganistan (e oggi siamo quasi a 4.000), ci sono le stesse dinamiche che muovevano i machete nel 1948, quando Ghandi ruschiò la morte per opporsi ad una divisione sanguinosa del Dominion indiano in due Stati (India e Pakistan) e a una guerra di religione che provocò un milione di morti. Dinmamiche che nulla hanno a che fare –anzi- con il retaggio coloniale e con la violenza imperialista (che pure vi fu, e fu feroce).
I mujaheddin che hanno seminato morte a Mumbai hanno un modello storico luminoso, agiscono per restaurare un Stato islamico che ha governato sull’India per due secoli, imitano le gesta di un grande leader musulmano lo shah Aurangzeb, che regnò dal 1658 sino al 1707, distruggendo con violenza il clima di tolleranza e di apertura alle altre fedi del regno di suo padre Shah Jahn (che lasciò nelle forme del Taj Mahl il senso universale del suo Stato) imponendo una feroce e dogmatica applicazione della shari’a, imponendo agli induisti e ai buddisti il pagamento della jiza, la tassa di sottomissione, vietando pena la morte i matrimoni misti e conducendo infine lunghe guerre contro i principi indù Marata (Maratti). La ferocia egemonica dell’Islam indiano, di poco precedente a quella del Islam wahabita arabo (sicuramente influenzato da Aurangzeb), è dunque tutta e solo interna alla storia dell’india precoloniale, con un lascito di violenze, sopraffazioni, e morti che è impressionante.
Se Barack Obama si occupasse di quella storia dell’Islam indiano così determinante nel mondo musulmano (i re Moghul ovviamente influenzarono tutto l’Islam asiatico, Afghanistan, Indonesia e Malesia incluse), se scoprisse che quella è stata la vicenda maggioritaria del mondo musulmano e che quella legata all’Impero Ottomano –soprattutto dal punto di vista culturale e teologico- è stata minoritaria, scoprirebbe poi che la verità del meccanismo “reattivo” fu esattamente opposta.
Inutile ricordare il patrimonio infame di violenza, espropriazione, furto e altre bestialità che è legato all’epoca coloniale europea. Ma è invece utile ricordare l’altro verso della medaglia, sempre sottaciuto, mai analizzato: il ruolo fondamentale di stimolo che la cultura dei colonizzatori ha avuto sull’evoluzione della cultura dei colonizzati. Barack Obama, di nuovo, si dovrebbe studiare la storia dell’India e scoprirebbe allora innanzitutto che nei due secoli di dominazione inglese, il conflitto islamo-induista così esplosivo nel secolo precedente, fu tenuto sotto controllo, salvo esplodere in maniera devastante solo nel momento in cui gli inglesi riconsegnarono l’India agli indiani.
Scoprirebbe infine che proprio la contaminazione positiva con la cultura dei dominatori inglesi ha permesso la formazione di èlites sia induiste che musulmane (centro, naturalmente, della rivolta contro gli inglesi stessi), che hanno saputo costruire la eccezionale democrazia indiana solo e unicamente perché hanno mediato le loro radici con gli stimoli della cultura europea. La figura eclettica del modernista Mahatma Ghandi e soprattutto di quel grande leader che fu Pandit Nehru, ne sono testimonianza indiscutibe. Obama potrebbe anche scoprire che solo e unicamente l’influenza inglese ha fatto sì che in un mondo musulmano culturalmente agonizzante e piatto grandi figure di modernizzatori come Sayyid Ahmad Khan, agli inizi dell’ottocento, fondassero grandi istituzioni universitarie come il Muhammedan Anglo-Oriental College, che ha forgiato tutta la classe dirigente islamica dell’India sino al 1948, proprio riscoprendo –grazie al colonialismo inglese, per una straordinaria eterogenesi dei fini- il pensiero aristotelico di quel Averroè, che tutto il pensiero islamico arabo-ottomano ha sempre spregiato.
Infine, Obama si potrebbe rendere conto della miopia delle sua consigliera Madeleine Albright e comprendere infine che al Qaida non è una organizzazione verticistica di terroristi, ma solo il nome simbolo di una visione feroce del mondo che ha milioni di simpatizzanti nel mondo e decine e decine di migliaia di seguaci.

(L'Occidentale del 27 novembre)